Ep. 2

Davide contro Golia

Slow News. Il primo progetto italiano di slow journalism.
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La guerra dentro

Malattia, guerra, giustizia e silenzio: storie diverse che si intrecciano nel corpo di un soldato. Un uomo che diventa prova, aule dei tribunali suppliscono alla scienza, territori che restano contaminati.

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Mentre Laccetti faceva i conti con la malattia, un altro uomo iniziava una guerra giudiziaria. È l’avvocato Angelo Tartaglia, che da oltre vent’anni affronta in aula l’Avvocatura dello Stato sulla questione dell’uranio impoverito. Dai primi anni Duemila a oggi Tartaglia ha collezionato circa 500 sentenze favorevoli per militari ammalati o deceduti, e la sua attività ha ispirato avvocati di altri paesi ad avviare cause simili, come avvenuto ad esempio in Serbia

 

La sua strategia non è improntata a dimostrare con certezza scientifica assoluta il nesso causa-effetto tra l’esposizione all’uranio e l’insorgenza di tumori ai polmoni, alle ossa, ai reni, alla tiroide o ancora a leucemie di vari tipi o a linfomi di Hodgkin e non-Hodgkin, cosa quasi impossibile in medicina oncologica. Piuttosto, ha applicato il criterio civilistico del “più probabile che non”. 

 

Come spiega lo stesso Tartaglia a Slow News, «Se non c’è la certezza scientifica, la Corte presume che il tumore dipenda da quell’esposizione perché c’è un dato storico che ha dimostrato questo rischio». Insomma, basta dimostrare una forte correlazione più che un vero e proprio nesso causa-effetto.

 

La giurisprudenza italiana, unica al mondo per vastità su questo tema, ha inoltre stabilito un principio fondamentale: l’inversione dell’onere della prova. Poiché la NATO aveva informato dei rischi e l’Italia non ha protetto i suoi soldati, se un militare si ammala dopo aver servito in aree contaminate, spetta allo Stato dimostrare che c’è una causa alternativa esclusiva.

 

«Questi pensano che come militari non sono soggetti alle regole del diritto del lavoro», tuona Tartaglia, «ma li ho fatti condannare 500 volte ormai». Nonostante alcune pressioni, tentativi di dissuasione e un ostruzionismo che Tartaglia cita ma su cui preferisce non fornire dettagli, la giustizia italiana ha infine riconosciuto che quei militari non erano vittime di fatalità o di destino avverso. Erano vittime del dovere.

Il dilemma della prova

Nonostante i successi di Tartaglia, la vittoria legale non sempre coincide con una verità scientifica universalmente accettata. Lo sa bene Wim Zwijnenburg, ricercatore del progetto PAX e coordinatore della Coalizione Internazionale per il divieto alle armi a uranio impoverito (ICBUW), molto attivo nella condanna all’uso delle armi ma che allo stesso tempo invita alla cautela scientifica.

 

«Dopo 16 anni di ricerca, la mia conclusione è che è estremamente difficile affermare in modo definitivo che si è esposti all’uranio impoverito allora ci si ammala», ammette Zwijnenburg. «L’uranio impoverito deve entrare nel corpo per avere effetto, e questo è ormai chiarissimo. Ma la quantità esatta che le persone assorbono non è mai stata misurata correttamente».

 

Gli studi epidemiologici su questo tema sono complessi e anche scarseggianti. Contattate da Slow News per chiedere una panoramica scientifica sul tema, una serie di associazioni mediche ed epidemiologiche hanno preferito non rispondere o – qualora disponibili – hanno denunciato la scarsità effettiva di letteratura scientifica aggiornata sul merito. 

 

Oggi sappiamo che i tumori possono impiegare anni per svilupparsi, e che nei teatri di guerra degli ultimi decenni mancano registri tumori affidabili pre-conflitto. Questo impedisce di misurare un eventuale aumento di casi di cancro nella popolazione civile in seguito al conflitto. Peraltro anche se fosse possibile misurare la variazione, durante la guerra le popolazioni sono comunque esposte anche per altri motivi indipendenti dall’uranio impoverito a un cocktail tossico di metalli pesanti e stress, cattiva alimentazione, e in percentuali solitamente maggiori del comune anche ad alcolismo e fumo. 

 

Ma per Zwijnenburg l’assenza di una prova definitiva non assolve certo i responsabili. Al contrario, rafforza il “principio di precauzione”: proprio perché la situazione è critica per molti fattori, è bene imporre uno stop all’uranio impoverito. A questo proposito l’avvocato Tartaglia rincara la dose e spiega che «La Cassazione italiana potrebbe presto aprire un nuovo fronte: se l’omissione di misure protettive fosse riconosciuta come reato, si potrebbe parlare di epidemia colposa, spostando così la questione dal risarcimento civile alla responsabilità penale dei comandi».

 

Foto di Saúl Bucio su Unsplash

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