Respirare la guerra
Dalla missione nei Balcani alla diagnosi di tumore, il caso di Emerico Maria Laccetti è il filo che unisce scelte militari, silenzi istituzionali e conseguenze che durano decenni.
Dalla missione nei Balcani alla diagnosi di tumore, il caso di Emerico Maria Laccetti è il filo che unisce scelte militari, silenzi istituzionali e conseguenze che durano decenni.
Malattia, guerra, giustizia e silenzio: storie diverse che si intrecciano nel corpo di un soldato. Un uomo che diventa prova, aule dei tribunali suppliscono alla scienza, territori che restano contaminati.

Ci sono giorni che segnano il confine tra il “prima” e il “dopo”. Per il Comandante Emerico Maria Laccetti, quel giorno non arrivò sotto il fuoco nemico, ma nel salotto di un amico, mentre riparava un impianto elettrico.
Era la fine del 1999. Laccetti, 36enne nel pieno delle forze e comandante di un contingente della Croce Rossa Militare appena rientrato dai Balcani, fece un respiro profondo e si bloccò. L’aria non entrava. «Sai, quando faccio un bel respiro mi blocco, non riempio bene il polmone», disse all’amico. Una battuta per sdrammatizzare che lo convinse però a farsi visitare.
Pochi giorni dopo il tecnico radiologo uscì dalla stanza dopo averlo fatto passare sotto ai propri macchinari. Era scuro in volto, ricorda Laccetti. «Non chiedermi niente, devi parlare con il medico». L’esame aveva mostrato una massa tumorale enorme: 24 centimetri per 12, con un diametro di 14, che comprimeva il cuore e i vasi sanguigni. Laccetti ricorda bene il responso del medico: «Passa bene questo Capodanno, perché quest’altro anno non so se ci stai».
A distanza di quasi trent’anni Laccetti non solo è vivo, ma rappresenta anche un simbolo di una causa medica e militare che affonda le proprie radici in uno dei conflitti più brutali dei tempi moderni, e che ha attraversato lentamente le istituzioni italiane fino ai loro massimi vertici. Un calvario sanitario e giudiziario che avrebbe scoperchiato uno dei segreti più tossici della storia recente della NATO: l’uso indiscriminato dell’uranio impoverito.

Per capire il dramma di Laccetti, bisogna tornare a Kukës, al confine tra Albania e Kosovo, nella primavera del 1999. Laccetti comandava un ospedale da campo per i profughi, a poche centinaia di metri dalla zona di guerra. Ricorda vividamente l’ultimo giorno di bombardamenti massicci.
«Osservavamo questo bombardamento come fosse la festa di Capodanno. Dalla cima dei container guardavamo basiti la guerra nel suo atto finale e più violento. Venivamo investiti da queste ondate dello spostamento d’aria».
Ma c’era un dettaglio stonato in quella “festa”. Un dettaglio che, col senno di poi, suona come una condanna. Mentre i soldati italiani operavano in maniche corte sotto il sole estivo, i loro alleati americani si comportavano diversamente. «Era atipico il fatto che ci stavano forze armate americane completamente bardate, completamente coperte mentre noi andavamo in giro a maniche rialzate».
Quando Laccetti segnalò l’anomalia, la risposta dei funzionari della Farnesina fu sprezzante: «Vabbè, ma quelli sono americani, lo sai, sono un po’ “sboroni”». Nessuno disse agli italiani che quei proiettili che piovevano a pochi chilometri erano pieni di uranio impoverito.
«Da Comandante è questo che mi fa soffrire: se fossi stato informato in tal senso avrei protetto i miei uomini. E invece non potei farlo perché non lo sapevo». Laccetti non fu l’unico del suo contingente ad ammalarsi, e oggi è uno dei pochi che può raccontarlo.
Il proiettile “perfetto”
L’uranio impoverito è il rifiuto dell’industria nucleare, un metallo denso, scarto dell’arricchimento dell’uranio. Per i militari è il materiale dei sogni: in quanto rifiuto costa pochissimo, è estremamente denso e per questo penetra facilmente le corazzature nemiche e, soprattutto, è piroforico. E dunque quando impatta contro un bersaglio duro, brucia, polverizzandosi. Può essere usato anche per i rivestimenti, ad esempio dei carri armati, per renderli più resistenti.
Ma è qui che nasce l’orrore. L’impatto crea un aerosol, ossia una nuvola di polveri sottilissime, invisibili e pesanti. Se si respira il pulviscolo, le sostanze tossiche si fissano nell’organismo e continuano a emanare radiazioni. Non serve essere colpiti direttamente, basta respirare l’aria dopo l’esplosione o stare a contatto con un relitto o un terreno contaminato.
Ma all’epoca i vertici militari conoscevano questi rischi? Alcuni documenti suggeriscono di sì.
I manuali NATO dell’epoca avvertivano chiaramente i soldati di stare lontani dai mezzi colpiti e di indossare protezioni respiratorie entro i 500 metri dalle zone d’impatto. Ma evidentemente non tutti erano stati informati. Certamente non Laccetti, non i suoi uomini né altri soldati italiani che erano al fronte. E certamente non la popolazione civile.
La diagnosi di Laccetti fu impietosa: un linfoma non-Hodgkin aggressivo, una massa enorme che schiacciava i vasi sanguigni vitali. Una situazione gravissima. Ma fu l’analisi dei tessuti a rivelare la firma della guerra.
Nel tumore di Laccetti, e successivamente nel carcinoma renale che lo colpì nel 2018, i medici trovarono qualcosa che in natura non dovrebbe esistere. «Hanno trovato delle sostanze che sembravano ceramica perfettamente tondeggiante, come se io fossi stato dentro un altoforno» racconta. Quelle sfere – spiega – sono la prova regina: si formano solo a temperature elevatissime, quelle generate dall’impatto di un proiettile all’uranio. Laccetti aveva respirato la guerra, e la guerra gli era cresciuta dentro, cristallizzata in particelle microscopiche che il suo corpo non poteva espellere.
Questa serie è prodotta grazie al supporto di Journalismfund Europe
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Malattia, guerra, giustizia e silenzio: storie diverse che si intrecciano nel corpo di un soldato. Un uomo che diventa prova, aule dei tribunali suppliscono alla scienza, territori che restano contaminati.

Dalla missione nei Balcani alla diagnosi di tumore, il caso di Emerico Maria Laccetti è il filo che unisce scelte militari, silenzi istituzionali e conseguenze che durano decenni.