Respirare la guerra
Dalla missione nei Balcani alla diagnosi di tumore, il caso di Emerico Maria Laccetti è il filo che unisce scelte militari, silenzi istituzionali e conseguenze che durano decenni.
Se in Italia i militari hanno ottenuto sentenze e risarcimenti, in Kosovo la realtà è desolante. Nei luoghi in cui quasi trent’anni fa sono cadute le bombe non ci sono ancora risposte.
Malattia, guerra, giustizia e silenzio: storie diverse che si intrecciano nel corpo di un soldato. Un uomo che diventa prova, aule dei tribunali suppliscono alla scienza, territori che restano contaminati.

Se in Italia i militari hanno ottenuto sentenze e risarcimenti, in Kosovo la realtà è desolante. Nei luoghi in cui quasi trent’anni fa sono cadute le bombe non ci sono ancora risposte. Anzi, in parte si respirano ancora silenzio e paura, oltre che metalli pesanti.
Nel villaggio di Zhur, non lontano dal confine albanese, la percezione della malattia è tangibile. Eppure i dati ufficiali scarseggiano. «Qui non abbiamo statistiche sui pazienti con cancro», ammette l’infermiere capo dell’ambulatorio locale parlando col nostro team. «Quando i pazienti ricevono la diagnosi non tornano più da noi. Succede spesso che preferiscano andare a Pristina, e così perdiamo contezza del fenomeno». Tuttavia, la percezione del personale è allarmante: «Subito dopo la guerra abbiamo ragistrato una frequenza molto più alta di pazienti con cancro alla tiroide», racconta l’infermiere «e molti di questi casi riguardavano persone che abitavano vicino alle zone bombardate e alle fonti d’acqua che scendono dalle montagne colpite dalle bombe».
In realtà dei dati nazionali esistono. Sono pochi e spesso non riguardano i piccoli villaggi, ma comunque mostrano un raddoppio nella diagnosi di malattie maligne tra il 2015 e il 2024. Tale raddoppio potrebbe essere dovuto a un miglioramento nella capacità di diagnosi, a una maggior prevenzione, a un’effettiva insorgenza maggiore o a una combinazione di questi o altri fattori.
A Gjakova – 90 kilometri a ovest da Pristina – la situazione è ancora più grottesca. Dedë Bala, proprietario di un terreno su cui sorgeva un deposito di carburante bombardato dalla NATO, ha vissuto per 22 anni difatto sopra una sorta di campo minato chimico. «Nel 2022 la mia terra è stata finalmente bonificata», racconta. Per oltre due decenni, lui e la sua famiglia hanno vissuto accanto ai crateri lasciati dalle bombe. «Le scuse istituzionali erano sempre le solite: “Non abbiamo fondi” o “È troppo pericoloso”. Per loro era pericoloso lavorarci, per me invece andava bene viverci…» commenta con amarezza.
Quando nel 2022 è finalmente è arrivata la bonifica, i test hanno confermato i sospetti: «Il risultato ha mostrato circa il 5% di contaminazione da uranio», dice Bala. Un dato enorme. Hanno rimosso 50-60 centimetri di terra, ma per vent’anni quella polvere è stata lì, respirata, coltivata, bevuta. «I miei bambini alla fine si sono dovuti trasferire all’estero. Ora vivo qui solo con mia moglie».
Remi Badalli, un altro residente di Zhur, ci accompagna nei suoi campi. Indica buche nel terreno riempite alla ben’è meglio. «Questa montagna è ancora minata, nessuno l’ha ripulita», dice. Quando gli chiediamo se possiamo prelevare un campione di terra dove coltiva le verdure, annuisce. La consapevolezza è scarsa, la rassegnazione totale. «Quanto tempo può rimanere contaminata la terra?» chiede.
Abbiamo inviato la terra di Badalli dopo un complicatissimo processo burocratico che per più volte ci ha impedito di spostare i campioni al di là della frontiera. Dopo mesi di tentativi i campioni sono arrivati al laboratorio per un’analisi.
Secondo Zwijnenburg esiste una disparità di trattamento tra i territori occidentali e i teatri di guerra così ampia da poter parlare di doppio standard inaccettabile. «Se un proiettile all’uranio venisse trovato in un parco a Rotterdam o in qualsiasi altra città europea, o se venisse trovato un terreno così tanto contaminato», spiega, «l’area verrebbe transennata, arriverebbero le forze speciali in tute protettive, lo rimuoverebbero, lo metterebbero in un contenitore di piombo e lo stoccherebbero come rifiuto radioattivo. Il terreno verrebbe bonificato immediatamente».
In Kosovo invece i resti sono stati lasciati nei campi per decenni e in parte sono ancora lì. Sono in luoghi accessibili ai bambini, agli animali, agli agricoltori. «Si può certamente accusare la NATO di aver usato queste armi», continua Zwijnenburg, «ma ancor di più credo la si debba attaccare per non aver condotto operazioni di pulizia dopo la guerra. Per i soldati ci sono protocolli chiari. Per i civili invece ben poco»
A tal proposito abbiamo chiesto un commento alla stessa NATO, che attraverso una nota ci ha risposto che “la NATO prende in seria considerazione i temi della salute e dell’ambiente” e che per questo motivo nel 2001 ha creato un Comitato sull’Uranio impoverito. “Il Comitato – in stretta collaborazione con le Naziomi Unite – ha analizzato informazioni circa il possibili rischi associati all’uranio impoverito” e che basandosi su ricerche indipendenti “ha concluso che l’utilizzo di uranio impoverito in Kosovo da parte della NATO non ha causato alcun rischio continuativo per la salute”.
Il problema però è che non esiste un censimento pubblico completo e accessibile dei siti contaminati. La KFOR, ossia la missione di peacekeeping lanciata dalla NATO in Kosovo, non fornisce dettagli specifici sulle bonifiche. Inoltre il governo del Kosovo è alle prese con un sistema sanitario fragile che spesso obbliga i pazienti a comprare i medicinali senza esenzioni o ad andare all’estero per curarsi, e non ha dunque le risorse per affrontare un’emergenza ambientale di questa portata.
Nel corso degli anni le Nazioni Unite hanno approvato risoluzioni che invitano alla trasparenza e all’assistenza per gli stati colpiti dall’uranio impoverito. Ma si tratta di testi non vincolanti. Nei fatti l’uranio impoverito continua a essere impiegato legalmente. Per questo l’ombra delle guerre nei Balcani si allunga ancora oggi sull’Ucraina. Le dinamiche sono le stesse: invio di armamenti “efficaci” oggi in assenza di un piano per il “dopo”. Il problema infatti è negli effetti di lungo termine sulle persone, sull’ambiente e sugli animali, che di fatto impediscono un pieno processo di riappacificazione anche decenni dopo la fine di un conflitto.
«L’Europa fornisce armi a uranio impoverito anche per i nuovi conflitti», avverte Laccetti. Ed è vero. Nel settembre del 2023 Reuters ha rivelato che il governo sstatunitense avrebbe presto inviato armi a uranio impoverito al governo ucraino. Una storia simile a quella rivelata nel giugno del 2023 dal Wall Street Journal. Ancora prima, nel marzo 2023, il Regno Unito aveva inviato proiettili con punta in uranio impoverito. Si tratta di armi convenzionali e legali.
Peccato che a esser lasciata indietro è quasi sempre la popolazione civile, che si trova sbilanciata da un lato dalla necessità di avere armi con cui difendersi e dall’altro dalla necessità e dal diritto di costruirsi un futuro sano a casa propria per sé e per le generazioni successive.
Lo sa bene Laccetti: «Il riconoscimento non toglie le particelle dai tuoi polmoni», dice amaro. E mentre lui convive con la sua diagnosi e le sue vittorie legali, nel villaggio di Zhur il personale medico compila moduli per pazienti che spesso non torneranno, in una terra che ha smesso di tremare per le bombe, ma che, silenziosamente, continua a essere letale.
Una terra che dopo esser stata zona di conflitto è diventata zona di scarti industriali riciclati in munizioni che per decadere avranno bisogno di miliardi di anni. Almeno 4 miliardi, dice la scienza.
Foto | Marjolein Koster
Malattia, guerra, giustizia e silenzio: storie diverse che si intrecciano nel corpo di un soldato. Un uomo che diventa prova, aule dei tribunali suppliscono alla scienza, territori che restano contaminati.

Dalla missione nei Balcani alla diagnosi di tumore, il caso di Emerico Maria Laccetti è il filo che unisce scelte militari, silenzi istituzionali e conseguenze che durano decenni.
Dai primi anni Duemila a oggi l’avvocato Tartaglia ha collezionato circa 500 sentenze favorevoli per militari ammalati o deceduti, e la sua attività ha ispirato avvocati di altri paesi ad avviare cause simili
Se in Italia i militari hanno ottenuto sentenze e risarcimenti, in Kosovo la realtà è desolante. Nei luoghi in cui quasi trent’anni fa sono cadute le bombe non ci sono ancora risposte.
Dai primi anni Duemila a oggi l’avvocato Tartaglia ha collezionato circa 500 sentenze favorevoli per militari ammalati o deceduti, e la sua attività ha ispirato avvocati di altri paesi ad avviare cause simili
Ci sono cose che sopravvivono al proprio creatore, magari assumendo forme nuove, diverse, reinventandosi. Ci sono cose che sopravvivono persino alla damnatio memoriae.