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La follia di pulire il mare

Tutta la follia per pulire il mare

I grandi romanzi d’avventura dimostrano che il bagaglio è fondamentale. Lo stesso Baden Powell, fondatore dello scautismo, diceva: «Non esiste buono o cattivo tempo ma solo buono o cattivo equipaggiamento». Dunque la grande domanda: cosa portarsi dietro in un viaggio di un anno in giro per l’Europa?

Ma andiamo con ordine.

La data è quella del 17 ottobre. Il viaggio è chiarissimo nel suo obiettivo, molto meno nelle sue modalità: voglio pulire le spiagge d’Europa, portare via più plastica possibile dal mare.

Quando mi chiedono cosa mi ha spinto a questa scelta mi vengono in mentre tre immagini, una di seguito all’altra, rapidissime. Uno: è maggio, sono a Cagliari e sto portando Polly a fare la passeggiata mattutina in spiaggia. Raccolgo le cicche che trovo, un po’ di plastiche qua e là, ma è tardi, la campanella sta per suonare, devo correre a scuola. Due: è giugno, sono a Napoli, ho affittato un barchino a remi e sto esplorando il Golfo, disgustata dalle montagne di plastica che mi vedo galleggiare attorno. Mi butto in acqua e cerco di raggiungerle tutte, ma è impossibile, non riesco. Tre: è luglio, sono in mezzo al mare, sto facendo un’immersione a venti metri. Trovo delle nasse abbandonate e una rete attaccata a uno scoglio. Tento di portarle in superficie ma mentre risalgo una nassa mi cade e non posso più scendere a recuperarla.

Foto IG @ecoprof.travel

Diapositive della mia estate che invocano a gran voce più tempo, più impegno, più energia per difendere l’ambiente. Ad agosto chiamo la mia Dirigente Scolastica e chiedo un anno sabbatico: 12 mesi senza stipendio, 12 mesi da dedicare alla lotta contro la distruzione dell’ecosistema marino.

Per tutta la mia infanzia sono cresciuta con l’idea di salvaguardare gli alberi, che ci danno l’aria per vivere. Ciò che non ho scoperto sino a pochi anni fa è che anche il mare fa la sua parte, e non come comparsa ma come coprotagonista: è lui a generare il 50% dell’ossigeno del Pianeta, e ad assorbire il 30% dell’anidride carbonica che produciamo. Eppure gli studiosi sono concordi nel ritenere che in pochi decenni, in acqua, nuoteranno più plastiche che pesci. E decine di centinaia di testimonianze da tutto il globo ci dicono che è già così: i nostri mari sono invasi da plastiche e microplastiche, e negli Oceani – e oramai anche nel Mediterraneo – si sono create delle vere e proprie isole di rifiuti spinti dalle correnti. Rifiuti che si biodegraderanno in secoli e secoli, ma la cui quantità aumenta quotidianamente. E, oltre che stare parcheggiati là minando l’ecosistema marino, finiscono nello stomaco di uccelli migratori e pesci, per poi risalire nella catena alimentare. Fino a noi.

Non stiamo solo uccidendo il mare. Stiamo distruggendo noi stessi.

Spesso si pensa che i rifiuti in ambiente siano il frutto esclusivo di qualcuno che butta la bottiglietta dal finestrino dell’auto in corsa. E che, quindi, basta avere un livello di civiltà basico per non essere complici della distruzione.

Niente di più sbagliato.

L’anticiparsi di anno in anno dell’Overshoot Day ce lo dice chiaramente: siamo troppi. E, soprattutto, consumiamo troppe risorse.

Quando compriamo una maglietta stiamo utilizzando le migliaia di litri di acqua che ci vogliono per farla. E ci stiamo prendendo la responsabilità di tutte quelle sostanze inquinanti che vengono sfruttate e poi, spesso, non smaltite correttamente. Se al termine “maglietta” ne sostituiamo un altro, qualunque altro, il risultato non cambia: il nostro stile di vita spinto all’acquisto compulsivo  sta distruggendo la Terra e noi che ci abitiamo.

Stop.

Per intervenire sulle risorse è necessario cambiare stile di vita. 

Basta usa e getta. 

Basta prodotti che non durano, tanto costano poco.

Basta buttare gli oggetti rotti invece che ripararli.

Basta carne e pesce, specie se da allevamenti intensivi.

Basta al nostro stile di vita da occidentali consumisti.

Il mio Stop, dunque, è arrivato il 17 ottobre quando, col mio cane Polly e la mia macchina con un enorme polpo disegnato sopra, mi sono imbarcata da Cagliari per raggiungere la prima tappa: Napoli.

Non sono un’economista ma mi è abbastanza chiaro che un anno senza stipendio significhi stringere la cinghia il più possibile. Tradotto: senza dubbio passaggio ponte.

Foto IG @ecoprof.travel

Sono lì che mi sistemo il mio sacco a pelo, con la cuccetta del cane accanto, quando faccio il primo interessante incontro del viaggio: si chiama Ilaria, medico di pronto soccorso a Bergamo durante l’apice della pandemia, e successivamente responsabile del reparto Covid di un ospedale in Yemen.

Dopo i mesi in burnout si è licenziata, ha camperizzato l’automobile e ha deciso di godersi qualche settimana a girovagare senza meta per la Sardegna. Anche lei è in passaggio ponte, ribaltando il cliché della professionista d’alta classe.

«Anche tu hai camperizzato l’auto?» mi chiede.

La mia è una citycar, altro che camperizzare. Non amo l’automobile e ho sempre evitato di utilizzarla se non per lo stretto necessario. Avrei piacevolmente continuato così se non fosse che nei mezzi pubblici di mezza Europa non fanno salire i cani. Per cui, se volevo portarmi Polly appresso, dovevo per forza dotarmi di un mezzo privato.

Destreggiarmi con la Matiz per uscire da Napoli è stata sicuramente la prima grande prova di questo viaggio. Sono sbarcata la mattina del 18 ottobre, ma solo parecchie ore dopo, tra caffè, pause, e giri a vuoto seguendo Google Maps, sono riuscita ad arrivare alla Piana di Sorrento, un posto incantevole tra mare e montagna.

Qui starò i miei primi giorni, ospite tramite Workaway, quell’applicazione che permette di avere vitto e alloggio in cambio di qualche ora di lavoro al giorno. Ad accogliermi è Marta.

Marta fa l’insegnante di scienze, ha qualche anno più di me, un figlio di un anno e mezzo, Tommaso, e il suo compagno, Michele, è in Africa a occuparsi di una rete idrica. A costruire i fantomatici pozzi, insomma.

Foto IG @ecoprof.travel

Il mondo in cui mi fa entrare è una realtà parallela in mezzo ad un paesino della Campania: un enorme terreno, che chiamano Terra Pagana, in onore alla storica famiglia che lo possiede, quella di Michele,  e alla loro idea di piccola rivoluzione sostenibile. Qui hanno deciso di istituire uno stile di vita alternativo che stanno ancora studiando attentamente. L’obiettivo è la permacultura. Al momento abitano le loro terre galline, maiali, gatti, un cane, tartarughe e umani, e tutti interagiscono nel tentativo di rispetto delle specifiche esigenze etologiche. Il sogno è che tornino a fasi vivi anche animali selvatici, come volpi e ricci, e affinché questo accada si lavora la terra nell’ottica della promozione e gestione della biodiversità.

All’interno di questa sfera di vita sostenibile si presta particolare attenzione ad alcuni aspetti, primo tra tutti la produzione e gestione dei rifiuti. Di questo fa parte in primis il compostaggio, vero perno dell’agricoltura casalinga di Terra Pagana. Poi il riciclo degli scarti: ogni due giorni Marta fa il giro dei mercati e recupera gli avanzi da dare ai maiali. In questo modo si risparmia, economicamente ma soprattutto ecologicamente, sulla produzione di mangime e non si butta cibo che è comunque edibile. Sono partita con l’obiettivo di pulire le spiagge e la prima cosa a colpirmi è che in casa l’indifferenziata praticamente non c’è: Tommaso utilizza solo pannolini lavabili e Marta assorbenti compostabili; saponi e detersivi vengono acquistati sfusi; tutti utilizzano esclusivamente vestiti di seconda mano.

Ogni settimana Marta pesa la spazzatura. L’obiettivo non è solo non produrre indifferenziata, ma limitare i rifiuti di ogni genere. Per cui periodicamente fa delle statistiche e cerca di migliorarsi. È lei a farmi notare che sono partita senza equipaggiarmi con l’oggetto fondamentale: una bilancia. Ed è sempre lei a regalarmene una. Così, sin dalla mia prima raccolta, ho la possibilità di misurare quanto sto recuperando.