Smettere di finanziare la guerra

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Il primo quarto di questo XXI secolo, che si è appena chiuso con la fine del 2025, è stato segnato, a livello mondiale e in maniera incontrovertibile, da una costante: dall’Iraq all’Afganistan, dallo Yemen alla Libia, dal Pakistan alla Corea, dalla Siria all’Ucraina fino alla Palestina, senza dimenticare i conflitti interni nelle Afriche, questo nuovo millennio è fitto di guerre, quasi tutte ancora in corso.

In questa cornice bellicosa si inserisce anche la svolta bellicista di mezza Europa che sta disinvestendo da ogni aprte per spostare soldi su armamenti di ogni tipo. A muovere da sempre la macchina della guerra è l’economia e, paradossalmente, i primi investitori dell’economia di guerra rischiamo di essere proprio noi e i nostri conti correnti, aperti in banche che investono proprio su quel settore.

La relazione del 2025, che rispecchia gli investimenti in armi delle banche che operano in Italia è impressionante. La si può scaricare da qui e ogni anno raccoglie i «dati ufficiali diffusi dall’organo preposto, cioè dal governo, quindi dati non smentibili che riguardano specificamente l’ammontare delle attività degli istituti bancari nell’esportazione di sistemi militari italiani».

Ma la cosa che resta di oggi non è una lista e non è del 2025, è un articolo ed è del 1991 (anche se sembra scritto oggi). L’ha scritto Alexander Langer, si intitola Non più crediti (involontari) di guerra, ma dividendi di pace e lo potete leggere integralmente qui

Foto | Atlante delle guerre e dei conflitti nel mondo

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