EP2 – Resistere al silenzio

«Se quando avevo 19 anni qualcuno mi avesse raccontato quale sarebbe stata la mia vita, prima con l’esperienza in carcere e oggi con quella delle minacce, non so se avrei fatto il giornalista. Ma quando uno vive la storia poco a poco non ha uscita. Oggi la mia famiglia mi chiede di lasciare questo lavoro ma non posso. Non potrei fare altro». Pedro Canché, 49 anni, è un giornalista di origini maya come la maggior parte delle persone della cittadina dove risiede e lavora, Felipe Carrillo Puerto, nello stato messicano del Quintana Roo. Tra il 2014 e il 2015 è stato in carcere nove mesi per aver raccontato le proteste della popolazione locale contro l’aumento del costo dell’acqua. Oggi vive con la scorta per le minacce ricevute da un gruppo criminale. La sua è una storia emblematica per spiegare la complessità di cosa significhi affermare che il Messico è uno dei paesi più pericolosi al mondo dove fare informazione.

Il Quintana Roo è diventato lo stato messicano con più aggressioni verso la stampa. Nei primi sei mesi del 2019 ne sono state registrate 26, pari a quelle dell’intero 2018. Pedro Canché suo malgrado ha contribuito a formare questo numero. Il 28 aprile 2019 sul suo telefono, tramite WhatsApp, sono iniziati ad arrivare messaggi di minaccia da parte di un gruppo criminale: «Lavora per noi o ti faccio esplodere il cervello», «Ti farò a pezzi», «Voglio che scrivi che l’omicidio di Cancún è stato commesso da altri». Li ha ancora tutti sul telefono. Chi scrive si firma Comandante Chayan.


«Il narco inizia a minacciarti perché vuole che lavori per lui, che tu scriva quello che ti chiede. Nel maggio del 2019 gli stessi messaggi sono arrivati anche ad altri giornalisti: in tre abbiamo denunciato mentre uno ha accettato e ha inviato a queste persone il numero del suo conto corrente. Noi giornalisti siamo nel mezzo di una guerra che negli ultimi tre anni in Quintana Roo ha generato quasi duemila morti, senza risparmiare innocenti come i bambini. Il turista non la vede perché si consuma nella “cintura di povertà” che sorge attorno agli hotel».

Canché sceglie un suo articolo del 2017 con la storia di un bambino di 8 anni colpito alla gamba e al braccio da due proiettili sparati da due uomini in motocicletta dentro al negozio da parrucchi…

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