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Roma selvatica

Il mondo nuovo è già qui

Quando il fallimento di un piano di edificazione, con conseguente abbandono dell'area, lasciano libero sfogo alla natura selvatica.

Da allora il lago ha vinto, si è stabilizzato,
ed è il lago di tutti non è un lago privato.
Ha invaso il cemento armato e ci ha chiesto aiuto
e noi l’abbiamo immaginato, amato e conosciuto.

Assalti frontali & Il Muro del Canto, Il lago che combatte

«Guarda qui, il terreno è già asciutto», dice Alessandra Valentinelli, urbanista e docente di Valutazione ambientale all’Università di Roma La Sapienza, indicando il prato con un gesto della mano. Pochi istanti dopo i suoi occhi guardano il cielo ormai del tutto libero dalle nuvole che l’avevano attraversato fino a qualche minuto prima. La settimana precedente la nostra intervista era saltata proprio a causa del maltempo: «Potremmo anche essere meno eroiche», mi aveva scritto su WhatsApp mentre sulla città scendeva una pioggia fitta. Più tardi i giornali avrebbero pubblicato le ennesime immagini di strade allagate. «Succede ogni volta che scoppia un temporale. Invece un terreno non edificato svolge la sua funzione di assorbimento ed evita che la città ricoperta di cemento, impermeabilizzata, vada sott’acqua». Valentinelli non è solo un’urbanista e studiosa del paesaggio, ma è anche una delle anime di quel movimento di cittadini che in quasi trent’anni di battaglie è riuscito a trasformare in un parco quasi tutti i 14 ettari dell’area sulla quale sorgeva una fabbrica di seta artificiale. La città di cui sta parlando Valentinelli è Roma ma potrebbe essere qualunque città. Il prato a cui si riferisce, invece, ha una storia inconfondibile: quella del Monumento naturale del lago dell’ex-SNIA Viscosa.

Sette ettari e mezzo di verde dalla “grande valenza naturalistica”, per usare le parole del decreto della Regione Lazio che nel giugno del 2020 ne ha disposto la tutela ambientale, incastrati in un territorio densamente edificato. Al centro un lago grande poco più di un campo da calcio, nato nel 1992, quando gli scavi per la realizzazione del parcheggio di un nuovo centro commerciale intercettarono una falda profonda solo cinque metri. Il tentativo del costruttore di convogliare l’acqua nel sistema fognario del quartiere limitrofo fu vano. Era nato il lago Bullicante.

Roma. Monumento naturale del lago Ex Snia Viscosa. Foto di Ylenia Sina.

Il fallimento del piano di edificazione e l’abbandono dell’area lasciarono dare libero sfogo alla natura selvatica, che da quel momento era forte della presenza di acque sorgive. Una ventina di anni più tardi sono state censite 358 specie botaniche, undici comunità vegetali, tre habitat prioritari, termine che indica un ambiente a rischio scomparsa secondo la direttiva del 1992 della Comunità europea per la tutela della biodiversità. Sono state segnalate anche 78 specie di uccelli. Tre di queste sono di interesse conservazionistico comunitario.Al lago Bullicante ci si arriva da largo Preneste, un incrocio stradale con molteplici direzioni attraversato senza sosta dalle automobili. Si cammina lungo il marciapiede che costeggia una strada a sei corsie dal traffico veloce, via di Portonaccio. Dopo una decina di minuti un cancello interrompe il muro di cinta dell’ex fabbrica. Si oltrepassa la soglia e si segue un sentiero. Il lago è dietro una staccionata, circondato dai fusti mossi dal vento della cannuccia palustre, grovigli impenetrabili di rovi e dalle chiome cresciute senza interruzioni di salici, pioppi e robinie. Sulle sue acque verdi si riflette lo scheletro a cinque piani del centro commerciale rimasto incompiuto. Quel che resta dell’ex fabbrica sorge sul lato che corre lungo la via Prenestina. Tra i ruderi si è fatta spazio una fitta vegetazione oltre la quale sono visibili gli ultimi piani dei palazzi di largo Preneste. La città non è lontana, ma i rumori attutiti permettono di ascoltare senza fatica il cinguettio degli uccelli.

Roma. Una papera al monumento naturale del lago Ex Snia Viscosa. Foto di Ylenia Sina.

Siamo a pochi metri dai quartieri del Pigneto e del Prenestino, prima periferia est di Roma, tra la via Prenestina e i binari della ferrovia per Pescara e dell’alta velocità per Napoli. Nel cuore del V Municipio, il più edificato dopo il nucleo del centro storico: 61 per cento di suolo consumato in modo irreversibile contro una media cittadina del 22, riporta un report realizzato dall’Ispra e da Roma Capitale nel 2019. Anche la densità abitativa è la seconda più alta di Roma, pari a 9.135 abitanti per chilometro quadrato, più di Napoli e Milano, le città più densamente abitata d’Italia. Questo numero, se si considera la sola zona urbanistica di Tor Pignattara, supera le 10.500 unit

«L’ambiente del lago dell’ex-SNIA è una finestra sul futuro», ha detto il botanico Giuliano Fanelli quando gli ho chiesto un parere sul legame tra questa storia e un “mondo nuovo” «L’era che stiamo vivendo è stata definita Antropocene poiché l’attività umana è il principale fattore di trasformazione della biosfera. Possiamo andare verso il collasso oppure immaginare un sistema in cui uomo e natura si integrino. L’ex-SNIA fa parte di questa seconda strada». Fanelli è un botanico di lungo corso, tra i primi ad aver studiato l’ecosistema del lago Bullicante. Al Museo Erbario del dipartimento di Biologia Ambientale dell’Università La Sapienza c’è una collezione che porta il suo nome con quasi 10mila esemplari raccolti in Italia e in Europa dal 1979. «In un arco di tempo breve nell’area del lago si è ricreato il paesaggio tipico della campagna romana: i pascoli, le rovine sulle quali cresceva una flora caratteristica, la boscaglia e infine gli ambienti acquatici. Roma, infatti, aveva un reticolo idrografico ricchissimo», racconta Fanelli. Nella zona del lago Bullicante scorreva il fosso della Marranella, un affluente del fiume Aniene interrato con la costruzione della fabbrica nel 1923. A quel tempo questa zona di Roma conservava ancora i tratti tipici di quell’Agro romano che ammaliava scrittori e intellettuali ai tempi del Grand Tour. Tenute agricole e vigne attraversate da canali e acque sorgive punteggiate da rovine antiche – come il colombario del II secolo dopo Cristo ancora oggi visibile a largo Preneste – che nel 1995 hanno portato il ministero dei Beni culturali a porre un vincolo archeologico al quadrante di città che dalla Prenestina alla Casilina viene chiamato Comprensorio Ad Duas Lauros.

Roma. Monumento naturale del lago Ex Snia Viscosa. Foto di Ylenia Sina.

Solo i binari della ferrovia per Sulmona, inaugurata nel 1888, interrompevano la campagna. Il lago Bullicante ha fondato un nuovo ecosistema, ma ha anche ricongiunto la città edificata a quella che, per i secoli che hanno preceduto la grande espansione novecentesca, era stata la natura di questa terra.

“La flora e la storia: la biodiversità vegetale e il paesaggio di archeologia industriale da preservare” è il titolo di uno degli studi presentati da Fanelli sull’area del lago Bullicante. Fanelli mi spiega che la biodiversità è il termine che indica la ricchezza della vita sulla Terra, non solo in termini numerici ma anche delle relazioni che le specie stabiliscono tra loro. Oltre a essere un valore di per sé, la biodiversità è la fonte della maggior parte delle risorse alimentari, energetiche e medicinali necessarie all’umanità per vivere. A causa delle attività antropiche la Terra sta perdendo biodiversità a un ritmo da cento a mille volte superiore rispetto a quanto accaduto in passato. Per questo la tutela della biodiversità è tra le strategie del Green Deal europeo. A maggio del 2020 la Commissione europea ha approvato la Strategia sulla biodiversità 2030, un piano a lungo termine per tutelare la natura e invertire il degrado degli ecosistemi. Tra le misure, l’aumento del 30 per cento delle aree naturali protette e la messa a dimora di almeno tre miliardi di alberi.

Un quarto del territorio romano è consumato. La percentuale è inferiore rispetto a molte altre città italiane, ma è legata al fatto che Roma, con 1.285 chilometri quadrati, è il comune di gran lunga più esteso d’Italia. Per avere un metro di paragone, Milano è poco più di 181 chilometri quadrati. Questo ha fatto sì che vaste aree di territorio siano rimaste inedificate. Non solo: all’interno del Comune si estendono aree naturali protette grandi più dell’intero territorio di Bologna, pari a 16mila ettari. Per questo Roma è una città con una biodiversità elevata. 1300 specie di piante spontanee che rappresentano circa un sesto della flora italiana, che ne conta poco meno di 7mila. A rendere unico il Monumento naturale dell’ex-SNIA è il fatto che si sia sviluppato in uno spazio ristretto e all’interno di un territorio densamente abitato. «All’ex-SNIA dopo meno di vent’anni le relazioni tra organismi sono molto complesse», dice Fanelli. «Per esempio, ci sono già le catene alimentari: nel lago ci sono pesci e insetti che vengono mangiati dagli uccelli e poi ci sono predatori come la poiana che si nutre degli uccelli che vivono nel lago. È un ecosistema».

Roma. L’ex fabbrica della Snia Viscosa. Foto di Ylenia Sina.

Tra le specie di piante più significative c’è il pioppo bianco. «Ce n’è un solo esemplare, ma è importante perché è una specie tipica di fiumi e laghi. Ci sono poi il salice bianco e il pino d’Aleppo. Quest’ultima è una specie rara ma non autoctona che sta formando una vera e propria foresta dietro i ruderi dell’ex fabbrica. Infine, anche se è alloctona e considerata infestante, c’è la robinia. È una pianta di origine americana che nell’area dell’ex-SNIA svolge una funzione ecosistemica importante perché nel suo legno nidificano i picchi rossi. Potevano svolgere questa funzione olmi e farnie, che però non sono cresciuti perché nelle vicinanze non ce ne sono».

In una delle pubblicazioni sul tema, Fanelli riporta l’immagine di un’incisione settecentesca che riproduce un ninfeo del II secolo dopo Cristo ricoperto di vegetazione. Le rovine romane ai tempi del Grand Tour, prima che venissero ripulite in un’ottica conservativa, apparivano come si presenta oggi l’ex fabbrica della Snia. «Troviamo pini, cespugli di alaterni, oleandri. Una macchia mediterranea molto simile a quella che cresce sulle rupi di Terracina, che è stata dichiarata Sito di interesse comunitario». Quest’area di circa due ettari è di proprietà privata e non è stata inserita nel perimetro del Monumento naturale. Per Fanelli, però, il territorio dell’ex-SNIA è unitario e la flora e la fauna che hanno trovato spazio tra i ruderi sono importanti per l’intero ecosistema.

Roma. Monumento naturale del lago Ex Snia Viscosa. Foto di Ylenia Sina.

I cittadini che si sono battuti per l’istituzione del Monumento naturale ne sono consapevoli e hanno già annunciato che non si fermeranno. L’assessore all’Urbanistica, Luca Montuori, ha fatto sapere che sta valutando la possibilità di procedere con un esproprio, ma il timore di molti attivisti è che l’iter non venga portato a termine prima delle elezioni amministrative del 2021. La battaglia, iniziata trent’anni fa, non può ancora dirsi conclusa. Nel 1990 l’area è stata acquistata da una società riconducibile a un noto costruttore romano, Antonio Pulcini. Da allora i tentativi di avviare progetti di edificazione sono stati diversi, costantemente contrastati da una mobilitazione che non si è mai arrestata. Nel 1992 il cantiere per il centro commerciale, bloccato non solo dalla nascita del lago Bullicante ma anche da un decreto della Regione Lazio che annullò le concessioni edilizie per irregolarità nella mappa. Il 14 febbraio del 1995 l’occupazione di alcuni capannoni dell’ex fabbrica: il centro sociale ex-SNIA diventa un presidio permanente. Due anni più tardi, grazie alle battaglie di cittadini e attivisti, viene istituito il Parco delle energie: vissuto ogni giorno da centinaia di persone, si trova su una collina dalla quale è possibile osservare il lago. In questo punto l’ex fabbrica, che lì aveva costruito i dormitori per le operaie arrivate dal Veneto, ha lasciato in eredità un bosco di pini tutelato da un vincolo paesaggistico dal 1968. Nel 2008 nasce il Forum Territoriale Permanente del Parco delle Energie, un ente civico riconosciuto anche dalle istituzioni locali, diventato uno spazio di confronto continuo tra le realtà cittadine che condividono l’intento di preservare lo spazio dalla speculazione. Nel 2012 una delibera, mai approvata, punta a permettere la costruzione di un campus universitario. Nel 2013, nell’ambito di un bando per riqualificare aree dismesse, la società proprietaria presenta un progetto per costruire quattro torri alte cento metri e coprire il lago. Nel 2018 è una richiesta di demolizione e ricostruzione dei vecchi edifici della fabbrica a far scattare l’allarme. Per questo i cittadini puntano all’esproprio degli ultimi due ettari privati e al riconoscimento da parte del Demanio dello Stato delle acque del lago, in modo che scattino le tutele previste per tutti gli ambienti lacuali della fascia dei 300 metri di suolo attorno al suo perimetro.

Roma. Monumento naturale del lago Ex Snia Viscosa. Foto di Ylenia Sina.

Tra gli esperti che hanno studiato la fauna del lago Bullicante c’è Giuseppe Dodaro, naturalista e coordinatore dell’area Capitale Naturale della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, che unisce un lungo elenco di imprese nell’intento di promuovere la green economy in Italia. Dodaro ha osservato per due anni la fauna ornitica del lago. «Quest’area ci ha dimostrato come la natura sia capace di conquistare spazi inaspettati». Dodaro parla di “stupore” di fronte alla quantità di specie che si sono «instaurate in uno spazio così piccolo e disturbato e in così poco tempo».

La presenza della fauna è legata alla vegetazione e a un discreto livello di eterogeneità ambientale che caratterizza questo sito. «Nell’area ci sono frammenti di formazioni vegetali molto diverse, alcune riferibili ad habitat di interesse comunitario, che di solito si ritrovano in spazi più ampi e che lì invece sono compressi e ripetono in piccolo alcune successioni ecologiche [il processo attraverso il quale le specie occupano un ambiente, ndr] che si ritrovano anche in ambienti naturali di valenza molto più elevata». Per Dodaro è un aspetto interessante «perché dimostra che anche la difesa di questi piccoli biotopi [l’area in cui vive una determinata specie, ndr] può avere un ruolo fondamentale per le popolazioni locali di alcune specie faunistiche». Nel Monumento naturale sono state osservate quasi 80 specie ornitiche, alcune presenti stabilmente e altre che lo frequentano in maniera occasionale. Vi sono specie comuni nei parchi e giardini urbani come il merlo, il pettirosso, la gallinella d’acqua e altre più difficili da avvistare in città come il falco pellegrino, il martin pescatore e la sgarza ciuffetto. Le ultime sono specie protette dalla direttiva del 1979 della Commissione europea con lo scopo di proteggere gli uccelli selvatici.

Roma. Monumento naturale del lago Ex Snia Viscosa. Foto di Ylenia Sina.

«Ci sono specie con popolazioni in forte crescita nelle città – definite opportuniste per la loro capacità di adattamento – come il merlo, il gabbiano reale, la cornacchia grigia, e anche specie alloctone divenute ormai comuni a Roma, come il parrocchetto monaco e il parrocchetto dal collare». E ancora. «I pini storici con il legno vecchio spiegano la presenza di specie forestali come i picchi. Il prato e il canneto attirano fagiani e beccacce. L’acqua, la comune gallinella, diverse specie di anatre e anche alcuni ittiofagi come il martin pescatore, il che ci fa pensare che i pesci immessi in passato stiano continuando a riprodursi. Sulle rovine della vecchia fabbrica abbiamo ritrovato uccelli rupicoli, come il falco pellegrino, che su questi ruderi ritrovano alcuni elementi ambientali simili a quelli delle pareti rocciose. Abbiamo avvistato anche uccelli migratori che, stremati dal viaggio, vedono uno specchio di acqua e si fermano», racconta Dodaro. «È dunque verosimile che per alcune specie questa piccola zona umida svolga il ruolo di ‘stop over’, cioè di area di sosta utile a ristorarsi durante i lunghi spostamenti».

Chiedo a Dodaro se si ricorda di un momento simbolico da poter riportare per trasmettere il valore naturalistico dell’area. Mi risponde che un giorno è stata filmata una volpe. «Non è così strano vedere una volpe in città, ma questo animale si muove via terra: questo significa che è arrivato al lago seguendo una rete nascosta di aree verdi, cespugli e boscaglia. La sua presenza, al di là del timore verso l’incolumità di una nidiata di fagiani, è esemplificativa della rete di connessioni ecologiche presenti anche all’interno di un territorio come quello di Roma Est, molto compromesso dal punto di vista ambientale».

Roma. Monumento naturale del lago Ex Snia Viscosa. Foto di Ylenia Sina.

Valentinelli mi spiega che quando nel 1922 la Società della seta artificiale di Padova acquistò il terreno per costruirci quella che sarebbe diventata la più grande fabbrica di Roma, la zona, che si trova fuori dal perimetro della città storica delimitata dalle Mura Aureliane, non rientrava nemmeno nel Piano regolatore della città e l’iter per ottenere le autorizzazioni era più semplice che altrove. «A quel tempo c’era qualche baracca alla Marranella, avevano iniziato a costruire alcuni palazzi al Pigneto ma la città era lontana. La fabbrica trasformò questo pezzo di città. Portò il lavoro. Si trasferirono maestranze dal Veneto. Gli operai romani chiesero e ottennero la realizzazione di una linea di tram. Nacquero insediamenti informali che da temporanei diventarono sempre più stabili. La città si consolidò attorno alla fabbrica. La maggior parte degli operai, inoltre, viveva nel quartiere, e il rapporto tra il territorio e questa astronave calata dall’alto negli anni Venti diventò sempre più stretto». Nel 1949, quando la fabbrica venne occupata per 34 giorni dagli operai, tra i quali molte donne, che rivendicavano migliori condizioni di lavoro e aumenti salariali, furono gli abitanti a fornire i viveri per aggirare il blocco economico imposto dalle forze dell’ordine. La SNIA Viscosa chiuse nel 1954. «La parentesi urbana di quest’area è stata minima rispetto ai cicli biologici. Prima della costruzione della fabbrica, per secoli, c’era stata la campagna. Lo stabilimento è durato trent’anni e poi è stato abbandonato. È vero che nel frattempo la città l’ha isolato da un punto di vista ecologico, ma i muri della fabbrica sono di tufo e nei viali interni non c’è asfalto ma terra battuta. Quando nel 1992 è arrivato il lago la natura è impazzita. È stato come innaffiare il basilico dopo averlo esposto al sole».

Dal 1992 all’agosto del 2014, quando, sull’onda della mobilitazione il Comune ha aperto una breccia nel muro per rendere l’area accessibile, la zona è rimasta quasi del tutto disabitata. Solo i capannoni dell’ex fabbrica, all’inizio degli anni Duemila, furono occupati da un insediamento di famiglie rom poi sgomberate nel dicembre del 2004. «Nel 2013 ci siamo accorti che stavano scadendo i dieci anni dall’esproprio da parte del Comune al termine dei quali, senza interventi per rendere l’area accessibile al pubblico, il terreno sarebbe tornato al proprietario», ricorda Valentinelli. È così che botanici, geologi, etologi, geografi, urbanisti, idrogeologi, ornitologi, storici furono chiamati a raccolta. «Lo vedevamo dall’alto con la sua natura rigogliosa, con una ricca presenza di uccelli, con il suo silenzio. Abbiamo capito che una lettura interdisciplinare era l’unico modo per comprendere il valore di quello che era accaduto e difenderlo. Esperti di diverse discipline hanno lavorato fianco a fianco, scambiandosi informazioni e confrontandosi con il sapere locale dei cittadini. Possiamo dire che è l’intelligenza collettiva che ha prodotto questo posto». Dal 2014 a oggi sono stati organizzati convegni, giornate di studio, raccolte fondi, pubblicati studi, anche su riviste scientifiche internazionali, organizzate manifestazioni e feste. L’iter per arrivare al riconoscimento del monumento naturale è stato appoggiato da associazioni ambientaliste, come WWF e Italia Nostra, e da oltre 120 personalità del mondo accademico, scientifico e ambientalista.

Roma. Monumento naturale del lago Ex Snia Viscosa. Foto di Ylenia Sina.

Quando l’area diventò accessibile al pubblico, pur essendo proprietà comunale, venne data in gestione al Forum territoriale permanente del Parco delle Energie. Dovevano misurarsi con un’area selvatica. «La zona si era rinaturalizzata da sola e gli studi indicavano che aveva dei suoi equilibri interni. La selezione naturale aveva premiato alcune specie e non altre, che si erano spontaneamente localizzate in zone precise: alcune all’ombra, altre più vicine alle acque, altre ancora dov’era più secco. Abbiamo capito che se avessimo voluto raggiungere degli obiettivi sostenibili avremmo dovuto misurarci con la complessità dell’ambiente che avevamo di fronte, unire le competenze e lavorare in modo coordinato. Per la manutenzione ci siamo confrontati con i botanici. Ci hanno spiegato che se tagliassimo l’erba come se fosse un campo da golf alcuni animali, come le papere, avrebbero difficoltà a restare e che tutta una serie di fiorellini o graminacee, che a noi sembravano insignificanti e dannose, sono straordinariamente importanti per riparare i semi di quelli che poi diventano alberi. Anche per la messa a dimora di nuove piante ci hanno insegnato a guardarci attorno: la natura ha già selezionato cosa è adatto a vivere nell’area, bisogna aiutarla e non lavorarci contro. Oggi i cittadini che si prendono cura di questo luogo sanno come comportarsi. I saperi degli esperti, qui dentro, sono cresciuti in un’esperienza reale e sono diventati bagaglio delle nostre conoscenze personali».

Per Valentinelli alle città non basta più difendere le aree verdi dal punto di vista quantitativo «ma anche qualitativo affinché siano salvaguardate le loro ‘funzioni’. Dai polmoni verdi dobbiamo immaginare una linfa verde. Servono reti ecologiche: c’è troppa urbanizzazione perché una singola area verde attutisca gli impatti dei cambiamenti climatici. Piove e la città si allaga perché è troppo impermeabilizzata. Invece guarda questo terreno. È già asciutto».

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