Il monologo di Sanremo è un format

Antonio Pavolini, a proposito dei monologhi di Sanremo, scrive: «Nessuno, proprio nessuno che si chieda come mai, in quel momento e su quel palco, si svolgano delle cose che chiamiamo “monologhi”. E ancora: con quale logica. con quale modello economico. che tipo di leve, emotive e razionali, esercitino. No, siamo qui a discutere nel merito, finendo per legittimare il metodo».

Ella Marciello, prima di analizzare il monologo di Chiara Ferragni nel merito,
ha proposto proprio un’analisi di metodo: «dovremmo interrogarci come collettività molto a fondo sul perché la presenza delle donne debba costantemente essere motivata e giustificata. Perché le loro parole debbano avere dieci strati di lettura, debbano contenere messaggi importanti e una intrinseca pesantezza emotiva».

In generale, quel che succede sul palco dell’Ariston ha grande risonanza perché raggiunge, bene o male, almeno 10 milioni di persone più tutte quelle che si guardano le varie parti in differita, che le commentano sui social, al bar, sui giornali.

Sanremo ha oscurato persino il terremoto in Turchia e Siria, persino il delirio sull’insegnare a sparare nelle scuole.

Attraverso il formato-monologo, dal Festival – che non è solo canzonette – arrivano messaggi riproduttivi della cultura dominante. Arrivano anche messaggi estremamente condivisibili, per me che scrivo, sui temi dei diritti civili.

Difficilmente ne arriva uno sul tema cruciale della nostra contemporaneità: il fallimento del capitalismo. Il sistema di riproduzione delle disuguaglianze (vedi, per esempio, il pezzo su povertà e precari che abbiamo pubblicato nel nostro progetto A Brave New Europe).

E questo perché Sanremo è, oltre a un evento pop, anche un perfetto motore riproduttivo di disuguaglianze.

Fortunatamente, lo spazio della conversazione pubblica oggi consente anche di spacchettare i suoi messaggi e analizzarli, per chi ne ha voglia

Cose che restano

Cose che meritano di non essere perse nel rumore di fondo della rete, che parlano di oggi e che durano per sempre
  • Audio
    Audio
    16 ore fa
    4 anni di guerra in Ucraina

    Il 24 febbraio del 2022, pochbe ore dopo l’inizio dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, la BBC lanciava un instant-podcast dedicato alla guerra in Ucraina chiamato Ukrainecast. In quelle ore la sensazione era che quella guerra non sarebbe durata a lungo. Da una parte sembrava imponente la forza dispiegata dall’esercito di Putin, dall’altro non sembrava […]

  • Video
    Video
    2 giorni fa
    Il mondo dei segni

    Poco prima di morire, il 16 febbraio del 2016, Umberto Eco aveva lasciato come sua ultima volontà, almeno dal punto di vista accademico, che non venissero organizzati convegni in sua memoria per dieci anni dalla sua morte. Ora, che quei dici anni sono passati, ci si aspetta un fiorire di eventi per ripercorrere il suo […]

  • Articolo
    Articolo
    7 giorni fa
    Appunti dalle Utopiadi di Milano

    La cosa che resta di oggi è un ragionamento che parte da una bella esperienza che si è svolta a Milano tra il 6 e l’8 febbraio, in concomitanza con l’avvio delle Olimpiadi invernali, ma che è stata in gran parte ignorata dai media: le Utopiadi. In quei giorni, una comunità di collettivi ha organizzato […]

Leggi tutte le cose che restano