Alla fonte del problema

Quando ero bambino e trascorrevo le mie estati a Monforte d’Alba, nelle Langhe, succedeva che dai nostri rubinetti non uscisse più l’acqua. Per l’eterogenesi dei fini tipica dell’infanzia – quella che trasforma un disagio in un’avventura al di fuori dell’ordinario – andare a prendere l’acqua in una fonte pubblica a poche centinaia di metri da casa diventava una sorta di gioco da ripetere più volte durante il giorno. Io e mio nonno partivamo con taniche e borracce per raccogliere l’acqua che sarebbe servita per i vari utilizzi domestici. Mio nonno era stato un ciclista professionista e fra i suoi compiti in corsa c’era quello di riempire e portare le borracce ai capitani. È stato lui, per “deformazione professionale” pioniere alla ricerca delle sorgenti in qualsiasi posto si andasse, a educarmi alla sacralità dell’acqua, alla gioia semplice di fare una conca con le mani e bere. Un paio d’anni fa sono tornato a quella fonte per molte volte salvifica, ho messo in moto la pompa manuale, ma dal rubinetto non è uscita nemmeno una goccia.

È una cosa che sta succedendo sempre più spesso. La carenza idrica è un’emergenza globale che va affrontata al più presto e che deve essere posizionata in testa alle agende dei governi. Se i cambiamenti climatici sono la principale causa delle prolungate siccità e del progressivo scioglimento dei ghiacciai e dei permafrost polari, nelle emergenze idriche vanno considerati molti altri fattori: dagli utilizzi agricoli e industriali sempre più massicci all’inquinamento delle acque superficiali e sotterranee, dalla dispersione dovuta a reti infrastrutturali anacronistiche alle prepotenze delle società private nei paesi in via di sviluppo.

Dalla Bibbia al capitalismo, una prospettiva antropocentrica e proprietaria

wolf-121

Partiamo da una premessa: il rapporto fra le persone e l’acqua non è uguale in tutte le aree del mondo. Se nel mondo continuano a esistere comunità per le quali permane la sacralità dell’acqua molto lo si deve al substrato culturale. Come spiega Dario Casalini in Fondamenti per un diritto delle acque dolci:

«In alcune culture, come quella aborigena australiana, è l’uomo ad appartenere alla Terra le cui risorse sono un dono utile più che un bene oggetto di sfruttamento economico mentre secondo il diritto consuetudinario di alcune tribù africane la terra appartiene agli avi ed è amministrata dai capi tribali nell’interesse delle generazioni future. In molte culture africane la dimensione comunitaria e collettiva prevale sulle libertà e sui diritti individuali. Ciò ha consentito di sottrarre l’acqua da posizioni di dominio soggettivo e di qualificarla come bene inalienabile e indisponibile. Nella tradizione giudaico-cristiana è invece prevalsa un’interpretazione del libro della Genesi della Bibbia (ove sono utilizzati i verbi «dominare» e «soggiogare») che ha enfatizzato il potere di dominio riconosciuto all’uomo sulla terra e sulle sue risorse».

Dal libro della Genesi ad Aristotele, da Cartesio a Locke, il pensiero di matrice giudaico-cristiana è caratterizzato dall’affermazione di diritti di proprietà sull’ambiente e sulle sue risorse. Ogni discorso sull’acqua non può che partire da questa visione del mondo, ideale terreno di coltura per il capitalismo.

We use the 1%

L’acqua è una risorsa finita e in diminuzione e, come tale, non può non suscitare gli appetiti del capitale. Il cosiddetto “oro blu” è il motore occulto delle principali dinamiche geopolitiche mondiali: è per la mancanza di risorse idriche che si combatte ed emigra e sarà sempre di più il possesso di risorse idriche a condizionare la stabilità politica ed economica degli Stati sovrani.

La scintilla dalla quale è scaturita la guerra civile siriana è stata una siccità che ha colpito il paese fra il 2006 e il 2010, in un periodo di forte incremento demografico. Il crollo della produzione agricola dovuto alla scarsità idrica ha fatto raddoppiare il costo dei cereali e ha spinto la popolazione dalle campagne alle città innescando le proteste anti-governative contro Bashar al-Assad.

Secondo i dati 2017 di UNICEF, OMS, UNESCO e FAO sono 2,1 miliardi le persone prive dell’accesso ad acqua potabile gestita in modo sicuro e ben 4,5 miliardi quelle che non hanno accesso a servizi igienici sicuri. Ogni anno 340.000 bambini con meno di cinque anni muoiono a causa di malattie dovute a carenze idriche o acque non trattate. L’80% delle acque utilizzate per scopi industriali e domestici vengono rilasciate negli ecosistemi senza essere trattate o riutilizzate. Insomma se le carenze idriche sono un problema montante nel mondo occidentale, nel resto del Pianeta l’emergenza è aperta da tempo.

C’è una sola strada da percorrere: quella del risparmio. Ben vengano, dunque, le campagne per il risparmio idrico fra le mura di casa, tutte le iniziative volte ad accrescere nella cittadinanza la consapevolezza della preziosità dell’acqua e della necessità di non sprecarla in tempi di carenze, ma bisogna che sia altrettanto chiaro che non sarà la cittadinanza a evitare che i nostri rubinetti rimangano a secco.

I dati percentuali sull’utilizzo domestico ci consentono di parafrasare il noto We are the 99% e capovolgerlo in We use the 1%. Prendiamo i dati sulla captazione idrica del 2015 negli Stati Uniti (fonte: U.S. Geological Survey): il 41% delle acque superficiali o sotterranee prelevate viene utilizzato per la produzione di energia nelle centrali termoelettriche, il 37% per l’irrigazione agricola, il 12% per utilizzi pubblici, il 5% in campo industriale, il 2% nell’acquacultura, l’1% nell’allevamento, l’1% nell’industria mineraria e l’1% nell’utilizzo domestico.

Su 100 litri estratti soltanto uno viene utilizzato per cucinare i nostri alimenti, per idratarci, per lavare i nostri corpi, stoviglie e capi d’abbigliamento. We use the 1%, noi usiamo l’1%. Spetta al restante 99% la parte maggioritaria nell’opera di risparmio idrico fondamentale in un mondo diretto verso criticità climatiche e ambientali dagli esiti imprevedibili.

Metriche della diseguaglianza

Secondo i dati Aquastat della FAO in Benin, Repubblica Centrafricana e Rwanda vengono utilizzati circa 17 m³ d’acqua all’anno per abitante considerando tutti gli utilizzi (domestici, agricoli e industriali). Ciò significa che gli abitanti di questi tre Paesi africani hanno a disposizione 46 litri d’acqua il giorno, vale a dire il consumo di un ciclo di una moderna lavastoviglie e di due tirate dello sciacquone. La media degli Stati Uniti è di 1543 m³ all’anno pro capite, più del triplo rispetto alla Cina (425 m³) e Russia (425,2 m³). In Italia la captazione annua media pro capite è di 899,8 m³, quasi il doppio rispetto alla Francia che si ferma a 475,6 m³.

Il rapporto fra il dato degli Stati Uniti e quello di Benin, Repubblica Centrafricana e Rwanda è di 90 a 1. Se pensiamo a quanto sia importante l’acqua per il sostegno a settori strategici come agricoltura, industria e sanità possiamo facilmente comprendere la portata delle diseguaglianze, le motivazioni di chi si spinge verso l’Europa per trovare un futuro più dignitoso o per mera sopravvivenza.

Ci può essere acqua senza insediamenti umani nelle vicinanze, ma non possono esserci insediamenti umani lontani dall’acqua, è sufficiente questa elementare constatazione per mandare a carte quarantotto qualsiasi slogan sulla falsariga dell’abusato “aiutiamoli a casa loro”.

L’era dell’abbondanza è finita. Le prolungate siccità e il progressivo scioglimento dei ghiacciai rischiano di creare crisi idriche a latitudini fino a poco tempo fa inimmaginabili. Non è allarmismo, ma la mera constatazione della realtà dei fatti.
Nell’ultimo decennio gli episodi di siccità in Portogallo, Spagna, Italia e Grecia si sono moltiplicati. Nell’ottobre 2017, in seguito a una siccità di molte settimane, 50 comuni del Piemonte (di cui 13 della provincia di Torino) sono stati riforniti con autobotti. Stiamo parlando di una regione che – come dice il nome stesso – è caratterizzata da una pianura all’interno di un lunghissimo arco alpino. Se in Piemonte, dove ci sono alte montagne e ghiacciai, fiumi e torrenti in abbondanza, manca l’acqua che cosa potrà succedere nelle regioni che non dispongono di queste risorse?

Come affrontare le sfide dei cambiamenti climatici dal punto di vista della reperibilità dell’acqua?

La situazione dell’acqua pubblica in Italia

Proviamo a rispondere partendo proprio dal Piemonte, da Mariangela Rosolen, coordinatrice del Comitato Acqua Pubblica Torino: «Le perdite idriche della rete della Città Metropolitana di Torino sono nell’ordine del 40% dell’acqua captata. La Smat (azienda che gestisce i servizi idrici del torinese, ndr) ha smentito le cifre dai noi rese note, ma successivamente ha ammesso perdite idriche superiori a 92 milioni di m³ all’anno, vale a dire la quantità d’acqua di 6 laghi di Avigliana…».
Le siccità causate dai cambiamenti climatici unite allo spreco rischiano di mettere in seria crisi la rete idrica del torinese. Proprio in ragione di un progressivo impoverimento delle risorse in bassa quota, la Smat dovrebbe aprire quest’anno, a Bardonecchia, un nuovo acquedotto di valle che attingerà dal Lago di Rochemolles: «Quella dell’Acquedotto di Valle è una questione estremamente delicata. Si tratta di un progetto da 120 milioni di euro che è iniziato nel 2007 e che non è ancora stato ultimato. Si tratta di 100 chilometri di tubature… I lavori vanno avanti da dodici anni, neanche per il Tunnel della Manica è stato impiegato così tanto tempo!»

Per prelevare solo l’acqua necessaria alla popolazione, all’agricoltura e all’industria del Torinese occorrerebbe, secondo Mariangela Rosolen, utilizzare maggiormente i misuratori di captazione: «Dei 1700-1900 punti di prelievo della Città Metropolitana di Torino solamente 200 o 300 dispongono dei misuratori di captazione, necessari per capire se si sta prelevando più acqua di quanta ne serva. Inoltre è importante che i comuni attuino le aree di salvaguardia in modo che le acque presenti nel loro territorio siano protette da eventuali fattori inquinanti».

C’è poi un’altra questione spinosa, anzi è la questione “spinosa” per eccellenza, quella della Tav: «Gli scavi di un tunnel così lungo della montagna andranno a interferire inevitabilmente con le falde e le acque sotterranee. Abbiamo visto che cosa è accaduto con la centrale idroelettrica di Pont Ventoux, sempre in Valsusa. Ogni volta che si compiono dei lavori all’interno di una montagna le conseguenze sulle sorgenti e sulle falde sono imprevedibili, non si può sapere prima che strada prenderanno le acque e se saranno utilizzabili».

Il precedente della tratta Alta Velocità Bologna-Firenze invita alla massima cautela: le tre gallerie di Vaglia (18,561 km), Firenzuola (15,060 km) e Raticosa (10,450 km) hanno causato uno squilibrio alle falde dell’Appennino tosco-emiliano con la scomparsa di sorgenti, pozzi e torrenti.

Su queste questioni Slow News ha provato a contattare ripetutamente la presidenza della Smat, ma le nostre telefonate e mail non hanno avuto risposta.

Carsetti: «L’acqua trattata come una merce per fare utili»

A quasi otto anni dal referendum del giugno 2011 la questione dell’acqua pubblica sta tornando prepotentemente alla ribalta. Secondo Paolo Carsetti, rappresentante del Forum Italiano dei Movimenti per l’acqua, «il risultato del referendum del 2011 è stato disatteso, se non contraddetto esplicitamente, sia a livello nazionale che a livello locale, con tentativi di riproporre la normativa abrogata dal voto popolare».

Attualmente le aziende dei servizi idrici continuano a essere: pubbliche, pubbliche/private e private. Come spiega Carsetti, «l’obiettivo delle aziende private è la massimizzazione dei profitti e non la garanzia del servizio per i cittadini. Ne consegue che, invece di investire sull’ammodernamento delle reti, si ripartiscono i dividendi degli utili fra gli azionisti».
L’Italia è il paese europeo nel quale le tariffe dei servizi idrici sono aumentate maggiormente nell’ultimo decennio, con una percentuale che oscilla fra l’80 e il 90%. Proprio in questo decennio le crisi idriche si sono moltiplicate nel nostro paese e i trend climatici fanno supporre che la situazione non potrà che peggiorare nell’immediato futuro. Occorrerebbe risparmiare, ma gli obiettivi delle società private vanno nella direzione opposta: «Il modello dei privati vede l’acqua come una merce e non può che avere come obiettivo quello di un consumo crescente. Chi vende acqua ne vuole vendere sempre di più! Laddove c’è meno consumo e i conti non tornano, il recupero nel bilancio avviene aumentando le tariffe. Quando gli utenti vengono sensibilizzati a consumare meno e a non sprecare acqua, ci pensano le tariffe a mantenere stabili i profitti».
Si pagano i dividendi e gli investimenti sulla rete idrica e sul trattamento delle acque reflue vengono rimandati. Esiste inoltre un problema di ipersfruttamento delle risorse: «Il problema dell’inquinamento da arsenico che interessa da alcuni anni i comuni del Lazio è dovuto a una captazione eccessiva e a un impoverimento delle sorgenti: un quantitativo minore di acqua fa sì che la densità dell’arsenico sia superiore e sfori i limiti di legge. Pensiamo al Lago di Bracciano dove il livello è sceso di 2 metri a causa della captazione e dei cambiamenti climatici. Se a questi scenari si aggiungono perdite che per l’Acea hanno raggiunto il 45% si può bene immaginare quanto sia importante intervenire con investimenti volti a limitare gli sprechi».

In Europa le grandi municipalità hanno compreso da tempo l’importanza della pubblicizzazione dell’acqua: Parigi nel 2010 e Berlino nel 2012, oltre 200 grandi città nell’ultimo decennio hanno ripubblicizzato i servizi idrici. Le istituzioni europee sembrano andare in tutt’altra direzione. Le risposte alle istanze provenienti dalla società civile per un’acqua pubblica sono simili: le istituzioni europee si fanno scudo sui singoli governi e questi rispondono come sia l’Europa a imporre una maggiore privatizzazione delle risorse idriche.

Lo sanno bene gli abitanti delle cittadine portoghesi di Barcelos e Passos de Ferreira che all’indomani dell’intervento della trojka si sono visti aumentare le tariffe idriche del 400%. Come racconta il documentario Up the last drop – The secret water war in Europe di Yorgos Avgeropoulos l’acqua è diventata una preziosa merce di scambio per gli interventi in Portogallo e Grecia del trittico composto da Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale.

Nel film viene citata una lettera inviata dal membro della commissione europea Olli Rehn al Ministro Giulio Tremonti il 4 novembre 2011, negli ultimi giorni del quarto governo Berlusconi. Il testo contiene 39 domande. La numero 25 è quella riguardante il referendum del giugno 2011: “Could further information be provided to explain which reform measures are envisaged in the water sector, despite the outcomes of the recent referendum?” Ossia: potrebbero essere fornite ulteriori informazioni per spiegare quali misure di riforma sono previste nel settore idrico, nonostante l’esito del recente referendum? È soprattutto la preposizione avversativa “nonostante” ad attirare l’attenzione. Coerentemente con quanto è stato attuato in Portogallo, in Grecia e in Irlanda, le istituzioni europee si aspettano dal governo italiano una reazione contraria alla volontà popolare.

La guerra segreta per l’acqua va avanti, il braccio di ferro fra le lobby che trattano l’acqua come una merce e i difensori del bene comune supremo continua.

Metropoli a secco

Gli esempi che dovrebbero stimolare un’accelerazione nelle politiche per il risparmio idrico e per la protezione dai possibili inquinanti non mancano, a tutte le latitudini. In California anni di siccità hanno imposto forti restrizioni agli utilizzi domestici, mentre a Flint, nel Michigan, 100mila persone sono state esposte ad alte dosi di piombo per avere utilizzato a scopi alimentari le acque contaminate della rete.

Su Flow, Barbara Schiavulli ci ha raccontato la drammatica situazione che stanno vivendo i caraqueñi dalla scorsa estate: l’acqua viene erogata due volte al giorno per circa mezz’ora. In alcune parti della città l’acqua manca anche per una settimana. Negli ospedali non è raro raccogliere l’acqua piovana in secchi lasciati su balconi e terrazzi.
A Città del Capo, nel 2018, la crisi idrica ha raggiunto livelli di guardia. Una siccità durata tre anni ha costretto l’amministrazione della principale città sudafricana a misure drastiche: 50 litri al giorno è la quota pro capite concessa e, nel caso venga superata questa quota, scatta il blocco dell’erogazione. Gli abitanti di Cape Town hanno imparato a utilizzare la stessa acqua per più funzioni, a raccogliere l’acqua piovana e a produrla con macchine che raccolgono l’umidità dell’aria. Chi prova a captare acqua da sorgenti o torrenti o chi si allaccia alla rete in maniera fraudolenta rischia grosso. Negli ultimi anni è nato un corpo specifico, la Police Water, che ha il compito di monitorare il territorio affinché i cittadini utilizzino solamente la quota d’acqua loro spettante.

A Città del Capo i dati riguardanti il risparmio idrico aprono i notiziari radiofonici e sono diventati il fulcro delle conversazioni. In Italia la notizia della contaminazione dell’acqua utilizzata da 50 comuni e 350mila persone delle province di Vicenza, Verona e Padova non riesce ad arrivare ai media mainstream. Per anni nella seconda più grande falda acquifera d’Europa sono state sversate sostanze perfluoroalchiliche (Pfas). Le conseguenze per la salute sono molteplici dai tumori a reni e testicoli all’ipercolesterolemia, dalle coliti ulcerose ad alterazioni nella fertilità delle donne. Ne ha scritto recentemente Luca Rinaldi su Linkiesta, ma le questioni di salute pubblica, purtroppo, non fanno più notizia da tempo.
Il pericolo e l’emergenza per essere percepiti come tali devono essere visibili, magari inesistenti ma visibili. E mentre la retorica politica – puntualmente smentita dai dati – favoleggia sulle “invasioni” dei migranti e sull’aumento dei reati, le vere emergenze non vengono affrontate perché non sono spendibili nell’immaginario pubblico. La propaganda che deve costruire consenso nell’era della campagna elettorale permanente non ha né il tempo, né le doti per tradurre la complessità del nostro mondo.

Una fibra d’amianto o il contaminante dentro il nostro bicchiere che provocano malattie di lungo decorso, talvolta fatali, stanno perdendo appeal anche presso chi vive di informazione. Il circo mediatico necessita di immagini che arrivino immediatamente al pubblico che, immerso nella realtà visibile 24/7, ha perso totalmente la capacità di rapportarsi all’invisibile. Meglio ancora, poi, se queste immagini non danneggiano i potentati economici e catalizzano l’attenzione sui più deboli e inermi. Alla fine di questo percorso fatto di omissioni dall’alto e noncuranza dal basso, c’è un’immagine con cui dovremo, presto o tardi fare i conti, quella di un rubinetto a secco che avrà smesso di obbedire alla nostra banale richiesta d’acqua.

 

Riferimenti e link:
[1] Dario Casalini, Fondamenti per un diritto delle acque, Giappichelli, Torino, 2014, pag. 3
[2] Sfide globali: l’acqua – Nazioni Unite
[3] Estimated Use of Water in the United States in 2015 – rapporto di U.S. Department of the Interior e U.S. Geological Survey
[4] Aquastat – FAO
[5] Il Piemonte ostaggio della siccità – laRepubblica Torino
[6] Se l’acqua va persa – Acqua bene comune Torino
[7] Up to the last drop
[8] file:///C:/Users/Sony/Downloads/News%202011-11-09%20Lettera_Punti_091111.pdf
[9] Sulla pelle dei Venezuelani – Flow
[10] Acqua avvelenata dalle industrie – Linkiesta

Share on facebook
Share on twitter
Share on telegram
Share on whatsapp