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Vite - Il podcast

Raccontare la pandemia è difficile: davanti a noi abbiamo un virus, quindi un nemico invisibile ai nostri occhi. Quello che vediamo sono le conseguenze che il Covid-19 ha sulle persone.

In questi mesi il nostro immaginario si è riempito di letti d’ospedale, medici e infermieri dentro le tute, con le mascherine e i guanti, che curano le persone o che si addormentano sulla scrivania dopo ore e ore di lavoro, balconi con il tricolore e la musica. Abbiamo in mente le bare di Bergamo, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte che parla a reti unificate e i numeri dei morti che giornali telegiornali pubblicano ogni giorno nel triste bollettino.

Essere un reporter e raccontare questo momento è complesso perché ogni aspetto della vita è collegato al Covid, e soprattutto la stampa sembra essersi dimenticata di tutto quello che avviene nel mondo e non lo è.

Nei mesi scorsi sono stato a Lesbos, ho percorso la Rotta Balcanica, sono stato a Lampedusa, a Rosarno e a Ventimiglia. Ho raccontato le migrazioni come prima della pandemia; ma tutto, in qualche modo, era legato al Coronavirus: distanziamento e contagio venivano resi protagonisti anche quando il problema erano 11.000 persone sfollate lungo la strada dopo l’incendio del campo di Moria, dopo mesi di lockdown.

Viaggiare è diventato più costoso e difficile, e questo mi ha riportato a fare il mio lavoro più vicino, sotto casa, nelle periferie e tutto quello che ad esse è legato. Mi sono fermato, gli aerei e i treni sono diventati l’automobile e le scarpe. E così, dopo anni lungo le frontiere d’Europa, sono tornato a raccontare quello che avveniva vicino a me, sotto casa e poco più distante. Ho scelto di farlo lentamente, cercando di raccontare l’Italia in questo momento, con le paure, le speranze, ma soprattutto le vite di persone normali.

Le nostre vite sono indiscutibilmente cambiate, iniziando dalle parole che usiamo: DAD, Smart Working, Focolaio, DPCM, lockdown e tanto altro. Alcune sono sostanzialmente nuove, mentre altre le usavamo poco e in momenti specifici. Il bollettino del telegiornale, i DPCM, le foto del personale sanitario sono solo lo sfondo di questo racconto collettivo.

Il podcast “Vite” nasce così, dal giornalismo lento che sembra quasi una ricerca sociologica sul campo, che ha il Covid come spartiacque nella vita delle persone.

Chi si è fermato, chi ha accelerato, chi ha dovuto cambiare completamente: questo virus ha colpito tutte e tutti, ma ognuno in modo diverso. Insegnanti, cantautori, artigiani, medici, rider, allevatori, ristoratori e tanto altro: 10 puntate attraverso le quali raccontare quello che i giornali mainstream chiamerebbero “il Paese reale”, ma che sono solo lo spaccato dell’Italia in questo momento. Un progetto che incontra e sposa perfettamente la filosofia di Slow News, che ha deciso di ospitarlo nella sezione Il Mondo Nuovo.

In un giornalismo che fatica a riconoscere le disuguaglianze sociali, “Vite” mette al centro anche questo aspetto. Perché lo slogan “restate a casa” era giusto, ma per alcuni ha voluto dire perdere il lavoro, per altri stare a casa con il marito violento e per altri ancora dover fare video riunioni in 40mq alla presenza di altri familiari, magari anche loro collegati, oppure un figlio che fa lezione.

Del lockdown e del virus sappiamo molto; questo lavoro vuole raccontare quello che c’è stato prima, e soprattutto quello che le persone sperano ci sia dopo.

Ascolta le loro voci.