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Roma selvatica

La via del selvatico

Stalker è un movimento di architetti, tra i primi a essersi accorti che oltre il muro di cinta all’angolo tra la via Prenestina e via di Portonaccio la natura selvatica si era ripresa lo spazio di un’ex fabbrica.

L’allevatore andò su tutte le furie:
«Sulla mia terra non ce ne sono, di luoghi sacri!».
«Si che ci sono» disse uno degli aborigeni presenti.
«No che non ci sono».
«Ci sei proprio sopra, amico».

Bruce Chatwin, Le vie dei Canti

Ad agosto 2020, all’inizio di questo lavoro, sono venuta a sapere che un movimento di architetti chiamato Stalker stava organizzando per settembre una serie di incontri sul selvatico a Roma e una camminata di tre giorni, dal 2 al 4 ottobre, dal lago Bullicante a San Vittorino, un borgo collinare situato nel punto più orientale del territorio comunale. Conoscevo gli Stalker per i loro lavori di ricerca sull’abitare informale e per le esplorazioni attraverso i luoghi di scarto della città. Sono loro tra i primi a essersi accorti che oltre il muro di cinta all’angolo tra la via Prenestina e via di Portonaccio la natura selvatica si era ripresa lo spazio di un’ex fabbrica. Così ho contattato Lorenzo Romito e Giulia Fiocca, tra i fondatori di Stalker, per chiedergli di rilasciarmi un’intervista. Entrambi architetti, mischiano l’approccio della ricerca a quello dell’arte, della filosofia e dell’attivismo, come la battaglia per il lago Bullicante.

Quando li incontrai Romito aveva appena terminato di allestire l’esposizione dei borsisti dell’Accademia di Francia Villa Medici, di cui è curatore, chiamata ‘Dans le tourbillon du tout-monde‘. Mi sottoposero il calendario degli incontri preparatori di ‘Spontaneamente’, il progetto che avrebbero curato all’interno del programma culturale del Comune di Roma, Romarama, e mi proposero di unirmi alla loro Scuola di Urbanesimo Nomade e alla camminata. L’obiettivo era quello di partire dal lago Bullicante ed esplorare a piedi un possibile corridoio ecologico tra parchi, terreni inutilizzati e spazi interstiziali rinaturalizzati in modo spontaneo all’interno di uno dei quadranti più densamente urbanizzati di Roma, e disegnare una mappa condivisa di ciò che vi avremmo trovato. Pur non sapendo che tipo di materiale avrei raccolto, l’idea di camminare con loro mi piacque e accantonai l’intervista. «Stalker è nata venticinque anni fa con una camminata di tre giorni, dormendo in tenda», ha raccontato Romito nel corso di una lezione del Master Environmental Humanities/Studi dell’Ambiente e del Territorio dell’Università di Roma Tre, co-diretto dal docente Francesco Careri, anche lui tra i fondatori di Stalker. «Da allora chiamiamo questi spazi marginali ‘Territori attuali’, in contrapposizione a quella che viene considerata la città contemporanea. Sono l’alter-ego della città costruita. La loro conoscenza attraverso l’esperienza diretta, a nostro avviso, è formativa proprio perché estranea ai nostri schemi o alla nostra pianificazione».

Foto di Ylenia Sina.

L’appuntamento per la prima giornata di cammino è alle dieci del mattino a largo Preneste, uno spazio eterogeneo: una piazzetta con panchine, un capolinea del bus, un parco giochi, un colombario del II secolo dopo Cristo e un incrocio stradale attraversato da auto, tram e persone. Ho sempre considerato largo Preneste la porta dell’est della città. Si presentano una trentina di persone, tra le quali alcuni studenti di architettura, un paio di fotografi e tanti appassionati delle camminate di Stalker. In molti indossano scarpe da trekking e hanno zaini sulle spalle. Abbiamo un’aria da escursionisti di montagna. È una giornata calda nonostante il maltempo dei giorni precedenti e le nuvole che coprono parzialmente il cielo. La prima tappa è il lago Bullicante. Lo raggiungiamo percorrendo circa trecento metri su un marciapiede stretto tra il muro di cinta e una strada a sei corsie dove le auto corrono veloci. Il cancello per entrare al monumento naturale compare all’improvviso, e pochi passi dopo aver varcato quella soglia ci si ritrova nella natura.

«Occuparsi di selvatico significa celebrare la relazione tra Roma e il suo alter-ego naturale e spontaneo, il Latium, da sempre cantata da artisti e poeti che in essa vi colgono l’unicità della città eterna, la sua estraneità al moderno presente in ragione di un tempo altro», avevano spiegato Romito e Fiocca nel corso di uno degli incontri preparatori alla camminata. «Il mito di Roma va compreso e interpretato per dispiegarlo in una nuova progettualità fondata sulla comprensione delle dinamiche evolutive spontanee del territorio, così da fare del rilancio del selvatico e del suo carattere rigenerativo una prospettiva di riorganizzazione del territorio post-Coronavirus».

Foto di Ylenia Sina.

Usciamo dal cancello che delimita l’area del lago Bullicante quando sono ormai le undici e attraversiamo la strada a piccoli gruppi per evitare le auto in corsa. Ci infiliamo in una via poco battuta che costeggia il muraglione con i binari del treno ad alta velocità per Napoli e della linea regionale per Pescara che dal 1888 collega l’entroterra dell’Italia centrale – Sulmona, in Abruzzo – alla Capitale. Il muro è coperto alla vista da una fitta vegetazione di ailanto, una specie arborea importata nel ‘700 dalla Cina per avviare allevamenti di lepidotteri per la produzione di seta e oggi conosciuta per le sue capacità di adattamento che l’hanno resa in grado di eliminare la concorrenza. Una specie definita invasiva – la incontreremo spesso lungo il cammino – che il botanico e paesaggista, inventore del Terzo paesaggio, Gilles Clément, ha inserito nel suo libroElogio delle vagabonde’. In pochi minuti siamo alla rotonda antistante alla stazione Prenestina. L’edificio è chiuso da tempo e i pochi viaggiatori presenti accedono direttamente ai binari da un ingresso laterale. I palazzi del quartiere di Villa Gordiani, distanti qualche centinaio di metri, sono coperti alla vista dalla folta vegetazione spontanea cresciuta sul terreno rialzato che costeggia i due lati della strada in salita. Ci inerpichiamo sul lato sinistro grazie a una scalinata di tufo semicoperta di cespugli di inula e filamenti dritti e verdi di erba appena spuntata, cresciuta su quella secca dell’estate appena trascorsa. Questi gradini hanno la stessa aria di alcuni templi maya immersi nella selva. Anche se conosco questi quartieri non riesco a orientarmi. Ho la sensazione che i gradini mi condurranno in un’area poco conosciuta, invece portano a un parco cittadino intitolato a Pasolini. Le fronde degli alberi lasciano intravedere a malapena la facciata di un palazzo di otto piani. Una volta attraversato il parco siamo costretti a incamminarci lungo il marciapiede. «Cosa prevede il percorso ora?», chiedo a Giulia Fiocca. «Non lo sappiamo con precisione, qui non ci sono guide», risponde. «Sperimentiamo insieme come entrare nell’area verde più vicina», dice indicando la vegetazione visibile oltre il traffico della via Prenestina.

La porta di accesso all’area verde successiva è una recinzione metallica in parte divelta che poggia sul fianco di una palazzina di otto piani, l’unica a essere stata costruita sul quel lato della strada, all’interno del lotto di terreno in cui stiamo per entrare. Siamo in una traversa poco trafficata di via Prenestina e una quarantina di persone in fila per passare sotto a una rete ed entrare in un campo di proprietà privata non passa inosservata. Il varco è abbastanza largo e non richiede particolare sforzo fisico, ma il passaggio dall’altra parte genera un sentimento misto di tensione, «che ci faccio qui?» mi viene da pensare, e di curiosità adrenalinica. Ricordo un passaggio del manifesto scritto da Stalker dopo l’esperienza della camminata del 1995: «Percepire lo scarto, nel compiere tale passaggio, tra ciò che è sicuro, quotidiano, e ciò che è incerto, da scoprire, genera un senso di spaesamento, uno stato di apprensione che induce a una intensificazione percettiva, improvvisamente lo spazio assume un senso, ovunque la possibilità di una scoperta, il timore di un incontro indesiderato. Lo sguardo si fa penetrante, l’orecchio si dispone all’ascolto».

Foto di Ylenia Sina.

Celebriamo il momento guardandoci attorno per qualche istante, poi proseguiamo lungo una striscia di prato incolto in cui spiccano piccoli cespugli di rucola selvatica e verbasco. Nei tratti in cui la vegetazione è più alta i nostri passi la schiacciano tracciando un sentiero. Intravediamo anche le tre capre che pochi minuti prima avevamo osservato dal marciapiede di via Prenestina, sedute sulla scarpata adiacente alla consolare, ignare di far parte del campo visivo di un grande cartellone pubblicitario che sponsorizza una villa per cene di gala e feste per i 18 anni. Per tutto il tragitto, della durata di un quarto d’ora circa, il muro di palazzi che si innalza in fondo al prato sulla nostra sinistra nasconde l’orizzonte verso est. Qualche giorno dopo, verificando sulle mappe del progetto, avrei scoperto che quel terreno è ricompreso nel perimetro dell’Anello Verde. Usciamo come siamo entrati, passando da un varco nella recinzione che, osservando il materasso abbandonato nel canneto pochi metri più in là, non siamo i primi a utilizzare. Siamo a meno di 500 metri dalla stazione della metro Teano, in mezzo a quartieri densamente abitati, eppure sbuchiamo su una strada senza marciapiede che costringe noi a camminare in fila indiana e le auto a invadere la corsia opposta per non investirci. Tentiamo di accedere a un altro lotto di terreno non edificato, proprio dietro la stazione della metro C, ma qualunque attraversamento si rivela impraticabile. Siamo costretti a procedere lungo il marciapiede.

Dopo quattrocento metri, dietro a una scuola media, una scalinata di sampietrini porta a un piccolo bosco di tigli. Dal margine di questa altura si vede il cortile della scuola dove sono ammassate decine di banchi a due posti eliminati per rispettare le misure di distanziamento richieste per l’epidemia di Coronavirus. È un’immagine simbolica e in molti tirano fuori gli smartphone per fotografarla.

Foto di Ylenia Sina.

Conosco queste strade, ma non sono mai stata in questo parco. «Si chiama parco Somaini», mi spiega un residente, in cammino con noi, attivista del Gruppo Ambiente e Territorio (GAT) della Libera Assemblea di Centocelle, un movimento di quartiere nato a novembre del 2019 dopo una serie di incendi dolosi ai danni di alcune attività commerciali della zona. Anche il GAT ha aderito alla Rete Ecologica Roma Est e, proprio in quei giorni, sta organizzando delle iniziative per accendere i riflettori sulle condizioni di parco Somaini. «26 ettari di verde nel mezzo di alcuni dei quartieri più popolosi della città sono una risorsa preziosa, e invece è abbandonato a sé stesso”» Racconta che il parco, che ricade nel Comprensorio archeologico Casilino Ad Duas Lauros, è in parte pubblico, in parte di proprietà privata, in parte occupato da un enorme cantiere di Metro C. «Chiediamo che diventi interamente pubblico per evitare ogni rischio di speculazione e che venga reso più fruibile visto che oggi è praticamente inaccessibile. Questo parco potrebbe diventare un polmone verde».

Una volta che la recinzione metallica del cantiere è alle nostre spalle, il prato si apre di fronte a noi. Le fronde di una grande farnia invitano a una sosta sotto la loro ombra. Ormai è l’una del pomeriggio e qualcuno si siede su un grande ramo rovesciato a terra per scartare un panino. Un gruppo più ristretto decide di continuare con l’esplorazione del parco. Raggiungiamo un casale diroccato, testimonianza del passato agricolo di questa zona. Ovunque sono appesi cartelli con la scritta ‘pericolo crollo’. Il tetto di uno dei due manufatti è completamente ceduto e un muro laterale è sovrastato da una colonia di ailanto. Prima di andarmene scatto una fotografia e mi accorgo che nell’inquadratura i palazzi da dieci piani del Casilino 23 sono vicinissimi.

«Abbiamo sempre pensato che la miglior cura per questi luoghi marginali fosse l’abbandono, ma oggi ci ritroviamo a confrontarci con la necessità di una mappa che venga riconosciuta dall’amministrazione», aveva detto Romito qualche giorno prima nel corso di uno degli incontri in programma, riferendosi al progetto dell’Anello Verde. «Questi territori, però, non sono quadratini vuoti ma già terreno di funzioni informali e di relazioni».

Foto di Ylenia Sina.

Lasciamo il parco seguendo un sentiero, ma prima di infilarci nel reticolo ordinato delle strade di Centocelle tentiamo di accedere all’area di un teatro tenda chiuso da anni e andato a fuoco a maggio 2020 rilasciando sopra ai palazzi del quartiere una nube di fumo nero. I resti accartocciati a causa del calore sono ancora lì. In quel punto Centocelle, quartiere popolare nato all’inizio del secolo scorso e oggi una delle ultime frontiere cittadine della gentrificazione, non può che essere attraversato sul marciapiede. I miei piedi, dopo il cammino sul terreno disconnesso e morbido del prato, subiscono l’impatto dell’asfalto. A circa mezz’ora c’è il parco di Tor Tre Teste, 80 ettari di verde in mezzo ai quali sorge l’omonimo quartiere. L’ultima parte del quartiere Alessandrino, prima di arrivarci, la percorriamo su un terreno incolto ai margini di alcune costruzioni. «C’è odore di rucola selvatica», dico mentre mi accorgo che attorno a me ne è pieno. «Questa è portulaca, è commestibile», replica Giulia Fiocca indicando una pianta dalle foglie carnose. «Questa è tutta malva», dice una donna che sta camminando insieme a noi. «Qui c’è l’amaranto», aggiunge.

Al parco di Tor Tre Teste ci sediamo per qualche minuto sul prato, tra un laghetto artificiale pieno di tartarughe e gli archi di tufo dell’Acquedotto Alessandrino. Morteza, studente delle Scuola di Urbanesimo Nomade originario dell’Afghanistan, ha portato con sé datteri per tutti. Passiamo un bosco di pini e uno di tigli lasciandoci alle spalle i condomini di Tor Tre Teste. Da qui la campagna romana si apre. Sulla destra il parco di Casa Calda è senza alberi e gli archi color ocra di un breve tratto di Acquedotto Alessandrino si stagliano solitari, coperti solo in parte da un canneto. Abbiamo intenzione di raggiungere un lago senza nome che si trova subito oltre il tracciato del Grande Raccordo Anulare, al fianco della via Collatina. Procediamo in direzione nord-est al limitare dei campi coltivati a ortaggi della tenuta agricola della Mistica. I nostri passi scivolano sul terreno molle, bagnato dai temporali dei giorni precedenti. A un certo punto i campi sono talmente estesi che all’orizzonte spunta solo la torre dell’ex salumificio Fiorucci, oggi occupato da una settantina di famiglie senza casa, che ospita il Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz (MAAM), in cima alla quale si intravede un telescopio, opera dell’artista Gian Maria Tosatti. È solo un effetto ottico dovuto alla pendenza del suolo: davanti a noi, a qualche centinaio di metri sulla sinistra, si incontra il popoloso quartiere di Tor Sapienza, mentre verso destra l’agglomerato di capannoni e magazzini di Colle Prenestino. Per uscire dai campi siamo costretti a passare attraverso un canneto dove cumuli di mobili rotti, abiti usati impastati di terra e bottiglie di plastica scolorite sembrano l’unico segno che non siamo gli unici umani a essere passati di lì. Non ho idea di come usciremo, ma mi fido dell’incedere deciso del resto del gruppo e non dico niente. Riemergiamo su una strada a scorrimento veloce. Nemmeno la vista di un ex albergo a quattro stelle occupato da decine di famiglie senza casa in cui ero stata diverse volte per ascoltare storie di emergenza abitativa rende il paesaggio meno desolato. La sua facciata a vetri non fa percepire nulla della vita contenuta al suo interno. La via Prenestina in quel tratto è un susseguirsi di capannoni commerciali, negozi all’ingrosso, concessionari e pompe di benzina. Ci incamminiamo per una decina di minuti, poi ci infiliamo in una stradina laterale. All’altezza di un centro di accoglienza per migranti sorvegliato da una volante dalla polizia, un bus turistico ci costringe ad appiattirci al bordo della strada. Intuisco da un cartello che è diretto a una villa per eventi privati che sorge in fondo a sinistra. Noi vogliamo andare a destra, su una strada dissestata immersa nella vegetazione. Un uomo ci osserva dall’alto del terrazzo di una costruzione che in quel paesaggio confuso non avevo notato e ci intima di non proseguire: «È una strada privata, e poi lì non c’è niente», dice. Gli spieghiamo che abbiamo intenzione di oltrepassare il raccordo da un sottopassaggio. Si convince di malavoglia e ci lascia stare. Il terreno e le pareti circostanti sono coperte da una selva di ailanto, rovi e vite americana. Siamo in un luogo non segnato su Google Maps.

Foto di Ylenia Sina.

«Come conoscete questo sottopassaggio?», chiedo. «Nel 2009 con il progetto Primavera Romana abbiamo esplorato il Raccordo anulare, ci siamo già stati», spiega Giulia Fiocca. È pomeriggio inoltrato e il caldo delle ore centrali della giornata ha lasciato il posto al clima tiepido di inizio ottobre. Avvistiamo il lago dopo una decina di minuti di cammino in aperta campagna e raggiungiamo le sue rive lasciandoci scivolare in una scarpata ricoperta di rovi alta un paio di metri. Siamo tutti soddisfatti di averlo trovato. Ne approfittiamo per un momento di pausa e ci sediamo lungo le rive. È ancora giorno, ma la luce inizia a diventare azzurrognola e sta perdendo di intensità. Qualcuno inizia a scrivere su una lavagnetta i nomi che avremmo potuto dare a quel luogo. Mi siedo su una roccia con i piedi appoggiati più in basso sui sassi che degradano verso l’acqua e noto con un po’ di stupore delle sottili chele di granchio bluastre. Non mi chiedo come usciremo da lì. Piuttosto mi concentro sul brusio delle auto che corrono sul Raccordo nascosto dietro al canneto. Quell’immagine mi appare allo stesso tempo familiare e distante, mentre lo scenario in cui sono immersa è reale ma sfugge in parte alla mia comprensione. Quel paesaggio che avevo sempre considerato inaccessibile è attraversabile.

Foto di Ylenia Sina.

Decidiamo di risalire dall’infossamento in cui si trova il lago dal lato opposto da cui siamo arrivati. Ci facciamo strada in un canneto spostando la vegetazione con le mani. Il terreno è coperto da uno strato spesso di filamenti secchi e i piedi sprofondano a ogni passo. Le persone davanti a me spariscono lentamente dietro ai giunchi. Mi affretto per seguirli, assicurandomi così di avere il terreno sotto ai piedi. Per andare dall’altra parte dobbiamo risalire una ripida parete di terreno ricoperto da un rado intreccio di rovi. Nessuno sa se una volta in cima ci sarà un passaggio per proseguire. Bisogna esplorare. Scosto piano un rovo prendendo una foglia con la punta delle dita, quasi sicura che nel momento in cui lo lascerò per proseguire sarebbe tornato a sbattere sulle mie gambe – spero solo non si agganci al tessuto dei pantaloni – e mi aggrappo a un ramo con entrambe le mani per essere più stabile. Tre nappole si sono attaccate alla mia felpa e mi stanno graffiando i polsi. «Vedrai che sopravvivi», mi dice un ragazzo che sta salendo subito dietro di me. «Ma dove siamo finiti?», dico scherzando. Devo avere un’espressione affaticata.

Giunti in cima capiamo che si può proseguire. Giù per un fosso, un breve salto dalla parte opposta e poi su per una scarpata di un paio di metri, ma senza rovi. Proseguiamo per altri venti minuti tra campi di terra secca. Quando raggiungiamo la stazione del treno della Rustica sono quasi le sei di sera. Un gruppo decide di proseguire oltre con l’intento di raggiungere un lago emerso negli anni settanta in una cava di tufo, scavata fin dai tempi dei romani. Io decido di prendere il treno e avviarmi verso casa.

Torno al punto di partenza in meno di venti minuti.

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