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Scommessa Zimbabwe

«Stai attento ai sondaggi» sibila Joy tra i denti «spesso quelli sono polpette avvelenate che il potere usa per sé».

Beh, ho pensato io, allora non c’è tutta questa differenza tra una tornata elettorale italiana e una tornata elettorale zimbabwese. Il paese è stato guidato dal 1980 fino al novembre 2017 da Robert Mugabe, uno dei capi di stato più attaccati al potere che la storia recente ricordi; la politica, lo sappiamo tutti, è fatta anche di affabulazione e seguire una storica campagna elettorale africana, storica perché sono le prime vere elezioni senza Mugabe di mezzo dai tempi dell’indipendenza, regala momenti di puro godimento in questo senso. L’ars oratoria dei leader africani è intrisa di figure retoriche, gronda di spettacolarità ed è densa di simbologie, stimoli, proiezioni.

Cecil Rhodes è stato un imprenditore e politico britannico, morto nel 1902 e a cui fu intitolata la colonia africana della Rhodesia, che oggi si chiama nella parte settentrionale Zambia e in quella meridionale Zimbabwe. Rhodes era uno squalo, uno che «se si potesse annetterei i pianeti» per cui «il colonialismo è filantropia più il 5 percento», e nel 1890 fondò la città di Salisbury, che oggi si chiama Harare. La prima Salisbury era un semplice forte in cui trovava rifugio la milizia bianca mercenaria Pioneer Column, la colonna dei pionieri, e fu il cuore pulsante dei conflitti tra gli uomini bianchi nell’Africa meridionale: acerrimo nemico di Rhodes era Paul Kruger, politico sudafricano che fu leader della resistenza boera contro i britannici in Sudafrica e presidente della Repubblica del Transvaal. All’epoca le guerre dei bianchi, senza quartiere, né regole né codici, si combattevano nelle colonie mentre l’Europa cresceva con le sue Rivoluzioni Industriali.

@ Wikimedia Commons

La Rhodesia divenne indipendente, sull’onda dei movimenti africani nazionalisti sia bianchi che neri, nel 1965; la proclamazione fu fatta da un bianco, il segretario del Fronte Rhodesiano e primo ministro della colonia Ian Douglas Smith, ma non venne riconosciuta dalle Nazioni Unite. Il nuovo Stato si basava sulla segregazione, un modello molto simile all’Apartheid sudafricana, e se il governo bianco portò la Rhodesia a altissimi livelli economici è anche vero che mise le popolazioni locali, in particolare gli ndebele e gli shona, le une contro le altre. Lo ZANU, un partito etnico di matrice shona, nacque in quel contesto e fu guidato a partire dal 1963 da Robert Mugabe, il quale dopo la galera e la lotta armata contro i bianchi in Mozambico e poi nuovamente in Rhodesia fondò il Patriotic Front (ZANU-PF) e si sedette al tavolo delle trattative con i leader bianchi nel 1979. L’anno successivo, contrariamente alle aspettative che davano predominante Joshua Nkomo dello ZAPU (il partito ndebele), Mugabe vinse le elezioni parlamentari e fu eletto Primo Ministro, il primo nero a ricoprire tale carica, usata per ottenere definitivamente l’indipendenza e dare al paese il nome di Zimbabwe. La carica fu poi abolita nel 1987 e da quel momento Mugabe divenne Presidente, riconfermato nel 1991, nel 1996, nel 2008. Quando nel febbraio 2017 annunciò di volersi candidare alle elezioni del 2018 all’età di 94 anni il Paese era, e lo è ancora, allo stremo delle forze.

«Se non dovessimo trovare i soldi per i progetti, ebbene, li stamperemo!»
Robert Mugabe

Nel 2008, a metà novembre, l’inflazione aveva raggiunto il picco di 79.6 miliardi %. Lo Stato smise di stampare denaro nel 2009, quando il taglio di banconota più alto era di 100 triliardi di dollari. Nel 2015 lo Zimbabwe ritirò dalla circolazione la moneta nazionale, troppo svalutata dopo un decennio di grave inflazione, e la sostituì con il dollaro americano e il rand sudafricano: 1 dollaro americano veniva cambiato con 250 miliardi di dollari zimbabwesi. Contemporaneamente, fino al 2017, fu introdotto anche lo yuan cinese. Il 15 novembre di quell’anno l’esercito e il suo vice Emmerson Mnangagwa, senza sparare un colpo né versare una goccia di sangue, presero in custodia Robert Mugabe in una sorta di arresto ufficioso. Il 19 novembre fu estromesso dalla guida del partito ZANU-PF e il 21, dopo avere negoziato un accordo con i militari, il presidente eterno Robert Mugabe presentò le sue dimissioni.

Il suo sostituto, Emmerson Mnangagwa, è un uomo di lotta, durante la guerra contro i bianchi, e di governo, alla destra di Mugabe sin dal 1980. Durante questa sua breve presidenza ha riavvicinato il paese al Commonwealth britannico, unificato la moneta corrente – unificandola al dollaro americano – annunciato e organizzato nuove elezioni, il 30 luglio, a cui si è candidato. L’età media in Zimbabwe è di 19.4 anni e Mnangagwa ne ha 76, il suo sfidante più ambizioso e accreditato, Nelson Chamisa, di anni invece ne ha 40. I due sono divisi da un divario minimo, tre punti percentuali appena cinque giorni prima dell’apertura delle urne, ma Joy è diffidente: «I politici usano i sondaggi, io non credo molto ai sondaggi».

Tutto il mondo è paese, penso io.

È la prima volta dall’indipendenza che la campagna elettorale in Zimbabwe si svolge senza violenze, se si esclude un’attentato dinamitardo durante un comizio di Mnangagwa nella città di Bulawayo. Il 24 giugno 2018 un’esplosione ha investito il Presidente in pectore che stava scendendo dal palco e alcuni uomini del suo staff: 2 morti e Presidente illeso. Più un petardo di grosso calibro che una bomba. Il giorno dopo Mnangagwa si è mostrato in televisione usando parole concilianti e legalitarie, i più classici «assicureremo i responsabili alla giustizia» e «invitiamo tutti a mantenere la calma in vista delle elezioni». Calma che è stata perfettamente mantenuta da tutti.

«Stavolta le persone sono libere di dire quello che pensano», mi spiega Joy, e questo crea un clima decisamente disteso tra le opposte fazioni. Il problema, mi spiega, è che manca la confidenza con questa libertà di pensiero e di parola. Lo scetticismo resta ma la storia dello Zimbabwe racconta di frodi, intimidazioni e violenze prima, durante e dopo il voto, con i sostenitori di Mugabe pronti a picchiare, torturare e persino ammazzare gli avversari. Mnangagwa, è inutile nasconderlo, ha la fama di «coccodrillo»: per tanto tempo è stato il braccio armato del vecchio regime, ne ha coordinato per decenni le politiche repressive e sorprendono quindi i continui e profusi appelli alla calma, le promesse di elezioni «libere, trasparenti e oneste», l’apertura del paese agli osservatori internazionali dell’Unione Europea e dell’OCSE. E sorprende ancor di più il fatto che non sembrano parole vuote ma dichiarazioni di intenti reali e concrete: il cambiamento è nei fatti e questo potrebbe portare molti voti a Mnangagwa e allo ZANU-PF, ma è anche vero che i comizi dell’opposizione, e sopratutto quelli di Chamisa, sono sempre affollatissimi anche nei bastioni elettorali dello ZANU.
In realtà il problema di Mnangagwa potrebbe essere proprio il partito, lo ZANU-PF, che al suo interno contiene una frangia denominata Generation40 (G40) vicinissima a Grace Mugabe, il vero spettro dello Zimbabwe. Grace è la seconda moglie dell’ex-Presidente, che l’ha sposata quando era la sua segretaria, 41 anni in meno, nel 1996: nel paese è soprannominata «dis-Grace» e non c’è bisogno di traduzione. La cupidigia, la spietatezza e l’avidità, anche politica, di questa donna è nota in tutto il mondo ed è la vera e principale ragione per cui il marito è stato defenestrato: Grace infatti sarebbe dovuta essere designata come erede di Mugabe alla leadership del partito e del Paese, e questo ha sempre inorridito e in parte terrorizzato anche i più fedelissimi dell’ex-Presidente. Il quale, per via di questo scetticismo, non ha disdegnato anche l’omicidio come soluzione per tacere tali voci discordanti.
Non parliamo di gente poco avvezza alla politica. Emmerson Mnangagwa è un coccodrillo non solo per essere stato il braccio armato di Mugabe ma anche perché conosce il linguaggio della politica e sono tanti a pensare che il predicare la pace e la tranquillità sia solo un espediente per godersi la legittimità del voto e la rielezione. Una rielezione che, tuttavia, non è scontata come poteva sembrare all’inizio della campagna elettorale, anche perché i problemi reali delle persone restano e questi sono la quotidianità che la maggior parte degli zimbabwesi sono costretti a vivere: la siccità degli ultimi anni hanno messo in ginocchio il «granaio d’Africa», come veniva chiamato il Paese, e unitariamente all’espropriazione delle terre ai bianchi da parte del regime di Mugabe – un processo lungo e che è costato al Paese l’intero know-how agricolo, detenuto gelosamente e avidamente dai bianchi – e alla crisi economica dovuta all’iperinflazione e al drammatico calo delle esportazioni la qualità della vita si è drammaticamente abbassata nel corso degli ultimi anni di presidenza Mugabe.

@ Flickr

Uno dei settori in cui la crisi economica si fa sentire maggiormente è, come in ogni parte del mondo, quello sanitario. Negli ospedali mancano farmaci e personale, le strutture sono spesso vecchie e decadenti, le tecnologie più nuove risalgono agli anni Novanta del secolo scorso, quando va bene. Il simbolo della crisi sanitaria lo hanno individuato, come spesso accade in Africa, le donne: a febbraio centinaia di ragazze si sono riunite ad Harare per marciare nell’ambito di un’iniziativa chiamata «Happy Flow Campaign» per chiedere un aumento della disponibilità di assorbenti nei supermercati, nei negozi e nelle strutture sanitarie del Paese.

Nelle zone rurali dello Zimbabwe, dove vive il 70% della popolazione, lo stipendio medio è di circa 1 dollaro al giorno, a volte anche meno. In media un pacco di assorbenti costa, in negozio, circa 5 dollari ed il prezzo è aumentato, negli ultimi tre anni, di quattro volte, sempre se si trovano sugli scaffali: la maggior parte delle famiglie, di fronte a questa realtà, preferisce investire 5 dollari in un sacco da 20kg di farina di mais piuttosto che in un pacco di assorbenti. La first lady Auxilia Mnangagwa ha distribuito gratuitamente, durante la marcia di Harare, centinaia di assorbenti, un gesto politico ma anche umanitario che è stato molto apprezzato dalle manifestanti. Molte di loro utilizzano al posto degli assorbenti cotone e stoffe usate, altre foglie e alghe compromettendo la propria salute; durante il ciclo le giovani donne (l’età media, lo ripetiamo, è di poco superiore ai 19 anni) si vergognano e non escono di casa, perdendo giorni di scuola e isolandosi dalle comunità.

La crisi economica ha portato al fallimento e alla chiusura di aziende locali come la Clovit, che producevano assorbenti igienici, e l’importazione di questi prodotti dal Sudafrica ne ha aumentato inevitabilmente il prezzo al dettaglio. Mentre i militari prendevano in consegna Robert Mugabe a novembre l’unico produttore di assorbenti zimbabwese rimasto, Onsdale Enterprises, ha dovuto chiudere per mancanza di liquidità, non potendo più acquistare alcune materie prime dall’estero, e attualmente non ha riaperto i battenti. La carenza di denaro contante è il vero male del Paese: negli ultimi anni sono stati lanciati diversi sistemi di pagamento come portafogli virtuali o criptomonete ma anche se gli account sono «pieni» di dollari o bitcoin i negozi chiedono denaro contante, non denaro virtuale: i commercianti, senza contanti, non possono importare nulla e non hanno margine per gonfiare i prezzi dei beni al dettaglio.

La scommessa elettorale per lo Zimbabwe è quindi legata quasi alla stessa sopravvivenza, o almeno questo sembra valere per buona parte della popolazione.

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