«Capire e ricordare, è questo che fa la letteratura», un’intervista a David Peace

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Intorno alle 9 e 45 di domenica 26 giugno 1977, due bambini si inseguono correndo vicino a un muretto tra Reginald Street e Reginald Terrace, nei sobborghi nord di Leeds, in Yorkshire. Il gioco dura qualche minuto, fino al momento in cui uno dei due inciampa su qualcosa di molle. È il corpo di Jayne MacDonald, una ragazzina di pochi anni più grande di loro. Giace con la faccia rivolta per terra e con più di venti coltellate al petto. È la quinta vittima dello Squartatore dello Yorkshire.

A pochi chilometri dal quel muro, da quei due bambini e dal quel cadavere, un altro bambino si è appena svegliato. Si chiama David Peace, ha dieci anni, da grande vuole fare lo scrittore e quel giorno la sua vita sta cambiando. Appena legge della notizia nella sua testa di deposita il germe di un’ossessione. Chi ha ucciso Jayne MacDonald? Chi è il misterioso Yorkshire Ripper? Il piccolo David riflette, e più riflette più ha paura. L’assassino deve essere il marito e il figlio di qualcuno, pensa. Probabilmente anche è anche il padre di qualcuno. Arriva addirittura a considerare la possibilità che possa essere il suo stesso padre in un’ossessione che gli dura degli anni. Neppure l’arresto del mostro, il 2 gennaio del 1981, fa sfumare quell’ossessione dalla mente di David, che le rimarrà fedele per anni, raggrumandola in un lungo racconto diviso in 4 libri: 1974, 1977, 1980, 1981. Il Red Riding Quartet di David Peace.

«Cercare di capire, cercare di ricordare. È questo che fa la letteratura». La voce di David Peace è irregolare, intermittente, al di là dello schermo che ci separa. Lui parla da Tokio, dove vive da più di vent’anni. Io lo ascolto da Milano: «Ho iniziato a scrivere quando avevo 8 anni», continua, sempre prendendo pause, balbettando leggermente, «e non ho più smesso».

Perché ti ha attratto il lato oscuro dell’animo umano?
Più dell’anima nera dell’uomo, a me interessa capire come la nostra natura reagisce di fronte alle difficoltà, alle sconfitte, alle crisi sociali economiche e politiche, ai crimini. Mi interessa la nostra reazione alla sofferenza, non la sofferenza in sé. È la battaglia che ognuno di noi intraprende con il dolore, la sconfitta e la sofferenza, è quello che voglio capire.

Cosa hai capito scrivendo il Red Riding Quartet?
Mi sono occupato anche in altri libri di violenza, ma mi sono occupato anche di altro, come in Maledetto United, in GB84 o in Red or Dead, ma per quanto riguarda i libri ambientati nello Yorkshire, quello che ho capito è che siamo una società, non un insieme di individui. Ma anche che quando degli essere umani vivono in una società e capitano dei fatti terrificanti come gli assassini di un pazzo serial killer che chiamano lo Squartatore dello Yorkshire, tutti siamo responsabili. Certo, il cosidetto “mostro” che uccide le donne è solo uno, l’assassino è lui, ma non è un malato. È il corpo della società ad essere colpevole.

Perché?
Perché ha fallito. E ha fallito nella polizia, negli inquirenti, nei giornalisti, nella stessa popolazione maschile, per come tratta le donne ogni giorno, per come ne costringe alcune a prostituirsi, per come ha reagito alla crisi economica imbruttendosi. Siamo tutti responsabili da questo punto di vista.

Cosa hai imparato invece dalla trilogia di Tokio?
Con i libri su Tokio mi interessava cercare di capire la città dove vivo da vent’anni, una città che è stata sconfitta, distrutta e occupata. Anche qua mi interessava capire come costruiamo o ricostruiamo la nostra identità a partire dalla sconfitta. Dopo la guerra l’America ha imposto una democrazia liberale al Giappone, ribaltando il sistema politico giapponese. E molte di queste cose, nell’identità di questa città sono state dimenticate.

Quindi la letteratura serve a capire e ricordare?
Sì, assolutamente. Capire e ricordare, è questo che fa la letteratura. È così che io ho sempre inteso l’intera storia della letteratura.

Perché?
Perché il bisogno di raccontare storie viene dalla tradizione orale e il modo migliore di ricordare un testo è dargli una forma, un ritmo, un movimento, usare ripetizioni, assonanze, allitterazioni. Non servono soltanto a rendere suadente il racconto agli spettatori, servono anche e soprattutto a chi racconta, per ricordare. Sono paletti, punti di riferimento ritmici e sonori fondamentali. E poi raccontare storie è sempre stato un modo di perpetuare qualcosa, di ricordare, di cercare di fare sopravvivere l’esperienza e la storia al tempo e alla morte. I racconti orali non erano inventati nel modo in cui lo sono i nostri romanzi, non erano fatti per intrattenere, ma per ricordare, per passare informazioni, storie, tradizioni.

Nella storia della letteratura le crime novel sono uno sviluppo abbastanza recente, non hanno nemmeno due secoli. Come mai? Perché non esistevano prima?
L’ascesa del crime novel è senza dubbio da legare alla contemporanea ascesa dell’individualismo nella nostra società. È per questo che prima della metà dell’Ottocento praticamente non ce ne è traccia. Parlo di individualismo non soltanto come pratica sociale, ma anche come caratteristica intrinseca all’atto di lettura. Come dicevamo prima, il racconto è nato come pratica collettiva, non individuale, mentre la scrittura moderna è esattamente l’opposto, almeno a partire dalla nascita del romanzesco. All’inizio persino questo genere di gialli non venivano consumati da lettori solitari, bensì venivano letti insieme. Ma ora è tutto diverso.

Negli ultimi vent’anni questo tipo di narrativa è cambiata molto. Che legame c’è con il cambiamento della società?
È un fenomeno strano il modo in cui è cambiata l’arte di raccontare storie di intrighi, soprattutto quelle di crimini. La domanda è molto interessante, tanto quanto è difficile rispondere. La difficoltà è data anche dal fatto che al giorno d’oggi il crime novel ha tanti sottogeneri, pensa per esempio alla differenza tra l’hard boiled e una crime fiction che rasenta l’horror come il Silenzio degli innocenti. Dagli anni Settanta, il rapido evolversi del nostro modo di vivere ha comportato una evoluzione sostanziale di raccontare la paura, il crimine e la violenza. Probabilmente c’entra ancora una volta con l’impoverimento della nostra società, una società che non sta affatto bene.

L’ascesa di fenomeni politici come Bernie Sanders e Jeremy Corbyn è la reazione a questo malessere?
Probabilmente sì, almeno in parte. C’è una fenomeno che forse un tempo avremmo chiamato “uno spettro” che si aggira per l’Europa e che rappresenta la volontà di una parte della popolazione di tornare a una politica vera, onesta, più semplice di quella improntata alla vuota comunicazione, più radicata e più radicale come ad esempio il socialismo.

E Donald Trump?
È l’altra faccia di questo spettro. È il sintomo del fatto che una parte della popolazione americana desidera cambiamento, e in periodi come questi, il cambiamento per qualcuno è il populismo di destra di un ricco milionario. Ma la radice dei due spettri è la stessa. D’altronde anche il partito fascista e quello nazista venivano dal socialismo. È questo il vero pericolo che vedo, è per questo che viviamo tempi molto pericolosi.

La spaventa la cattiveria?
Se qualcuno vota Donald Trump non è perché è cattivo o perché ha scelto il lato oscuro di qualcosa. Lo fa perché probabilmente deve stare dietro a due lavori, non ha il tempo per fare altro e ha un accesso molto limitato all’informazione. Se vota Trump è per un misto di ignoranza e disperazione. Una cosa simile credoo che valga anche per i ragazzi di Bruxelles che diventano terroristi e che, nati e cresciuti in Belgio, a un certo punto decidono di farsi saltare in aria uccidendo un sacco di persone. È successo anche a Londra, nel luglio del 2005, e gli attentatori venivano da posti simili a quelli dove sono cresciuto io.

Perché è successo?
Perché questa gente è completamente esclusa dalla società, è messa ai margini. Se cresci in una famiglia della working class e sei di cultura islamica, in Inghilterra, in Francia o in Belgio, le tue scelte di vita saranno molto limitate. Potrai aspirare a fare il tassista, l’inserviente di un fast food o lo spacciatore. Il tuo mondo è limitatissimo. Se qualcuno, in quelle circostanze, viene a dirti che puoi cambiare il mondo ha sicuramente molte possibilità che le sue teorie attecchiscano.

Cosa succederà quando non sarà soltanto qualche ragazzo a crescere con le spalle al muro, ma un’intera generazione? È possibile che tra qualche anno i terroristi saremo noi?
Credo che stiamo tornando a una situazione simile a quella in cui vivevamo alla fine del 19esimo secolo. Io ho dei figli che sono ancora teenager e francamente adesso non sono più così sicuro che sia una buona idea avere dei figli in un mondo simile. Non so che lavoro potranno trovare, non so cosa sarà della loro vita. Prima parlavamo di Sanders e Corbyn. Bene, io spero che quella sarà la strada, perché se non prendiamo quella ce n’è solo un’altra ed è una strada che potrebbe portare a qualcosa di molto simile al nazismo. Troppa gente in giro per il mondo è disgregata, disillusa e marginalizzata, la guerra in Medio Oriente e in Nord Africa ha fatto fuggire migliaia di persone verso l’Europa, la disoccupazione, soprattutto giovanile, continua a salire, be’, la sensazione è che possa collassare tutto da un giorno all’altro.

Articolo pubblicato originariamente su Pixarthinking.it, portale chiuso nel marzo del 2017. Lo abbiamo ripubblicato qui su Slow News in data 29 ottobre 2019, firmato dallo stesso autore, nell’ambito di un’operazione di salvaguardia del giornalismo di qualità. Per questo motivo la lettura di questo articolo è gratuita, esattamente come lo era sul portale originario.

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