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Il lungo viaggio. Storia universale della psichedelia

La Summer of Love e la fine di un'era

Pace, amore e libertà.

Negli anni Sessanta la penetrazione delle istanze psichedeliche nella società statunitense e – forse soprattutto – californiana, era davvero significativa. Il terreno del resto era fertile: a quelli che erano gli hipster, una corrente esistenzialista nata in aperta contraddizione con l’asfissiante impostazione consumistica americana, si affiancarono i beatsters, vale a dire i Beat. Si compose una diade di gruppi dissidenti che, seguendo la lezione di Jack Kerouac, potremmo dividere in «freddi» (più inclini al consumo di eroina) e «caldi» (più a loro agio con la marijuana):

«Ci sono due tipi di «beat hipsters»: i freddi, dei tizi con la barba che siedono senza muovere un muscolo nei bar, con le loro ragazze scontrose vestite di nero, che non aprono bocca; e i caldi, dei folli dagli occhi scintillanti, innocenti e dal cuore aperto, chiacchieroni, che corrono da un locale all’altro solo per essere ignorati dai freddi… Io penso di appartenere ai caldi».

Anche se inizialmente il modello dei vecchi hipster solinghi e brontoloni era più diffuso, la situazione era destinata a evolversi, e finì per diventare prevalente l’esempio degli irrequieti beat hot, che individuarono come nuovi numi tutelari proprio gli artisti della Beat Generation. I nuovi idoli sarebbero diventati dunque Jack Kerouac, Neal Cassady e Allen Ginsberg, ma il loro esempio era quello di una corsa deflagrante verso un punto di non ritorno. Noti anche come «gioventù bruciata», molti dei Beat videro il loro destino segnato dalla morte prematura di alcuni degli interpreti chiave del movimento culturale – tra cui gli stessi Kerouac e Cassady. In Un ottimista in America, un reportage scritto da Italo Calvino in occasione di un suo lungo soggiorno negli Stati Uniti avvenuto proprio in quegli anni, lo scrittore offre un ritratto della Beat Generation in grado di farci capire le ragioni ultime della nascita e della diffusione del movimento tra i giovani statunitensi:

«Quando più mi avvicinavo a sentirmi un americano medio, cominciava a prendermi una specie di insofferenza, qualcosa che non mi veniva dalla lettura dei romanzieri e dei sociologi ma da dentro, dal prevedere come si sarebbe potuta svolgere là tutta la mia vita, una specie di angoscia, di vertigine, di fronte alle stazioni di benzina, di fronte alle rivendite di auto usate pavesate di bandierine di carta, di fronte alla banca drive-in con lo sportello al quale puoi svolgere tutte le tue operazioni senza scendere di macchina, come se dietro a tutto questo ci fosse il vuoto, il nulla, e tutt’a un tratto, ecco: avevo capito la beat generation, il no assoluto, il rifiuto di tutto questo, avevo capito la portata – anche quantitativa – come fatto sociale di questo sciamare verso le metropoli di giovani che invece di affrettarsi a trovare il loro posto nel meccanismo della prosperity e delle carriere prestabilite, s’insabbiano in sudici quartieri, si rifiutano di lavorare, abb…

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