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Una romana a Barcellona

Al secondo piano della Loggia del Grano, nel cuore pulsante del Festivaletteratura di Mantova, in una sala affrescata che ha tutta l’aria di arrivare dritta dritta dal Cinquecento, Evgeny Morozov e Francesca Bria stanno finendo di rispondere alle domande di un intervistatore. Si sentono solo le voci: quella del giornalista che fa le domande, in italiano, quella dell’interprete che le traduce, quella di Morozov, sempre in inglese, che risponde.

Sono anni che cerco di intervistare il sociologo bielorusso. Ci siamo sfiorati tante volte. Ma questa volta, se sono fuori da questa affascinante sala affrescata ad aspettare da quasi mezz’ora non è per lui, ma per lei, Francesca Bria, romana adottata prima da Londra, dove ha studiato e ha maturato le prime esperienze importanti nel settore della gestione delle politiche dell’innovazione, e poi da Barcellona, la capitale catalana la cui sindaca, Ada Colau, l’ha voluta proprio per il suo lavoro.

Parla veloce, Francesca Bria, e con gli occhi fissi, concentrati e sicuri. Ogni tanto deve fermarsi un attimo, cercare una parola, come fanno quelli che sono lontani da casa da anni e ormai sono avvezzi a parlare in altre lingue che non sono l’italiano. «Sono stata molti anni in Inghilterra, quasi nove», mi inizia a raccontare, quando le chiedo, per rompere il ghiaccio, cosa diavolo ci fa una romana a Barcellona.

«Prima ho fatto il dottorato all’Imperial College», continua, «poi ho lavorato per l’Agenzia di Innovazione del governo inglese che ora è diventata autonoma e si chiama NESTA e dirigevo uno dei progetti più grossi europei sulla democrazia digitale, sulla democrazia partecipativa attraverso le piattaforme digitali e un giorno mi ha chiamata la sindaca di Barcellona e mi ha chiesto di andare a lavorare per loro».

Perché proprio te?
Perché mi sono occupata molto, come dicevo, di democrazia partecipativa, che era un po’ il cuore del progetto politico di Barcellona e avevo scritto un rapporto sia per la commissione europea che per la sindaca di Madrid sul ripensare la Smart City. Se mi ha chiamato dunque è proprio per mettere in pratica le mie idee, perché la loro intenzione era quella di mettere la tecnologia al servizio dei cittadini.

Una donna giovane che si occupa di tecnologia per conto di uno dei comuni più importanti d’Europa. Che differenza c’è tra l’Italia e l’estero nel tuo campo?
Penso che fuori ci sia un po’ più spazio per le donne e per i casi come il mio, di stranieri che si occupano di amministrazione. In Inghilterra ci sono molti più stranieri. A Barcellona invece sono l’unica straniera nel governo catalano. Però è vero, è un un settore in cui le donne sono decisamente una minoranza. Fuori quindi sì, c’è più spazio, ma soprattutto il…

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