L’ex Cortina di Bologna non vuole rinunciare allo sci
Al Corno alle Scale, sulle piste dove si allenava Alberto Tomba, la neve è sempre meno. Ma si continua ad investire sul turismo invernale per «sopravvivere»
Il futuro del turismo invernale si scontra con la crisi climatica. Non ci sono certezze, ma alcuni studi e iniziative di comunità cercano risposte per ridare vita al territorio.
La storia del Corno alle Scale, località sciistica dell’Appennino, è esemplare delle sfide che la crisi climatica pone al turismo invernale.

Sembra un buon anno per lo sci al Corno alle Scale. A metà dicembre, i dati della Fondazione Cima registravano un deficit di neve del 67% sugli Appennini rispetto alle medie storiche, ma durante le feste sono arrivati freddo e nevicate in Emilia-Romagna.
Ossigeno, nel mezzo di anni di difficoltà: al Corno, località dell’Appennino bolognese, oggi lo sci fatica a causa dei cambiamenti climatici ma secondo molti operatori è ancora irrinunciabile per la sopravvivenza dell’economia locale.

«In questo momento per noi non c’è niente che sostituisce il turismo invernale. L’impatto economico che ha la neve sul nostro territorio non lo porta nessun [altro tipo] di turismo. Sarà brutto da dire ma noi lo sfrutteremo finché sarà possibile farlo» dichiara Clarisse Roda, direttrice di una scuola di sci locale e figlia di Flavio Roda, il presidente della Federazione Italiana Sport Invernali (FISI) e della società che gestisce gli impianti di risalita al Corno, la Corno alle Scale srl.
Mentre la società che gestisce gli impianti è in perdita per scarsità di neve, c’è chi si interroga sul futuro di questa area interna con una visione di lungo termine. Anche se manca ancora una strategia chiara, alcuni studi e iniziative locali cercano di definire idee per rigenerare e ripopolare il Corno alle Scale. A partire dal turismo destagionalizzato.


La spesa pro capite di uno sciatore è maggiore di quella di un visitatore medio del Corno, poiché include i costi per skipass, attrezzature e maestri di sci, oltre che per ristorazione e alberghi. Tuttavia, anche altre forme di turismo possono avere impatto sul territorio, a fronte di costi di gestione minori e una maggior attenzione all’ambiente.
Lo afferma una ricerca del 2020 del CAST (Centro di Studi Avanzati dell’Università di Bologna) in collaborazione col CAI, che ha provato a individuare strategie di sviluppo per «valorizzare la vocazione turistica dell’area» del Corno alle Scale.
Lo studio offre un quadro molto dettagliato del turismo al Corno, basato su micro-dati dell’economia locale e interviste a 470 turisti dell’area.
In base a questi dati, confronta tre progetti diversi d’investimento: il primo è il potenziamento del turismo invernale con nuovi impianti tra Emilia-Romagna e Toscana (progetto A); il secondo è il rafforzamento di forme di turismo destagionalizzate, come percorsi escursionistici, itinerari storico-culturali, turismo sportivo e enogastronomico (progetto B); il terzo è una via di mezzo, che tiene insieme la riqualificazione degli impianti esistenti con la diversificazione dell’offerta del Corno sulle 4 stagioni (progetto C).

L’analisi del CAST stima che anche i progetti B e C, in determinati scenari, possono generare reddito e occupazione pari a quelle che proverrebbero dalla costruzione dei nuovi impianti, che richiedono investimenti maggiori e hanno ritorni incerti a causa dell’aumento delle temperature.
La destagionalizzazione, insieme alla soluzione “via di mezzo” è la strada con più turisti favorevoli tra gli intervistati (77% e 76%), mentre il progetto per la costruzione di nuovi impianti, registra più turisti contrari (26%). I turisti del progetto A hanno una maggior spesa pro capite, perché gli sciatori spendono di più. Tuttavia, i progetti C e B sono migliori negli scenari che tengono più in conto delle preferenze dei turisti: per esempio, se i favorevoli a ogni progetto aumentano del 25%, C e B saranno più redditizi di A, con un impatto di oltre 20 milioni di euro sulla produzione locale, cioè il valore complessivo di beni e servizi generati dai turisti sul territorio.
Semplificando: lo scenario di costruzione di nuovi impianti vince sulla spesa del singolo turista, ma perde se si tiene conto di quanti turisti sostengono un progetto rispetto a un altro.
Al momento però, gli investimenti statali si concentrano proprio sul progetto A: creare nuovi impianti al Corno, che è al centro di un progetto di collegamento tra Emilia-Romagna e Toscana da 27 milioni di euro, avviato in parte e senza un chiaro modello di business.
Risorse alternative allo sci, secondo lo studio CAST, non mancano e potrebbero essere valorizzate meglio, migliorando strutture, servizi di accoglienza e informazione. Tra le alternative sulle quali lavorare ci sono, per esempio, la piscina Conca del Sole e gli altri impianti sportivi di Lizzano in Belvedere, fonte di attrazione per società sportive e famiglie, ma anche i cammini e i sentieri, come l’Alta Via dei Parchi o il Cammino di San Bartolomeo, che possono convertire escursionisti giornalieri in turisti pernottanti, aumentando di conseguenza la loro spesa sul territorio.
Un caso di turismo destagionalizzato in crescita citato dal CAST è la Cooperativa Madreselva, che organizza varie attività al Corno: cammini guidati a tema naturalistico, musicale e storico, per esempio lungo sentieri della Resistenza, o anche ciaspolate, laboratori di educazione ambientale e incontri ricreativi e culturali.

«La cooperativa propone ad adulti e ragazzi un approccio all’Appennino lento, di osservazione, il più rispettoso possibile. La nostra missione è cercare di valorizzare il territorio in tutte le sue sfaccettature e in tutte le stagioni» spiega Marco d’Agostino, ricercatore, guida ed educatore ambientale di Madreselva.
«Dal 2022 al 2025, abbiamo portato in media ogni anno 2.050 persone nell’Appennino Bolognese tra adulti e ragazzi [nelle escursioni giornaliere], senza contare settimane verdi, trekking a lunga percorrenza, laboratori con i bambini» dichiara d’Agostino. Il totale è più che raddoppiato dal 2018, anno dei dati dello studio CAST, che riportava 900 partecipanti alle escursioni giornaliere.
Questa serie di Slow News è stata realizzata insieme alla testata ceca Ekonews nell’ambito del progetto “When It Stops Snowing”, sostenuto da Journalismfund Europe.
Il dibattito sul futuro delle zone di montagna a quote più basse, dove la crisi climatica rende il turismo invernale sempre più complesso, è acceso in tutta Europa. E, in tutto il continente, sono numerosi i progetti che provano a fornire alternative a uno status quo che diventa sempre meno sostenibile.
Il progetto Piton (Pyrenees Innovation Holistic Mountain Transition), per esempio, sostiene l’adattamento ai cambiamenti climatici nella regione dei Pirenei, a cavallo tra Francia, Spagna e Andorra. Invece di concentrarsi esclusivamente sulle stazioni sciistiche, il progetto punta a riconnettere il turismo con l’economia locale più ampia.
Sulle Alpi francesi, il comune di Saint-Pierre-de-Chartreuse è stato un’importante località turistica in passato, ma a partire dagli anni Novanta è entrata progressivamente in crisi. Nell’ambito del progetto TranStat (Transitions to Sustainable Ski Tourism in the Alps of Tomorrow) ha sviluppato una strategia di differenziazione turistica, basata sulla strutturazione di attività outdoor qualificate e sulla valorizzazione e messa in rete del patrimonio naturale e culturale.
Sui Carpazi, in Romania, invece, si lavora sull’agricoltura per evitare un ulteriore spopolamento delle aree montane. In particolare, il progetto MountResilience mira a creare soluzioni sostenibili per la conservazione e la valorizzazione dei prati montani, con l’utilizzo di droni e nuovi sementi, e grazie a processi decisionali partecipativi.
La cooperativa è un esempio di realtà nata da giovani che hanno scelto di venire a lavorare in Appennino, e non è un caso isolato: come loro, sono diverse le aziende agricole sorte dall’area di Rocca Corneta, o la biblioteca culturale Solea, fondata nella frazione di Monte Acuto. Storie di realtà piccole, che dimostrano come la montagna possa essere ancora un’attrazione per giovani interessati a modelli di vita e lavoro diversi da quelli urbani.
Attrarre nuove abitanti, in particolare giovani, è una condizione fondamentale per rilanciare il Corno. Ed è quanto si propone fare un’iniziativa avviata lo scorso autunno dal comune di Lizzano in Belvedere, il percorso partecipativo Ridare vita al territorio del Corno alle Scale, aperto a residenti storici, nuovi abitanti, giovani, associazioni e operatori economici.
«L’obiettivo non è solo favorire l’integrazione sociale, ma costruire condizioni concrete per una residenzialità stabile, capace di durare nel tempo» dichiara Paolo Piacenti, vicesindaco di Lizzano e organizzatore dell’iniziativa.

Strutturato su più incontri, il percorso ha analizzato le difficoltà del territorio, come il declino del turismo, il calo demografico, i pochi servizi per residenti e la crisi del volontariato, fondamentale per compensare i servizi ma sempre più sotto pressione a causa dell’invecchiamento della popolazione. In seguito, sono stati creati gruppi di cittadini per elaborare idee su diversi temi, come l’abitare, il lavoro, i servizi di prossimità. Le idee saranno raccolte e presentate ad inizio 2026 in un report, che diventerà uno strumento di lavoro per l’amministrazione.
Possibili linee guida potrebbero riguardare, per esempio, la creazione di spazi di coworking e smart working, un sistema di matching tra potenziali nuovi residenti e immobili sfitti, o agevolazioni per affitti residenziali stabili. Oggi il comune, a fronte di poco più di 2.000 abitanti, conta 4.000 alloggi non occupati stabilmente, tra seconde case, immobili da ristrutturare e abitazioni per affitti brevi. In altre parole, per ogni cittadino attuale, ci sono due case quasi sempre vuote.
Il tema dell’abitare, centrale nel percorso, è strettamente legato a quello delle possibilità di occupazione sul territorio. In merito al lavoro, sottolinea Piacenti, la rigenerazione del Corno non deve avere il turismo come unica leva.


«Accanto al turismo, oggi chiamato a ripensarsi in chiave destagionalizzata a causa degli effetti del cambiamento climatico, il territorio ospita un tessuto significativo di commercio di prossimità, artigianato e soprattutto piccola e media industria, in particolare nel settore metalmeccanico» dichiara Paolo Piacenti. Queste realtà, spiega, sono strategiche per la tenuta economica del territorio, ma faticano sempre più a reperire manodopera qualificata e giovani lavoratori, anche a causa delle difficoltà legate all’abitare e ai servizi.
Per valutare nel concreto cosa seminerà l’iniziativa del comune per rispondere a queste difficoltà, e soprattutto il lungo processo di trasformazione che intende avviare, servirà tempo.
Nel corso di questa serie, abbiamo raccontato di forti investimenti pubblici per nuovi impianti al Corno: progetti fatti per sopravvivere e per comprare tempo, sperando che continui nevicare e ignorando studi svolti da tecnici in dialogo con la comunità. Questi investimenti sono stati sostenuti anche dall’attuale amministrazione locale.
Il percorso Ridare vita al territorio del Corno alle Scale invece, nel suo piccolo, segnala la consapevolezza del comune di dover ragionare su uno sviluppo di lungo periodo, in dialogo con i cittadini. Uno sviluppo sostenibile, anche quando smetterà di nevicare.
Con il supporto di Journalismfund Europe
![]()
In copertina, il Corno alle Scale. Foto di Enrico Partemi
La storia del Corno alle Scale, località sciistica dell’Appennino, è esemplare delle sfide che la crisi climatica pone al turismo invernale.

Al Corno alle Scale, sulle piste dove si allenava Alberto Tomba, la neve è sempre meno. Ma si continua ad investire sul turismo invernale per «sopravvivere»
Al Corno alle Scale è in costruzione un’opera divisiva voluta dalla politica e dalle imprese sciistiche, che ha vinto le contestazioni di una parte di comunità. Un’alternativa meno impattante è stata ignorata e il progetto finale rischia di avere molti problemi.
La società che gestisce gli impianti nel 2024 è risultata in perdita per «scarsità di neve». Il suo bilancio è un buon esempio per capire l’impatto dei cambiamenti climatici sullo sci a bassa quota e come funzionano gli aiuti pubblici al settore.
Il futuro del turismo invernale si scontra con la crisi climatica. Non ci sono certezze, ma alcuni studi e iniziative di comunità cercano risposte per ridare vita al territorio.
La società che gestisce gli impianti nel 2024 è risultata in perdita per «scarsità di neve». Il suo bilancio è un buon esempio per capire l’impatto dei cambiamenti climatici sullo sci a bassa quota e come funzionano gli aiuti pubblici al settore.
Al Corno alle Scale è in costruzione un’opera divisiva voluta dalla politica e dalle imprese sciistiche, che ha vinto le contestazioni di una parte di comunità. Un’alternativa meno impattante è stata ignorata e il progetto finale rischia di avere molti problemi.
Al Corno alle Scale, sulle piste dove si allenava Alberto Tomba, la neve è sempre meno. Ma si continua ad investire sul turismo invernale per «sopravvivere»