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3 – Senti chi parla

Dopo aver lanciato il sondaggio per capire quali temi sono importanti per costruire insieme un mondo nuovo (puoi partecipare anche tu se vuoi) ci siamo resi conto che abbiamo lasciato fuori dalla nostra idea due momenti molto importanti della vita delle persone, abitualmente sottorappresentati dal giornalismo. L’infanzia e la vecchiaia.

E così, per cominciare a ristrutturare le tematiche di cui ci occupiamo nella sezione di Slow News che abbiamo chiamato proprio “Il mondo nuovo”, abbiamo deciso di aggiungere l’infanzia fra i “pilastri”. Poi toccherà alla vecchiaia, che non può essere dimenticata e non può essere ridotta a qualcosa da nascondere. Non so a te, ma io quando sento dire cose tipo «eh, va be’, è morto per il coronavirus ma era un vecchio», mi viene il ribrezzo.

Come naturale, però, iniziamo dai bambini. Anche perché abbiamo la possibilità di ospitare una conversazione con una bravissima giornalista, Irene Caselli, che si occupa proprio di questo, dell’infanzia. 

Irene, infatti, è la reporter dai primi mille giorni di vita per un giornale molto particolare, che si chiama The Correspondent e che, proprio come Slow News, non si occupa delle breaking news di cui parlano tutti ma si occupa di tematiche fondative.

Fra cui, appunto, i bambini.

Come si fa a fare la reporter non da un luogo ma da un periodo della vita? E perché dovrebbe importarci così tanto dell’infanzia?

Queste sono alcune delle tematiche di cui parliamo oggi, giovedì 10 settembre 2020, con Irene. La conversazione avviene in diretta su Facebook alle 18, ma puoi recuperarla quando vuoi.

Una prima risposta che possiamo già dare qui è il fatto che tutte le scelte che vengono fatte quando si parla di bambini sono scelte politiche che riguardano il nostro presente ma anche il loro futuro.

E se queste scelte vengono fatte in base alla sensibilità del momento, al mercato, alle idee di chi parla più forte per recuperar facile consenso – invece di esser fatte, per esempio, sulla base delle cose che conosciamo – rischiano di non essere buone idee. O di favorire solo pochi.

Prendi il latte materno, per esempio. Per anni è stato studiato in ottica di mercato, per riuscire a sostituirlo con il latte artificiale. Poi sono arrivate – ad esempio negli Usa – le stanze per consentire alle donne lavoratrici di tirarsi il latte. Ma se, invece, si prendessero decisioni e si facessero studi per un reale benessere collettivo? Magari scopriremmo, come ha scritto benissimo Irene, che il latte materno è il primo “super-cibo intelligente” e che dobbiamo saperne di più. Non per avere un nuovo prodotto da vendere sul mercato, ma per poter fare scelte consapevoli.

Ecco, più ci addentriamo nella lavorazione del Mondo Nuovo più mi rendo conto che il tema principale di cui ci stiamo occupando, se vogliamo trovare un denominatore comune, è proprio il modo in cui raccontiamo il mondo e prendiamo decisioni sulla base di questo racconto per poi modellarlo.

A chi raccontiamo il mondo quando facciamo un pezzo giornalistico? Che mondo raccontiamo? Da quale punto di vista? Quanto riusciamo veramente a praticare l’inclusività? Chi decide questo racconto? Per esempio: se segui Slow News sai che non abbiamo investitori privati che stabiliscono la linea editoriale e sai che gli argomenti di cui parliamo li discutiamo con te. Ma è così sempre?

Chi ascoltiamo?

E le decisioni che vengono prese anche sulla base di questo racconto, delle cose che sappiamo (o che non sappiamo), delle idee che si impongono nel tempo, vengono prese per soddisfare gli interessi di chi? Vengono prese con quale futuro in mente? Sono frutto di scelte ragionate che tengono conto del fatto che non possiamo prevedere tutto e che esistono profili di rischio in ogni cosa che facciamo, ma che al tempo stesso hanno a cuore il benessere collettivo, la possibilità per ogni persona di vivere la propria vita al meglio sviluppando in libertà le proprie potenzialità?

È un tema veramente complesso. Ma sono sempre più convinto che sia di questo che debba parlare il giornalismo. Non di qualcosa che “scade” 24 ore dopo che ne hai parlato (o meno). Non della polemica del giorno, della curiosità, dell’ennesimo studio che dice l’ennesima cosa che contraddice quella del giorno prima.

È questo il giornalismo che stiamo costruendo insieme a te. È questo il giornalismo del Mondo Nuovo.

Ed è un giornalismo che, per forza di cose, deve partire anche dai bambini

È questo il giornalismo che stiamo costruendo insieme a te. È questo il giornalismo del Mondo Nuovo.

Ed è un giornalismo che, per forza di cose, deve partire anche dai bambini, con modalità diverse da quelle che abbiamo adottato fin qui.

Una delle cose che faremo con il Mondo Nuovo, fra l’altro, sarà un fumetto.
Inizialmente pensavamo che sarebbe stato un reportage a fumetti, un formato abbastanza classico per quanto non troppo comune. In realtà il progetto ci è cresciuto in mano e stiamo lavorando su un progetto completamente diverso, di finzione. Lo disegna Cleo Bissong, classe 1998, e quello che vedi qui sopra è uno dei bozzetti preparatori. Come avrai intuito, i protatonisti saranno decisamente molto giovani, a proposito di bambini!

Non vediamo l’ora che anche questa parte del progetto prenda forma e ci piace cominciare a condividere con te il “dietro le quinte”. 

Se hai esperienze da raccontare, commenti da fare, idee da proporre, come al solito puoi scrivermi una mail. Te ne sarò davvero grato!

E grazie anche di avermi seguito fin qui.

Ah, quasi dimenticavo. Nell’ultimo numero di questo appuntamento avevamo lanciato un altro piccolo sondaggio per scoprire a quante persone fosse capitato di sentirsi dire “eh, ma si è sempre fatto così” in risposta a un tentativo di cambiamento, di miglioramento. Il risultato è soverchiante: il 98,7% ha ricevuto quella scusa lì come obiezione. Pensiamoci.

Alla prossima!


L’immagine di copertina è di Rene Bernal da Unsplash

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