Ep. 02

Nuove domande

Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane. (Italo Calvino)

Slow News. Il primo progetto italiano di slow journalism.
Dalle nostre serie Serie Giornalistiche
Neet. Senza una meta.

Quello dei NEET è un fenomeno complesso: dietro a un acronimo ci sono implicazioni da comprendere e affrontare.

Slow News. Il primo progetto italiano di slow journalism.
Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane
Italo Calvino

Opera è un piccolo comune alle porte di Milano. Tra i suoi 14mila abitanti c’è anche Chiara, 21 anni, che vive lì con i suoi genitori. Dopo il diploma, nel 2019, si era iscritta all’università, ma poi ha lasciato. Gli esami di diritto erano difficili, la didattica a distanza non ha aiutato con le sue ore di videolezioni al computer, con docenti anziani dietro gli schermi. Le giornate passano lentamente, a casa e i pensieri si accumulano.

Dopo il primo esame, Chiara lascia l’università.

Lavora come commessa in un negozio di abbigliamento, poi come volontaria in un canile, impara a disegnare. Per il momento ha accantonato l’idea di proseguire gli studi. «Vorrei trovare un lavoro che mi dia stabilità e sicurezza. E poi magari provare a iscrivermi nuovamente all’università più avanti, per approfondire temi che mi interessano», racconta a Slow News. La pandemia l’ha demotivata, ma non ha perso di vista il suo obiettivo: «Essere tranquilla e avere un lavoro che mi dia un guadagno sufficiente per essere indipendente e poter avere, in futuro, una famiglia».

La crisi sanitaria da Covid-19 ha posto nuove domande alle generazioni più giovani, alle prese con un mondo del lavoro precario e un sistema universitario che non sempre riesce a favorire la mobilità sociale.

Molti universitari, dovendo scegliere se proseguire gli studi o tentare un percorso di lavoro, hanno scelto la seconda opzione, complice anche la didattica a distanza: «Non ci sono studi statistici sugli studenti che hanno abbandonato gli studi» spiega a Slow News Giovanni Sotgiu, coordinatore nazionale dell’Unione degli Universitari (Udu), «ma noi abbiamo raccolto molte storie di giovani che hanno lasciato per carenza di motivazione o per questioni relative all’aspetto economico. Le difficoltà sono state maggiori per chi aveva un posto nelle residenze universitarie, l’ha perso a causa della riduzione di posti-letto e non poteva più permettersi una stanza privata». Se il numero di immatricolazioni aveva infatti registrato un lieve aumento, a settembre 2021, grazie all’estensione della no-tax area e alla possibilità di seguire le lezioni a distanza, con l’obbligo di rientro in aula gli studenti provenienti da famiglie a basso reddito hanno dovuto affrontare il costo sociale della ripresa. «La probabilità di proseguire gli studi dopo la scuola dell’obbligo fino a completare gli studi universitari» recita l’ultimo rapporto AlmaLaurea «dipende ancora dal contesto socio-culturale di origine».

In Italia, secondo i dati ISTAT del 2020, vivono in condizione di povertà assoluta poco più di due milioni di famiglie, per un totale di un milione 337mila minori. Queste famiglie non sono in grado di accedere a beni e servizi considerati essenziali. È una povertà innanzitutto economica, ma che molto spesso si lega anche ad altre dimensioni, in un circolo vizioso difficile da interrompere: non si hanno i mezzi per fare sport, per leggere dei libri, a volte nemmeno per andare alla scuola pubblica

Se ti interessa approfondire il tema della povertà educativa puoi leggere il lavoro di Pasquale Ancona per A Brave New Europe, il progetto di Slow News e Percorsi Secondo Welfare sulle politiche di inclusione europea, finanziato dall'Unione Europea.

Secondo un recente dossier dell’Udu, la tassazione media annua, per le università italiane, si attesta intorno a 1353 euro, con forti variazioni negli ultimi 15 anni in correlazione ai tagli di finanziamenti sul settore. Ad Sud si registra l’incremento più alto: 131%. Il sotto finanziamento incide anche sulla residenzialità studentesca, andando a colpire ancora una volta chi non può permettersi di pagare l’affitto nelle città universitarie. Dal 2000 ad oggi, ci sono stati 4 bandi ministeriali che hanno subito una contrazione esponenziale: dai 450 milioni del 2001 ai 54 milioni del 2016. Il numero dei posti letto, che si attesta attorno ai 36mila, è sostanzialmente rimasto invariato nei 10 anni precedenti, a fronte del 49% dei fuorisede in Italia. Quindi solo il 5% dei posti letto viene coperto. E questo porta gli studenti a fare ricorso agli affitti privati, che sono soggetti al mercato immobiliare e alle speculazioni dei proprietari. Il costo dell’affitto di una stanza nelle grandi città universitarie va dai 350 euro di Napoli ai 500 di Milano.

Slow News. Il primo progetto italiano di slow journalism.

Anche la Corte dei conti, nel suo ultimo bollettino, denuncia la peculiarità italiana per cui «la spesa per gli studi terziari, caratterizzata da tasse di iscrizione più elevate rispetto a molti altri Paesi europei, grava quasi per intero sulle famiglie, vista la carenza delle forme di esonero dalle tasse o di prestiti o, comunque, di aiuto economico per gli studenti meritevoli meno abbienti». Il risultato è che l’Italia si posiziona penultima in Ue per numero di laureati tra i 25 e i 34 anni: solo il 29%, come fotografa Eurostat. Solo la Romania registra una percentuale minore (25%), molto distante dal target che vorrebbe raggiungere l’Europa entro il 2030: il 45% di giovani laureati.

«Per una parte di giovani del nostro Paese, il percorso universitario è impossibile» ha detto il 17 novembre 2021 Gianna Fracassi, segretaria nazionale CGIL, in una conferenza organizzata al Senato in occasione della Giornata Internazionale delle studentesse e degli studenti. «Questo è un tema che non riguarda solo gli studenti, ma tutto il Paese. Si parla molto di giovani, ma si parla. Adesso occorre mettere in campo risorse e dare una mano ai più fragili. È inaccettabile che oggi per i giovani la prospettiva sia quella di tirocini a 200 euro, lavori a chiamata o percorsi di lavoro frammentati. Su questo tema dobbiamo prenderci un impegno, evitare che le nuove generazioni considerino normale questa condizione, se davvero vogliamo aiutare concretamente i giovani».

Anche A., che vuole rimanere anonimo, vive ad Opera. Come Chiara, ha lasciato l’università proprio durante la pandemia. «Il Covid mi ha distrutto» ci racconta: «Ho iniziato a non dormire, ho avuto problemi del sonno. Mi sono venuti mille dubbi. Poi con il secondo lockdowm ho deciso di abbandonare gli studi, era inutile continuare a spendere soldi e tempo”. Da lì la scelta di iniziare a lavorare, prima in un bar, poi in un negozio di abbigliamento, poi come insegnante di sostegno. «Non ho un sogno. Non ho mai avuto un’aspirazione. Sono sempre stato molto terra terra» dice.

«Voglio solo trovare un lavoro solido e poi si vedrà».

A settembre di quest’anno la disoccupazione giovanile in Italia, nella fascia d’età 15-25, è aumentata di 1,8 punti percentuali, passando dal 28 al 29,8 %. L’aumento mensile più forte di tutta la zona euro, registra Eurostat. Un tasso, quello italiano, secondo solo a quello spagnolo, dove la disoccupazione tra i giovani sotto i 25 anni è al 30,6%. La ripresa del PIL registrata negli ultimi mesi si è accompagnata anche con un lieve aumento dei tassi di occupazione, ma limitato soprattutto ai lavori precari. «Riguarda pressoché esclusivamente il lavoro dipendente con contratti a termine, che sono aumentati del 13,2% rispetto a un anno fa, a fronte di un misero 0,5 del lavoro a tempo determinato e a una diminuzione del 3% del lavoro autonomo» ha spiegato sul quotidiano La Stampa la sociologa Chiara Saraceno: «Le nuove generazioni sono sempre più precarie».

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«Un giovane su quattro è attualmente disoccupato e gli altri tre sono spesso costretti ad accettare condizioni di lavoro prive di reali tutele, quando non direttamente in nero» sottolinea ancora Giovanni Sotgiu a Slow News: «Bisogna intervenire sull’accesso al mondo del lavoro, sulle tipologie contrattuali, ponendo l’attenzione anche su stage e tirocini non retribuiti, spesso utilizzati dai datori di lavoro in modo improprio e per colmare carenze di organico. E crescono le forme di lavoro di piattaforma, come i rider, che però in termini di salario e sicurezza sono svilenti e precarie. Sono nuove forme di lavoro a cottimo».

Le statistiche dell’Istat sulla povertà assoluta riferita all’anno 2020 restituiscono un quadro allarmante: l’incidenza di povertà assoluta raggiunge l’11,3% (oltre 1 milione e 127mila individui) tra i giovani (18-34 anni), mentre si mantiene su valori inferiori alla media nazionale per gli over 65 (5,4%, oltre 742mila persone).

«Nelle famiglie con poco reddito, la progettualità futura si è interrotta» spiega a Slow News Rossano Salvatore, vicepresidente di CESC Project, impegnato a realizzare programmi di cooperazione, volontariato e formazione in Italia e all’estero. «Adesso avverto l’angoscia dei ragazzi, l’ansia di non sapere cosa ci sarà dopo. Credo che nei Neet ci sia una sorta di appesantimento psicologico. Il bisogno che emerge è quello di avere qualcuno che gli stia vicino».

Tra le varie attività, il CESC è impegnato a promuovere e sviluppare progetti per il Servizio civile universale, l’istituto che sviluppa attività per i giovani ispirate al principio della solidarietà. «Quest’anno le candidature al bando sono state tre volte superiori rispetto al numero di posti a disposizione. Vuol dire che i ragazzi hanno visto un’opportunità concreta in questi progetti di massimo 12 mesi, che hanno un rimborso spese di circa 430 euro mensili» commenta a Slow News Lucia Santangelo di Cesc Project. «Abbiamo intercettato giovani che dopo il lockdown si erano fermati perché avevano interrotto gli studi o non avevano un impiego. Il problema è proprio raggiungerli, perché si tratta di giovani che non hanno reti: sono delusi e privi di speranza, guardano il futuro con disincanto, e forse anche il presente. Hanno una forte ansia sociale, e una sfiducia nel mondo degli adulti e nel mondo del lavoro».

Per Rossano Salvatore un altro problema è l’accesso dei ragazzi e delle ragazze ai pochi strumenti sviluppati per orientare e indirizzare i giovani. «Spesso si tratta di programmi fallimentari, perché sono lenti, pieni di cavilli burocratici e non danno risposte immediate» argomenta: «È inutile pensare a politiche rivolte ai giovani così complesse solo per la paura che qualcuno possa approfittarne. E alla fine molte risorse non vengono neanche spese».

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Quest’anno anche il progetto Arca, che si occupa di integrazione sociale e accoglienza, ha attivato un percorso per i giovani Neet del territorio lombardo, attraverso un bando di servizio civile organizzato dalla Regione Lombardia. L’obiettivo era dare la possibilità a giovani tra i 18 e i 28 anni di svolgere un’attività concreta che fosse utile per la comunità. Ma solo la metà dei posti disponibili sono stati assegnati. «I requisiti del bando erano molto rigidi: i candidati non potevano essere inseriti in nessun percorso formativo né svolgere alcun tipo di lavoro, neanche saltuario. E la procedura di registrazione era estremamente complessa» spiega a Slow News Alice Giannitrapani, di progetto Arca. «Abbiamo aiutato i ragazzi interessati a compilare la domanda. Il portale non ci ha aiutati, ma abbiamo sfruttato la nostra capacità assistenziale. A volte sono le stesse famiglie che ci inviano segnalazioni, o i docenti delle scuole. Molti dei giovani selezionati sono appena usciti da percorsi di studi e stanno aspettando se inscriversi all’università o meno».

Filippo, 19 anni, si è diplomato l’estate scorsa in un liceo sportivo. Abita a Quarto Oggiaro, un quartiere popolare a nord di Milano, e da qualche mese ha iniziato il suo progetto con Arca. «Avevo provato un paio di test all’università ma non sono andati bene» racconta: «Ho cercato qualche lavoro, i più disparati, ma non ho avuto risposte. Così ho deciso di investire quest’anno in un’esperienza che potesse arricchirmi almeno dal punto di vista umano». Da circa un mese, tutti i giorni, lavora nel centro di accoglienza straordinaria (CAS) per migranti di Via Aldini, gestito dal progetto Arca, che offre ai suoi ospiti assistenza sanitaria, sostegno socio-psicologico, servizi di orientamento legale e corsi di lingua italiana. Nel 2020, grazie al progetto, sono state accolte 600 persone.

«L’impatto è stato forte, entri in una realtà fatta di sofferenza. Due ragazzi mi hanno raccontato il loro viaggio verso l’Italia. Mi hanno detto di essere stati cinque mesi ai lavori forzati, imprigionati, e poi di essere riusciti a scappare. Quando senti queste storie, ridimensioni un po’ i tuoi problemi». Durante le giornate, Filippo serve il pranzo e la cena agli ospiti della struttura, e dà una mano in lavanderia. «Qui almeno mi sento utile. Non so cosa farò dopo, forse mi iscriverò all’università, forse continuerò nel sociale. È un’esperienza forte, ma se una scelta ti scuote, vuol dire che è quella giusta. Almeno qui dentro ho la sensazione di fare qualcosa di positivo». Filippo spiega che, tra gli ospiti del centro, «c’è chi ha voglia di spaccare il mondo e chi è più avvilito. Ma in generale hanno voglia di andare avanti. Frequentano la scuola di italiano, provano a inserirsi nel mondo del lavoro facendo i rider».

Tra i ragazzi del centro di Via Aldini ci sono anche giovani che hanno la stessa età di Filippo, e come lui non sanno cosa fare, si sentono persi, non hanno un obiettivo. Anche loro, infatti, rientrano nella platea dei Neet: sono rifugiati, stranieri, ospiti di case-famiglia.

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