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Resistenza bambina

Gennarino e gli scugnizzi

La rivolta e la liberazione di Napoli furono uno sforzo collettivo da parte di migliaia di morti di fame che non avevano più nulla da perdere.

In uno scontro con carri armati tedeschi, in piedi, sprezzante della morte, tra due insorti che facevano fuoco, con indomito coraggio lanciava bombe a mano fino a che lo scoppio di una granata lo sfracellava sul posto di combattimento insieme al mitragliere che gli era al fianco.

Alla Riviera di Chiaia, a Napoli, in piazza della Repubblica, è tornato al suo posto un monumento realizzato nel 1963 dallo scultore della Scuola Romana Renato Marino Mazzacurati. È il monumento agli scugnizzi, ufficialmente noto come Monumento alle Quattro giornate di Napoli: il Comune lo aveva temporaneamente chiuso in un magazzino per consentire i lavori della linea 6 della metropolitana. C’è voluto quasi un anno per rimetterlo in piedi, pezzo dopo pezzo, dal basamento ai quattro gruppi scultorei che lo compongono, e dal maggio 2022 è nuovamente al suo posto. I passanti, cittadini napoletani e turisti, sono tornati a vorticargli attorno, roteando tra il dramma evocato e l’eroismo rappresentato dai volti degli scugnizzi travolti dalla guerra, richiamata dal moto vorticoso della pietra tutt’intorno.

La parola “scugnizzo”, a Napoli, indica dalla fine dell’Ottocento i ragazzi di strada: bambini nati e cresciuti nei vicoli dei quartieri, spesso senza famiglia, fuggiti dagli orfanotrofi e dai collegi, qualcuno con piccoli precedenti penali perché la vita, in strada, è fatta di espedienti e sopravvivenza. Qualcuno tradurrà con “monelli” ma, come ogni parola del dialetto che indica una categoria sociale, non si tratta solo di questo: nel 1897 il poeta Ferdinando Russo pubblicò una raccolta di sonetti nei quali comparve per la prima volta la parola scugnizzi, “un inno all’infanzia abbandonata”. Lo stesso Russo, qualche anno più tardi, ammise di aver sentito per la prima volta quella parola da una “piccina costretta all’accattonaggio” ma la ricerca della sua origine tra i “molti monelli” che popolavano le strade di Napoli non arrivò ad una conclusione soddisfacente.

Nel settembre del 1943 a Napoli gli scugnizzi non erano solo dei giovani nati sfortunati: erano anche i figli degli sfollati dai palazzi crollati sotto le bombe americane e inglesi, dell’artiglieria e delle mine tedesche, erano i piccoli rimasti orfani di guerra, erano i bimbi piccolo-borghesi le cui famiglie avevano perso tutto e si ritrovavano a vivere negli affollatissimi e malsani rifugi antiaerei al Vomero, alla Sanità, alle Fontanelle, sotto la collina di Posillipo, dove la montagna incontra il mare. E poi nella vasta e rurale periferia di Napoli, dove oggi si vive in palazzoni di cemento armato che sembrano conigliere, tra le solfatare di Pozzuoli, gli orti, i grandi spazi ancora non urbanizzati. A Napoli, tra il 1941 e il 1943, tutti i bambini erano degli scugnizzi, giovani costretti a diventare adulti dalla vita, dagli eventi, dal mostro che nessuno sembrava poter controllare.

Scugnizzi napoletani. Foto di Robert Capa/Alessandro Del Val

Gennarino

Da due settimane i napoletani vivevano nel caos. L’annuncio alla radio dell’Armistizio, l’8 settembre 1943, aveva galvanizzato la popolazione affamata e, il giorno dopo, cominciarono ad arrivare le prime notizie da Paestum e Salerno, dove americani ed inglesi erano sbarcati nella notte. Napoli era sfinita, martellata dai bombardamenti da più di un anno, tutti i giorni, a volte anche tutto il giorno. Interi quartieri senza corrente elettrica né acqua, decine di migliaia di sfollati, migliaia di morti ancora sotto le macerie dei palazzi. L’8 settembre gli umori erano cambiati in meglio e, per qualche ora, una timida aria di festa fece da incredibile preludio a 20 giorni di sangue.

Gennaro Capuozzo aveva solo 12 anni quando le schegge di una granata lanciata contro i tedeschi in via Santa Teresa degli Scalzi, nel rione napoletano della Sanità, lo uccisero. Non ci sono fotografie di Gennarino, così lo chiamavano tutti. Era un apprendista commesso, non esattamente uno scugnizzo ma nemmeno un benestante: la sua famiglia era di estrazione umile e, soprattutto in tempi di guerra, non c’erano soldi da sprecare in fotografie, studi o passatempi di alcun genere. Via Santa Teresa degli Scalzi era la strada principale per la ritirata tedesca da Napoli. Era tutto già organizzato: il piano del colonnello Helmut Scholl era di utilizzarla per evacuare la città prima dell’arrivo degli Alleati, far minare ai guastatori il ponte della Sanità, tagliare la strada a chi si era messo in testa di rincorrerli. Quando morì, il 29 settembre del 1943, Gennarino era sul terrazzo in cima allo scalone dell’Istituto delle Maestre Pie Filippini, intento a lanciare bombe a mano contro i blindati. Nel suo Le quattro giornate di Napoli, Nanni Loy consuma la vita del giovane napoletano inscenando il suo coraggio incosciente, quasi giocoso, interrotto bruscamente dalla morte.

Di Gennarino, su internet si trovano un sacco di biografie. Alcune di queste si spingono a virgolettare «Mammà nun m’aspettà, tornerò quando Napoli sarà libera» ma la verità è che di Gennaro Capuozzo non si sa quasi nulla: la memoria cartacea, gli inesistenti documenti di archivio, libri mastri, assegni, documenti di amministrazione, se qualcosa è mai esistito, è tutto rimasto sotto le macerie del centro storico di Napoli, lasciando spazio alla leggenda popolare, che mitizza ma non spiega. È quindi impossibile raccontare la storia di Gennarino slegandola dalla storia degli scugnizzi che, durante le Quattro giornate di Napoli, contribuirono alla cacciata dei tedeschi.

Al loro arrivo il 30 settembre 1943, americani e inglesi trovarono la città già liberata: la rivolta e la liberazione di Napoli furono uno sforzo collettivo da parte di migliaia di morti di fame che non avevano più nulla da perdere, in cui i figli più piccoli della città hanno saputo ritagliarsi un’importante fetta di eroismo.

L’evaquazione della fascia costiera.

La guerra

L’annuncio via radio dell’armistizio con gli Alleati, l’8 settembre 1943, fu l’innesco della rivolta, la scintilla che cominciò a correre veloce lungo la miccia. Il 9 settembre, smaltita la sbornia della notizia, la città comprese meglio la vastità dell’abisso in cui era caduta: la guerra era finita ma il peggio doveva ancora arrivare. Dopo ore di smarrimento e di caos, in cui anche numerosi soldati tedeschi si dettero alla pazza gioia, festanti per l’imminente ritorno a casa, le cose divennero più chiare: da alleati, i tedeschi erano diventati nemici, con il vantaggio di essere già occupanti e avere uomini e mezzi dappertutto. Mentre gli Alleati sbarcavano a Paestum e Salerno, le caserme dell’esercito italiano e dei carabinieri di Napoli si erano svuotate, i reduci cercavano di tornare a casa dalle loro famiglie. Un caos assoluto.

Il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), l’organizzazione politica e militare costituitasi il 9 settembre del 1943 per opporsi al fascismo e liberare l’Italia dall’occupazione nazista, all’epoca delle Quattro giornate di Napoli praticamente non esisteva.

Dal 12 settembre il comando tedesco presso la città di Napoli annunciò il coprifuoco e lo stato d’assedio: il potere, anche di vita o di morte, era passato interamente al colonnello Scholl. I tedeschi tagliarono l’elettricità a tutta la città, l’acqua già scarseggiava, e i bombardieri Alleati sorvolavano il Golfo facendo piovere bombe sui centri nevralgici del potere nazista, le caserme, i magazzini che i tedeschi non avevano ancora dato alle fiamme, le fabbriche di armi. Furono centinaia le vittime civili nei venti giorni che seguirono l’armistizio.

Quel 12 settembre, sulle scale dell’Università Federico II, Andrea Mansi, un marinaio in divisa blu di 23 anni, fu fucilato di fronte a centinaia di napoletani costretti ad assistere all’esecuzione. Un uomo, cittadino napoletano che sapeva parlare il tedesco, traduceva ad un megafono le indicazioni dell’ufficiale alla popolazione: «In ginocchio, applaudite! Fatelo o se la prenderanno con voi!» Le immagini, ritrovate nel 1950 in un archivio in Germania, servivano alla propaganda tedesca per mostrare il favore della popolazione napoletana all’occupazione. La verità era che Napoli era in tumulto e per le strade si sparava da giorni: gruppi non-organizzati, spesso improvvisati, di cittadini ingaggiavano battaglia per le strade, c’era chi trovava un mitra in terra, chi tirava fuori la pistola di ordinanza, chi aveva saccheggiato un magazzino o il cadavere di un militare. Capitava di uscire di casa per cercare da mangiare e di ritrovarsi dietro un muro crivellato di colpi con una pistola in mano. Francesco Bonaiuto, classe 1925, non aveva ancora compiuto 17 anni: «Io non avevo madre né padre» ci raccontò. «Perciò mi aggregai a questa gente, a queste bande di ragazzi come me. Noi scugnizzi erigemmo una barricata nei pressi di piazza Carlo Terzo, all’Arenaccia, e i tedeschi che scendevano dalla Doganella ci spararono contro e noi rispondemmo al fuoco. Eravamo come una specie di partigiani. Solo io mi sono salvato: mi sono nascosto nelle fogne e quando risalii trovai tutti i miei compagni morti per terra. Sono l’unico rimasto vivo».

Dal Vomero fino all’Arenella si tendevano agguati, si preparavano barricate, si sparava a vista sulle divise naziste. Agli agguati i tedeschi reagirono, per giorni, con rastrellamenti e arresti, con fucilazioni e intimidazioni, crimini che terrorizzavano i napoletani, ai quali erano arrivati i racconti del ghetto di Varsavia, delle deportazioni, dei campi di Treblinka e Mathausen dove sarebbero potuti essere internati. Il 23 settembre, 240.000 persone residenti lungo la fascia costiera furono fatte allontanare per creare una zona militare di sicurezza lungo l’arenile.

La fine dei combattimenti. Archivio storico centrale di Napoli.

Gli scugnizzi

L’apprendista fabbro Giacomo Lettieri, 16 anni, il 10 settembre uscì di casa ed assistette ad un’esecuzione di due soldati italiani ad opera di un gruppo di tedeschi: raccolse un moschetto trovato per caso e sparò, uccidendo un militare delle SS. La folla lo aiutò a fuggire. 15 giorni dopo, il 25 settembre, fu preso dai tedeschi, costretto a salire su un camion e portato con altri nelle campagne ad nord di Napoli. I soldati consegnarono loro dei badili, gli fecero scavare una grande fossa e li passarono tutti per le armi.

Mentre gli adulti sparavano e combattevano, anche gli scugnizzi, galvanizzati come solo i bambini sanno essere in risposta alla paura, all’orrore di una morte che è tutt’attorno a loro, si organizzavano armandosi come potevano. Bande di decine di ragazzi dei vicoli recuperavano mitra, moschetti e pistole, mitragliatrici pesanti e bombe a mano, granate e fucili da caccia, anche assalendo i soldati tedeschi per rapinarli. Il 27 settembre la rivolta napoletana dilagò: gruppi armati di uomini e scugnizzi dei quartieri marittimi e del centro storico vennero casualmente a sapere che al Vomero, in località Pagliarone, altri napoletani avevano eretto le barricate e ingaggiavano battaglia. Le notizie erano intrise di bugie, che però forse li galvanizzarono, come quella sull’imminente sbarco degli americani a Bagnoli, che non avvenne mai. Il 28 settembre, dopo una notte di saccheggi dei magazzini militari di via Foria e via Carbonara, la rivolta si estese al quartiere Materdei, a Porta Capuana, a Vasto. A piazza Trento e Trieste, quasi su via Roma (oggi via Toledo), Filippo Illuminato, 13 anni, morì crivellato di colpi di mitra lanciando bombe a mano, trovate chissà dove, contro un autoblindo tedesco. Pasquale Formisano, 17 anni, il 28 settembre uscì di casa nonostante la madre gli implorasse di nascondersi. Per strada bruciavano le autoblindo con la croce di ferro, i cadaveri dei combattenti napoletani e dei tedeschi giacevano sui marciapiedi, le macerie erano ovunque. Tra i morti Pasquale trovò due bombe a mano e una mitragliatrice, se la caricò in spalla e andò verso via Roma. L’arma era pesante, la bandoliera intralciava il suo cammino. Vicino piazza della Carità c’era la battaglia, Pasquale si nascose dietro un mucchio di pietre, imbracciò la mitragliatrice e cominciò a sparare. Dalle feritoie delle autoblindo si faceva fuoco in tutte le direzioni e la sua vita finì lì, mentre intorno a lui il rumore degli spari era lacerante.

«Il 28 settembre del ’43 mi sono trovato con il fucile in mano» ha raccontato in una delle sue ultime interviste Gennaro Di Paola, che all’epoca aveva 21 anni. Morto la vigilia di Natale del 2019, Gennaro viveva da sempre nel quartiere Arenella: «Ci siamo abituati a odiare, in quei momenti. Quell’odio mi è rimasto addosso per mesi».

Mario Menichini era nato in un paesino del beneventano e la sua famiglia si era trasferita a Napoli quando era ancora molto piccolo. Aveva lasciato il liceo classico, frequentava il Sannazzaro al Vomero, per imparare il mestiere di tipografo. Poi, fascista, aveva deciso di arruolarsi nelle camicie nere ed era stato spedito a Viterbo. Quando gli giunse notizia che a casa si combatteva contro i tedeschi Mario disertò, tornò a Napoli e si unì agli insorti: aveva ancora la camicia nera addosso quando, il 29 settembre 1943, una raffica di mitragliatrice lo colpì, uccidendolo mentre attaccava un carro armato tedesco con in mano due granate.

Il 30 settembre 1943 Napoli divenne la prima delle grandi città europee a liberarsi, in modo totalmente autonomo, dell’occupazione dei tedeschi ed è impossibile, oltre che ingiusto, raccontare la storia di un partigiano bambino durante le Quattro giornate di Napoli. Quella rivolta fu un moto collettivo cui partecipò l’intera città, attivamente o tramite il boicottaggio e la non-collaborazione, e gli scugnizzi ne furono parte attiva e determinante. Non più “monelli” ma “eroi” della Resistenza che però, in Italia, ancora praticamente non esisteva.