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20 e 21 luglio 1969

Sulla strada tra Montargis e Créteil, a una cinquantina di chilometri a sud di Parigi il 29enne Jean-Pierre Genet sta pedalando in testa a un folto gruppo di ciclisti. È quasi mezzogiorno e, subito dopo una curva, il francese si volta per un istante. Poi, senza pensarci su troppo, fa un respiro profondo e sale sui pedali. In pochi secondi lascia una decina di metri tra lui e il gruppo, ma non se ne va da solo. Lo seguono in sei, due olandesi, un austriaco, un altro francese e due belgi. Questi ultimi sono li per conto del loro capitano, anche lui belga, che deve difendere una maglia gialla che indossa da più di due settimane. Il suo nome è Eddie Merckx, ma da qualche giorno lo chiamano il Cannibale. Vorrebbe vincere anche quella di tappa, ma in un momento di lucidità si ricorda di avere 16 minuti e 40 secondi di vantaggio sul secondo in classifica. Non è il caso di rischiare di farsi male, pensa. È il 20 luglio del 1969, tutto il mondo non ha la testa che per quel che dovrebbe accadere quella sera, sopra le loro teste. Tutti tranne il Cannibale. Lui prima deve vincere il suo primo, sudatissimo, Tour de France.

Intanto che il Cannibale macina chilometri con il gruppo e la Francia lo guarda passare, è domenica mattina anche a Londra e le stradine immerse nel verde di Barnet, nel nord della città, sono deserte come tutte le domeniche. Manca ancora un’ora a mezzogiorno e nonostante il gran silenzio, dalla strada non si può sentire il suono insistente del telefono provenire da una delle stanze di Abbots Mead, una casa di pietra dai muri massicci costruita circa un secolo prima. L’unico che lo può sentire, quel trillo fastidioso, è l’uomo che dorme al secondo piano di quella casa. Anche se non vorrebbe, quella telefonata è la sua sveglia e allungando la mano verso il ricevitore, ancora avvolto nelle lenzuola leggermente sudate, alza la cornetta.
«Ehi! Sei sveglio?», sente dall’altra parte della cornetta rispondendo con un grugnito, «È quasi mezzogiorno, tra mezz’ora sono da te». La voce dall’altra parte della cornetta mente, sia sull’ora che sull’orario del suo arrivo, ma è per dare una mossa all’uomo imbozzolato nelle lenzuola, che intanto sbuffa. Ha 40 anni ancora per qualche giorno, il suo nome è Stanley Kubrick, da mesi sta sognando un Napoleone con la faccia di Jack Nicholson e, nonostante abbia un sacco da fare anche se è domenica, non ha proprio nessuna voglia di alzarsi.

Fa in tempo ad arrivare mezzogiorno ad Abbots Mead, prima che Kubrick si decida ad alzarsi e a fare il caffè che si berrà, come al solito, con il suo autista italiano Emilio. A una decina di chilometri dalla sua casa di pietra, all’interno dei Twickenham Studios, stanno arrivando alla spicciolata un bel po’ di persone. Nell’aria c’è tensione. Stanno per proiettare per la prima volta Let It Be, il documentario sull’ultimo concerto dei Beatles, il gruppo più celebrato della storia del pop, quello che hanno inscenato sul tetto del palazzo della Apple Production, al 3 di Saville Road. I primi ad arrivare sono Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr, con le rispettive mogli e fidanzate. Ci sono persino Harold e Louise, i genitori di George. La proiezione è prevista per le 14. Il montaggio finale ha richiesto mesi e dura più di due ore. Stanno per chiudere la porta dietro di sé quando arrivano anche i due ritardatari, John Lennon e Yoko Ono. Lei ha al collo una macchina fotografica. Qu…

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