Ep. 02

Le immagini di copertura

La scelta, il rifiuto. Il rapporto col mondo.

Slow News. Il primo progetto italiano di slow journalism.
Dalle nostre serie Serie Giornalistiche
Uno come noi. Militare la nonviolenza

La nonviolenza è il mettersi al centro per attirare, non per guidare.

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Tutto quel che avevo era un numero di telefono, con il prefisso di Firenze. Perché qualcuno aveva deciso di comunicarmi quelle cifre in sequenza? «Credo che sia importante per la tua generazione raccogliere la sua eredità culturale, per capire come le forme di lotta del passato possono insegnarci qualcosa per il futuro» mi spiegò chi mi diede quel numero.

Alla fine, titubante, avevo telefonato. Pietro Pinna rispose. Una settimana dopo ero a casa sua, seduta di fronte alla sua poltrona, con una fotocamera su un cavalletto universale che avevo trovato da qualche parte. Non una grande attrezzatura, a ripensarci.

Avevo poche domande, volevo che fosse l’intervistato a parlare, a spiegare, a focalizzarsi sui temi più profondi. Così fece. Era stato un pilastro del Movimento Nonviolento, organizzatore delle prime marce della pace, stretto collaboratore di Aldo Capitini, ma di questo non parlammo: quello che sapevo io prima di quell’intervista, quello che avevo scoperto online e di cui volevo che mi raccontasse, era un’obiezione di coscienza, il rifiuto di collaborare al “servizio dell’uccisione militare”.

Quella mattina di ottobre Pietro Pinna rispose alle mie curiosità: il rapporto con la sua famiglia dopo la sua scelta e durante la detenzione, le aspettative sul riconoscimento dell’obiezione di coscienza, le reazioni dei partiti. E poi gli chiesi se per favore potesse parlarmi di qualcosa a cui teneva, che gli importava comunicare, che pensava che la mia generazione dovesse sapere.

E lui mi raccontò la nonviolenza.

Ero rapita dalle sue parole. Lo ascoltavo mentre spiegava, saggiando la mia comprensione a ogni passaggio. Usava parole semplici, proponeva concetti di sintesi, così chiari e così profondi, enfatizzando il discorso con la persuasione in fondo agli occhi, severi e dolci insieme.

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Pietro Pinna durante l'intervista

Se, invece di restare concentrata sul suo sguardo, avessi controllato la fotocamera, mi sarei evitata la sorpresa in serata.

Ancora carica dall’esperienza, scarico il girato sul computer, calzo le cuffie e inizio a riguardare. La luce è buona, l’audio potrebbe essere migliore: mi comprerò un microfono, o magari una videocamera, invece di questa macchinetta. L’inquadratura mi piace, certo, è un po’ statica, ma è comunque un’intervista, basterà aggiungere i sottotitoli. La tranquillità dura pochi minuti, i minuti che sono bastati all’obbiettivo per scivolare definendo una nuova inquadratura, quella delle ginocchia dell’intervistato. Scorro veloce il video: nessuna speranza, tolti i primi minuti, il resto dell’intervista mostra poltrona, gambe, ciabatte e pavimento.

E adesso?

Devo rimediare. Riascolto l’intervista, sbuffo, mi serve una soluzione: certo non rinuncerò a pubblicare il video. E allora mi metto a cercare immagini di copertura. Finché si parla dell’obiezione di coscienza, di antimilitarismo, di guerra, la ricerca non è poi difficile: ci sono video di repertorio che mostrano soldati, eserciti, bombardamenti. Ma esiste modo per spiegare per immagini concetti come “disposizione al sacrificio”, “compromesso ma non compromissione”, “gradualità dei mezzi”? Esiste, insomma, una rappresentazione figurativa della nonviolenza?

Una disattenzione, tanto banale quanto evitabile, mostrava chiaramente uno dei problemi della nonviolenza o, meglio, della sua narrazione: l’assenza di un’iconografia.

In realtà, di simboli ne esistono: c’è quello della pace, c’è l’arcobaleno, la colomba, il rametto di ulivo. Rappresentano però il pacifismo, troppo spesso simile al quieto vivere, a un annacquato impegno contro la guerra, a un generale appello a non litigare: la nonviolenza è un po’ più complessa, specie rispetto alla gestione del conflitto. Altra rappresentazione possibile è quella della contrapposizione: il Movimento Nonviolento, ad esempio, usa come simbolo il fucile spezzato. In questo modo non si perde l’elemento conflittuale, quasi eretico, della nonviolenza nella società moderna, ma non si conia una nuova realtà figurativa, ci si limita a descrivere l’opposizione alla violenza.

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Il fucile spezzato, simbolo della nonviolenza

Mostrare la violenza è in effetti più facile: la violenza è intuitiva e conosciuta, basta disegnare un’arma, mostrare un soldato, stilizzare una bomba. La nonviolenza è invece controintuitiva e per essere raffigurata richiede uno sforzo di elaborazione e astrazione: se la violenza descrive il mondo com’è, la nonviolenza immagina il mondo come potrebbe essere. Così, il problema resta. Pietro Pinna parla ancora nelle mie cuffie, il suo discorso è importante, d’ispirazione, ma pubblicare il video delle sue ginocchia mi sembra una mancanza di rispetto nei suoi confronti, oltre che una denuncia dell’inettitudine dell’intervistatrice, che poi sarei io. Allora mi accontento, preparo i sottotitoli e metto qualche immagine qua e là, per spezzare il nero che altrimenti caratterizzerebbe la visione: in fondo, parole tanto forti reggono anche con un pessimo video.

Insomma, stilizzare un’utopia è una sfida creativa che a vent’anni risolsi evitando l’imbarazzo di ammettere l’errore nelle riprese e dando importanza all’audio e alle parole. Una sfida elusa, però, ritorna. Sono i primi giorni del giugno 2019 e da qualche ora un manoscritto, il mio, è nella casella mail di effequ, la casa editrice con cui avevo siglato un contratto a inizio anno per pubblicare un libro, un saggio, sulla nonviolenza. Sul titolo ci interroghiamo a lungo e alla fine scegliamo Potere forte. Ma la copertina? Ne parliamo, ne riparliamo, a me sembra di proporre solo cliché: un filo spinato che diventa ramo di ulivo, linee rette che diventano curve, una frattura in un muro, un pugno, una mano tesa. Nulla che renda l’idea: l’idea di fermezza, di verità, di pazienza, di rivoluzione aperta. Alla fine, ça va sans dire, la soluzione arriva dal grafico, Simone Ferrini: a guardare la sua copertina, non mi sembra mica più impossibile l’idea di raffigurare un’utopia.

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