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Soprattutto meno

«Abbiamo lanciato un sondaggio aperto per capire come il pubblico vorrebbe il giornalismo».
«Sì, ma quale pubblico?»
«Il pubblico che è sufficientemente interessato al giornalismo da prendersi la briga di rispondere a un sondaggio per cambiarlo in meglio».
«Ma perché mai bisognerebbe cambiarlo, questo giornalismo?»
«Per tanti motivi. Il primo è che versa in uno stato di crisi permanente, di cui tutti sono consapevoli e di cui tutti parlano. Il secondo è che le soluzioni proposte fin qui non stanno funzionando (vedi per esempio questa animazione qui). Il terzo è che quando quel che si è sempre fatto non funziona più, allora è il momento di cambiare».

«E non potremmo tassare di più Facebook e Google?»
«Sì, certo, ma tanto per cominciare non è una soluzione che possiamo praticare noi. È un problema di antitrust a livello globale, quello con cui vanno trattate le grandi aziende come quelle due. E nell’attesa che qualcuno ci pensi e che poi si pensi anche a come ridistribuire, eventualmente, i proventi di quelle tasse – che non è uno scherzo –, non possiamo stare a guardare».
«E se tassassimo le persone che usano i devide elettronici?»
«Ancora? Ancora di più? Oltre al prelievo che già avviene per la copia privata
«Quindi voi pensate di aver la soluzione in mano e di poter insegnare a tutti come fare?»
«No. Anzi. Pensiamo che la soluzione non esista e che ce ne siano tante diverse. E pensiamo che una soluzione sia ascoltare il pubblico interessato al giornalismo, per rimetterlo al centro del progetto giornalistico».

E così abbiamo fatto. Il sondaggio è permanente e si può partecipare in qualunque momento.

Se vuoi partecipa al sondaggio anche tu: come cambiare il giornalismo?

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Che cosa dicono i risultati del sondaggio?

Come avrai visto, nel sondaggio ci sono tre domande aperte. Questo significa che un’analisi quantitativa con i grafichetti che piacciono tanto a tutti – e che spesso risultano riduzionisti, troppo semplificanti rispetto alla complessità del tema – è molto complicata, anche se gli strumenti di analisi offrono, per esempio, le cosiddette tag cloud. Cioè, le nuvole di parole più usate. Ma noi preferiamo rendere conto della complessità con un discorso più articolato.

Questi sono gli argomenti che emergono dal sondaggio, in cui il cuore è, sostanzialmente: «Quali argomenti dovremmo trattare di più? Di cosa dovremmo parlare?»

  • lavoro (occupazione)
  • politica internazionale / analisi politica indipendente
  • geopolitica
  • economia
  • ambiente / difesa del territorio
  • tecnologia / innovazione / digital
  • cultura
  • diritti
  • volontariato e terzo settore
  • infrastrutture / mobilità
  • patrimonio artistico
  • italiani che emigrano
  • bellezza del mondo
  • filosofia
  • minoranze dal punto di vista delle minoranze
    bioetica ed etica della tecnologia
  • esempi virtuosi
  • anticapitalismo
  • qualità del tempo libero
  • intelligenza emotiva educazione riflessioni su mondo lavoro più umano
  • le “nuove idee” . Il mondo della progettazione (ricca di menti giovani nutrita da mentori meno giovani)
  • fatti e mappe del potere nell’ambito digitale
  • Yemen
  • femminismo
  • parità di genere
  • nuovi modelli di vita
  • sottobosco di nuovi social
  • la solitudine di chi deve affrontare malattie gravi e viene lasciato solo nelle proprie difficoltà
  • arte
  • sanità mentale
  • agricoltura
  • futuro

«Ah, che bei risultati, avete scoperto l’acqua calda. Queste sono cose che nel giornalismo ci sono già! Dappertutto!»
«No. O meglio: sono cose che diventano notizie quando c’è qualche elemento eccezionale, di novità, di traino, di gancio, che ti dà la possibilità di fare un titolone, di urlare un po’ più forte. Vuoi un esempio? Il cambiamento climatico è diventato una notizia perché c’era un personaggio su cui concentrare la copertura giornalistica. Trovalo adesso, sui giornali italiani».

E infatti, quello che emerge da questo elenco non è tanto l’importanza dei temi (che pure, come si può vedere, sono tanti e variegati, a dimostrazione del fatto che le persone non vogliono per forza il gossip, le breaking news, la cronaca nera. Anzi: questi tre elementi sono i grandi assenti dalle risposte che abbiamo ottenuto). No. Quel che importa è che nelle risposte discorsive ci sono un sacco di «non come si fa adesso».

Leggiamone alcune insieme:

«Vorrei che si parlasse di più delle storie delle persone e delle loro vite in relazione a macro temi socio-economici. Storie senza pretesa di verità assoluta, ma che cerchino di rappresentare la complessità dello spettro sociale italiano»

Nel giornalismo, oggi

«Ci sono molte opinioni, meno fatti, zero motivazioni. Questo riduce l’utilità del prodotto: non serve a fare valutazioni né prendere decisioni».

In molti chiedono notizie rilevanti. Un che senso?

«Notizie importanti, internazionali e utili per il futuro dell’umanità»

«Storie di resistenza, di successo; storie di chi sta vincendo la “crisi”. Mi piacerebbe, inoltre, leggere storie di sport più profonde, più ricche, meno infarcite di veline dagli uffici stampa di squadre, società o federazioni»

«Gli esempi positivi: leggere che tutto va male deprime, ricevere consigli su come non sbagliare o su come fare meglio è stimolante.»

«Educazione alla fiction (tradizioni orali, racconti, miti, storie).»

«Meno protagonismo (anche lessicale e linguistico) e più ascolto dei lettori.»

«Non sono importanti le reazioni dell’opposizione, le diatribe, il battibecco, gli attacchi su Facebook.»

A dimostrazione di questo, c’è chi dice che

«I temi ci sono. Il problema è come se ne parla. Per esempio, quando si parla di lavoro, parlare delle condizioni e della qualità, non solo dei numeri di occupati/disoccupati. Parlare di esprienze virtuose e positive, di cui spesso non c’è traccia. Si parla poco di quello che l’Europa fa effettivamente per noi. Sembra ancora qualcosa di lontano, elitario, burocratico. Cambiare la narrazione sull’Europa credo sia importante».

E chi pensa che abbiamo un problema nella classe dirigente, tant’è che propone di raccontare

«Analfabetismo funzionale dentro le redazioni, nelle aziende e soprattutto nei luoghi di dirigenza sia privati sia pubblici»

E poi:

«Storie di ispirazione tutte italiane, di giovani o adulti. Articoli di approfondimento politico serio, con fondamenti anche storici/sociologici e non solo ancorati alla dichiarazione del momento. Inchieste su ciò che non funziona nel nostro paese, in un’ottica di giornalismo d’indagine. Interviste a esponenti della società che hanno qualcosa di positivo da dire»

E ancora:

«Il rapporto tra poltica, informazione, e social network; il precariato giovanile; l’abbadono scolastico; l’anti-scientismo purtroppo sempre più dilagante.»

«La vita passata e presente dei cittadini che da altre parti, sono venuti da noi. Conoscere è stroncare la diffidenza e la paura che qualcuno alimenta.»

«La cultura, ma quella che va oltre la famosa casa editrice che promuove il libro del momento visibile in tv o sentito in radio. La cultura prodotta anche dai giovani e piccoli scrittori, la cultura dei luoghi nascosti ma magari ricca di significato, di spunti di riflessione e conoscenza»

«Potrebbe essere interessante avere delle ricostruzioni storiche sugli eventi odierni, credo si presti bene allo slow journalism»

«Per me l’importante è che si cerchi di parlare di tutto ciò di cui vale la pena parlare, mettendo invece da parte le polemiche sterili. parlare del mondo che cambia e che si evolve anziché del mondo che ristagna nel vecchio o, peggio, si involve».

E infine, il tema cruciale, quello che, nell’era della sovrabbondanza dei contenuti, dovrebbe aiutarci davvero. Perché se c’è troppo, allora qual è l’unico vero modo per distinguersi? È fare meglio di tutti gli altri quello che si fa. E per farlo bisogna fare meno.

«Soprattutto meno».

In conclusione?

In conclusione, se pensiamo che il giornalismo abbia una funzione specifica – contribuire alla costruzione di anticorpi sociali, alla creazione di cittadine e cittadini più informati, essere una colonna portante della democrazia – la strada che ci indica il pubblico di quel giornalismo è ben delineata, luminosa e piena zeppa di grandi possibilità.

(La redazione di Slow News)

[L’immagine è di Hello I’m Nik su Unsplash]

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