Che cosa ci insegna il caso Nord Stream?

Il Nord Stream è un gasdotto che, da novembre del 2011 fino a settembre del 2022, trasportava gas proveniente dalla Russia in Europa occidentale.

Il progetto nasceva già controverso per ragioni geopolitiche: rappresentava infatti un legame tra Russia e Unione Europea, con una proprietà condivisa tra cinque grandi aziende energetiche (il 51% alla russa Gazprom, poi le quattro europee Wintershall Dea, E.ON, Gasunie ed ENGIE).

A settembre 2022 sono state scoperte tre falle in due delle quattro tubature che compongono il gasdotto e che ne hanno interrotto la funzionalità. A novembre del 2022 si è confermata l’origine dolosa delle falle: esplosivo.

Le parti in causa (stati dell’Unione Europea, Russia, U.S.A., Ucraina) si sono rimbalzate la responsabilità ed è scoppiato, come al solito il tifo.

Il 28 ottobre 2022, il giornalista Stephen Kinzer ha scritto su Responsible Statecraft che «Il sabotaggio del Nord Stream è solo l’ultimo e il più spettacolare esempio di quanto siano vitali i gasdotti per la sicurezza politica ed economica di molte nazioni», ricordando anche vari casi di pressioni politiche per impedirne la realizzazione.

L’8 febbraio 2023 il giornalista investigativo americano Seymour Hersh ha pubblicato un lungo pezzo sul suo Substack, accusando la Casa Bianca di aver organizzato il sabotaggio con la collaborazione della Norvegia.
Il problema principale di quel pezzo è che si basa su un’unica fonte, non rivelata, descritta da Hersh come «fonte a conoscenza diretta del piano operativo» (la traduzione è mia). La Casa Bianca ha negato ogni responsabilità, così come il Ministero degli Esteri norvegese.

L’8 marzo 2023 il New York Times, citando fonti ufficiali U.S.A. e indagini dell’intelligence americana, ha pubblicato un pezzo che attribuisce il sabotaggio, genericamente, a gruppi pro-Ucraina, senza prove di un eventuale coinvolgimento del governo ucraino stesso.

La verità è ancora lontana. Ma questa storia ci insegna già qualcosa. Che non è il caso di tifare ciecamente, quando c’è una guerra che guardi relativamente da lontano. Che non è il caso di aggiungere opinioni alle opinioni. Che è il caso di attenersi ai fatti, e di raccontarli nella maniera più asettica possibile.

 

Cose che restano

Cose che meritano di non essere perse nel rumore di fondo della rete, che parlano di oggi e che durano per sempre
  • Articolo
    Articolo
    2 ore fa
    La paura di essere ebrei

    La cosa che resta che abbiamo scelto oggi è un articolo di David Graeber del 2019 e non riguarda direttamente le orrende notizie che ci arrivano da quella che è ormai una guerra aperta, scatenata dai bombardamenti israeliani e americani sull’Iran e rimbalzata dalla repubblica islamica su tutti i paesi della regione mediorientale, attaccati da […]

  • Articolo
    Articolo
    4 giorni fa
    Il discorso del Presidente

    La cosa che resta di oggi è un discorso che il presidente del Governo spagnolo Pedro Sánchez ha tenuto alla nazione il 4 marzo. Probabilmente ha già fatto il giro del mondo quattro volte, è diventato virale e si è persino memificato, ma, nonostante tutto, verrà dimenticato e sepolto dalla schiacciasassi mediatica che, soprattutto durante […]

  • Report
    Report
    5 giorni fa
    L’Iran dello Scià

    Come si viveva in Iran prima dell’avvento della Rivoluzione Islamica? Ce lo racconta un report di Amnesty del novembre del 1976.

Leggi tutte le cose che restano