fbpx
Alla fone del problema, di Davide Mazzocco

Quando ero bambino e trascorrevo le mie estati a Monforte d’Alba, nelle Langhe, succedeva che dai nostri rubinetti non uscisse più l’acqua. Per l’eterogenesi dei fini tipica dell’infanzia – quella che trasforma un disagio in un’avventura al di fuori dell’ordinario – andare a prendere l’acqua in una fonte pubblica a poche centinaia di metri da casa diventava una sorta di gioco da ripetere più volte durante il giorno.

Io e mio nonno partivamo con taniche e borracce per raccogliere l’acqua che sarebbe servita per i vari utilizzi domestici. Mio nonno era stato un ciclista professionista e fra i suoi compiti in corsa c’era quello di riempire e portare le borracce ai capitani. È stato lui, per “deformazione professionale” pioniere alla ricerca delle sorgenti in qualsiasi posto si andasse, a educarmi alla sacralità dell’acqua, alla gioia semplice di fare una conca con le mani e bere. Un paio d’anni fa sono tornato a quella fonte per molte volte salvifica, ho messo in moto la pompa manuale, ma dal rubinetto non è uscita nemmeno una goccia.

È una cosa che sta succedendo sempre più spesso. La carenza idrica è un’emergenza globale che va affrontata al più presto e che deve essere posizionata in testa alle agende dei governi.

Se i cambiamenti climatici sono la principale causa delle prolungate siccità e del progressivo scioglimento dei ghiacciai e dei permafrost polari, nelle emergenze idriche vanno considerati molti altri fattori: dagli utilizzi agricoli e industriali sempre più massicci all’inquinamento delle acque superficiali e sotterranee, dalla dispersione dovuta a reti infrastrutturali anacronistiche alle prepotenze delle società private nei paesi in via di sviluppo.

Dalla Bibbia al capitalismo, una prospettiva antropocentrica e proprietaria

wolf-121