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Inchiesta su Airbnb, Atto III: c’è del buono in Airbnb?

Da quando ho iniziato a occuparmi di questo tema — il primo articolo che ho scritto su Airbnb è datato novembre 2016 e uscì di carta sul Fatto Quotidiano del giorno dell’elezione di Donald Trump — ho dovuto affrontare delle questioni morali sull’uso della piattaforma Airbnb. Non ho smesso di usarla, ma mi sono dato delle regole: solo camere in condivisione con gli abitanti o, al massimo, una casa intera soltanto se è la casa dove l’host vive normalmente tutto il resto del tempo. Le storie che ho raccontato in questo episodio le ho raccolte viaggiando veramente, negli ultimi 9 mesi, continuando a utilizzare la piattaforma di Airbnb, parlando con le persone che mi ospitavano, senza avere alcun tipo di pregiudizio e senza giudicare nessuna delle loro scelte.

Nei film western di una volta, quando gli sceneggiatori volevano far capire al volo di che natura fossero i personaggi, facevano indossare ai buoni un cappello a tesa larga bianco, mentre ai cattivi uno identico, ma nero. In questo caso, definire chi siano i cattivi e chi siano i buoni p proprio complicato. Se è facile condannare chi di case ne ha decine e decide, per farci ancora più soldi, di metterle su Airbnb invece che di metterle a disposizione della comunità, è ancora più difficile, e forse persino sbagliato, giudicare chi usa Airbnb per stare a galla, per pagarsi l’affitto, le vacanze, a volte anche solo per arrivare alla fine del mese, dinamica che sta facendo nascere diversi esperimenti di creazione di una piattaforma di condivisione abitativa che sia realmente orizzontale, gestita dalle comunità e i cui ricavi ricadano direttamente e nella maggior parte sui territori coinvolti. Infine, ancora più difficile, probabilmente impossibile, giudicare chi, per potersi permettere di visitare città come Parigi o Edimburgo, trova in Airbnb la possibilità di sentirsi meno povero e sfigato, almeno per un po’. Difficile, forse impossibile, perché quelle persone siamo noi.

N.B. Ho scelto di usare dei nomi di fantasia per non compromettere le identità e la privacy dei protagonisti.

Categorie: Slow journalism

Georges ha passato i sessant’anni ma ogni mattina si continua a svegliare all’alba, mentre Christine dorme ancora. Fa colazione da solo, in silenzio, si mette in macchina e percorre la cinquantina di chilometri che lo separano dal lavoro. Da più di vent’anni abitano a Beaumont-de-Pertuis, un villaggio di un migliaio di abitanti nel Luberon, a qualche decina di chilometri a nord di Marsiglia, in Provenza, in una villetta tutta loro, di quelle basse, a un piano solo, con un bel pezzo di giardino e persino una piscina, residuo di una ricchezza di cui loro malgrado non godono più. Georges era […]
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