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Ep3 – Una mattanza senza verità

Cuando llueve oigo tu voz
me parece oír tu voz tu risa
entre la lluvia

Mirtha Luz Perez Robledo,
La muerte no es todavía una fiesta

Città del Messico è considerata da giornalisti e attivisti per i diritti umani un rifugio sicuro. In questa megalopoli si era trasferito per qualche mese, dopo l’uccisione dei suoi colleghi nell’estate del 2018, il giornalista Francisco Romero, poi tornato a Playa del Carmen dove è stato ammazzato nel maggio del 2019. Ci ha vissuto per qualche settimana anche Pedro Canché, dopo nove mesi di carcere inflittigli per aver raccontato le proteste della popolazione di Felipe Carrillo Puerto contro l’aumento del costo dell’acqua. Era il giugno del 2015. In quello stesso mese anche il fotoreporter Rubén Espinosa decideva di lasciare Xalapa, capitale dello stato di Veracruz, dove viveva e lavorava, per Città del Messico. Come lui, all’inizio del 2015, Nadia Vera, antropologa, artista e attivista nei movimenti studenteschi aveva preso la stessa decisione.


Il Veracruz di Javier Duarte de Ochoa, al potere dal 2010 al 2016, era controllato da gruppi criminali impegnati nel traffico di droga e di persone. Uccisioni e sparizioni forzate erano all’ordine del giorno. Quello di Duarte era un governo repressivo e corrotto, segnato da un apparato di sicurezza infiltrato dal crimine organizzato. È in questi anni che sono esplosi gli episodi di violenza nei confronti dei giornalisti. Secondo i dati diffusi da Artículo 19, ong che lavora in difesa della libertà di informazione e di espressione, il Veracruz di Duarte è stato uno dei territori più pericolosi del Messico per la stampa: sui 131 omicidi registrati in tutto il Paese a partire dal Duemila, 26 sono avvenuti nel Veracruz e 16 di questi sono stati commessi durante il suo mandato. Nel 2015, anno in cui Vera ed Espinosa scappano a Città del Messico, la violenza aveva raggiunto un picco rispetto agli anni precedenti: 67 aggressioni, tra cui 29…

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