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Slow News e il giornalismo di comunità

Una comunità è un gruppo di persone unite da un interesse comune, un social object. Crediamo fortemente che il giornalismo possa mettersi al servizio della comunità umana. E che un progetto giornalistico debba servire la propria comunità. Crediamo che le persone che fanno parte di quella comunità debbano essere messe al centro del progetto giornalistico.
Che non debbano essere infantilizzate ma trattate come esperte di vari settori, ambiti, temi che conoscono. 

Per questo, per esempio, ci siamo inventati il concetto di consu-lettrice e di consu-lettore. Per questo cerchiamo di proporre in anteprima alle persone che hanno scelto di sostenere Slow News le cose di cui ci stiamo occupando, i lavori che abbiamo in cantiere, i nostri progetti editoriali. Per questo cerchiamo di avere, se lo desiderano, il loro parere su tutto quel che facciamo.

Crediamo, infatti, che il futuro del giornalismo sia un futuro fatto di relazioni, di partecipazione, di varietà, di membership – termine, questo, che non trova una corretta traduzione in italiano.

Siamo qui per ascoltare, costruire e approfondire relazioni, offrire un servizio

Un tempo le redazioni dei giornali sedevano sul pulpito dei giusti e ti raccontavano quel che è meglio per te. Oggi c’è chi, in maniera completamente anacronistica, lo fa ancora.

Ma non si può più! Le redazioni devono mettersi al servizio di lettrici e lettori. Devono ascoltare.

Abbiamo realizzato un grosso sondaggio per sapere cosa cercano le persone da un giornalismo diverso. E sulla base di quel sondaggio e delle nostre conversazioni quotidiane con chi segue Slow News stiamo strutturando il nostro lavoro. Questo non significa snaturare il nostro giornalismo ma fare un giornalismo che pensa, prima di tutto al suo pubblico.

Inoltre, il pubblico, per noi, non è un’entità astratta e passiva: è un insieme di persone, tutte diverse, che nutrono un’esigenza comune. Quella di avere un giornalismo che sia davvero utile per la loro vita. Che non le renda più aggressive, più ciniche, più divise.

Un esempio pratico di comunità al lavoro

Barbara è una giornalista che ha scritto per noi una serie che si intitola La responsabilità è un’impresa
Tiziana è una nostra lettrice ed è anche un’attrice.
Tiziana ha amato particolarmente la serie di Barbara, al punto da scrivermi così: 

«Queste “inchieste narrate” sono davvero potenti e efficaci. Io mi occupo di teatro e in questa quarantena sto facendo letture su zoom per un piccolo gruppo di persone che me l’hanno chiesto. Mi è venuta voglia di leggere la storia della Zanardi perché è un racconto circostanziato e poetico nello stesso tempo e credo possa funzionare. Ti faccio sapere come va».

La cosa, naturalmente, ci ha entusiasmati: una lettrice che usa in questo modo un nostro contenuto? Fantastico.

Tiziana ci ha anche mandato la sua prima prova di lettura. Imperfetta, dice lei. Fantastica, per noi.

Eccola qui.

Allora ne abbiamo parlato con l’autrice. E lei si è entusiasmata a sua volta e ha realizzato la sua versione-podcast del medesimo episodio. Eccolo.

E adesso stiamo cercando di capire come andare avanti con questa meravigliosa idea, che ci frullava in testa da un po’ (il podcast), ma che non aveva mai trovato una sua applicazione pratica.


L’immagine di copertina è di Vincent Tcheng Chang ed è rilasciata sotto CC Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)