contenuto
s. m. [dal lat. contentus, part. pass. di continēre, “contenere”] <konˈtɛnuto> 1. ciò che è contenuto in qualcosa. Definizione base, neutra, apparentemente inoffensiva. Ma oggi il c. è diventato il prodotto simbolo di un fluido incessante, monetizzabile. Un termine passepartout che assorbe tutto e tutto appiattisce: articoli, video, podcast, post, meme, stories, newsletter. 2. nella retorica del marketing, il c. è re. Ma la sovrabbondanza ha trasformato la presunta regalità in inflazione. Tutto è c., quindi nulla ha più peso specifico. Il valore viene misurato in visualizzazioni, click, like, condivisioni, tempo di permanenza. L’obiettivo non è comunicare, informare, creare relazione, ma (in)trattenere. 3. nell’industria del giornalismo, parlare di c. è già una resa. È il momento in cui un pezzo, un reportage, un’inchiesta smettono di essere tali e diventano “pezzi di contenuto”, da impacchettare, ottimizzare, distribuire, sponsorizzare. c. È il lessico dell’algoritmo, non della cura. 4. l’uso indiscriminato del termine riduce la complessità a commodity. Se tutto è c., niente è responsabilità. Se tutto è c., anche la verifica è opzionale. 5. in Slow News, ogni parola è scelta. Ogni c. è forma e sostanza, tempo e attenzione, scelta politica. Per questo non lo chiamiamo c..