Ep. 3

Franco Cesana, il più giovane martire della Resistenza

Tra il luglio e il settembre 1944, nei dintorni di Zocca, la storia di resistenza e di sacrificio di un bambino

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Resistenza bambina

Sono oltre 1500 i bambini e le bambine vittime di stragi e rappresaglie durante la Seconda Guerra Mondiale in Italia.

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Adolescente pieno di slancio e di spirito patriottico, appena tredicenne si arruolava nelle formazioni partigiane, segnalandosi per ardimento e sprezzo del pericolo in missioni di staffetta e in numerose azioni di guerra. Nel corso di un rastrellamento si lanciava con decisione e coraggio contro un reparto avversario che cercava di infiltrarsi nello schieramento partigiano ma, colpito a morte, cadeva da eroe incitando i compagni a persistere nella lotta.
Motivazione alla Medaglia di Bronzo al valor militare alla memoria per Franco Cesana

Era il 14 settembre 1944 e, passate poche ore dall’ultimo abbraccio alla madre Ada, Franco Cesana fu freddato nel tardo pomeriggio da una raffica di mitra durante un combattimento contro i nazisti a Piccinera di Gombo, oggi parte del Comune di Fiorano (MO). Aveva appena 12 anni, il suo compleanno sarebbe stato il successivo 20 settembre: per questo Franco Cesana è considerato il più giovane martire partigiano nella storia della Resistenza italiana.

Ada Basevi in Cesana, di fu Davide e Amalia, era nata a Verona nel 1897 ed era ancora una ragazza quando sposò Felice Cesana. Entrambi di famiglia ebraica, ebbero tre figli: Ermanno, nato il 15 marzo 1915, Lelio, nato il 20 febbraio 1920, e Franco, nato il 20 settembre 1931.

Trasferitisi da Mantova a Bologna poco dopo la nascita del terzogenito, i Cesana vivono prima il dramma delle leggi razziali, nel 1938, e poi quello della morte dei capofamiglia Felice, nel 1939. Dopo la scomparsa del padre, Franco fu mandato prima all’Orfanotrofio israelitico di Torino e poi in quello di Roma, chiusi entrambi nel 1941.

Tornato a Bologna dalla madre e dai fratelli, con il precipitare degli eventi bellici anche in Emilia e con le persecuzioni antiebraiche che li inseguivano incessantemente, i Cesana furono costretti a rifugiarsi prima a Crespellano, poi a Sassuolo e infine a Zocca, sull’Appennino modenese, a partire dai primi mesi del 1943.

Durante la seconda guerra mondiale quella zona dell’Emilia, e il piccolo Comune di Zocca in particolare, era particolarmente attiva nella Resistenza, praticandola attivamente ma anche tramite il boicottaggio, la non-collaborazione con i tedeschi e il sostegno occulto alle formazioni partigiane che brulicavano quelle montagne. Zocca pagò a caro prezzo questo suo tributo alla resistenza.

Piccolo Comune, distintosi sin dai primi anni venti per la ferma opposizione alla nascita della dittatura fascista, dopo l'8 settembre 1943, con eroico coraggio e indomito spirito patriottico partecipava, con la formazione di gruppi partigiani, alla guerra di Liberazione. Oggetto di feroci rappresaglie da parte di squadre repubblichine, sopportava la perdita di un elevato numero dei suoi figli migliori, dando luminoso esempio di eccezionale abnegazione, di incrollabile fermezza e di profonda fede in un'Italia libera e democratica.
Motivazione alla Medaglia d'oro al merito civile alla città di Zocca (Mo)

La resistenza

A Zocca e dintorni la Resistenza si era costituita ed organizzata grazie soprattutto all’azione di storici antifascisti come Zosimo Marinelli, fucilato dai fascisti a Bologna il 27 gennaio 1944. Nei mesi successivi alla morte di Marinelli il confine tra le province di Bologna e Modena cominciò a brulicare di attività partigiane, sempre più intense.

Il 17 giugno 1944, nelle vallate del Dolo, del Secchia e del Dragone, tra Modena e Reggio Emilia, venne costituita la Repubblica partigiana di Montefiorino, proclamatasi indipendente dal 17 giugno fino al 1 agosto del 1944. Pochi giorni dopo i partigiani fecero irruzione nella caserma della Guardia Nazionale Repubblichina di Zocca, catturando cinque militi, il reggente del fascio locale e svuotando le casse di una banca.

Il 22 giugno i sei cadaveri degli ostaggi furono ritrovati nei boschi, poco distante da Zocca. Il 15 luglio successivo due soldati tedeschi morirono in un’imboscata lungo la provinciale, a Boschi di Ciano. La repressione messa in atto dai nazisti e dai loro alleati fascisti fu crudele: nei giorni successivi un rastrellamento portò all’arresto di una quarantina di persone, solo alcune legate realmente alla Resistenza. Portate tutte a Castelletto, dove vennero rinchiuse nel cinema locale, furono seviziate e interrogate per giorni dai fascisti, che parlavano in italiano, mentre i tedeschi supervisionavano le operazioni di interrogatorio, che ebbe il suo culmine il 18 luglio 1944, appena due mesi prima la morte di Franco Cesana in combattimento.

Quel giorno di agosto venti uomini, scelti dai nazisti tra i quaranta prigionieri, furono impiccati dai miliziani di un reparto della Guardia Nazionale Repubblichina nel cosiddetto eccidio dei Boschi di Ciano. Gli altri venti, dopo altre sedute di tortura, furono tutti rilasciati. Tra i giustiziati ai Boschi di Ciano vi furono i partigiani Lino Bononcini, Ferriero Colzi, Walter Degno, Ezio Lolli, Massimo Nobili, Remo Odorici, Giuseppe Pedretti, Ivo Sass e Eraldo Teodori, ma anche vecchi antifascisti come i fratelli Giuseppe, Pietro e Raffaele Balugani, renitenti alla leva come i fratelli Pier Luigi e Silvio Poggi, parenti di partigiani come Timoleone Tonioni e Silvio Balestri.

Ai condannati, in piedi sui cassoni sul retro di due camioncini, furono infilati i cappi al collo e, ad un segnale concordato, gli autisti partirono, facendo cadere le vittime nel vuoto. Tre corde si spezzarono ma i superstiti, nonostante le leggi di guerra, furono ugualmente freddati a colpi di mitra dai fascisti. Tutti i corpi furono esposti per 24 ore e la popolazione costretta a visitarli, come monito. Ma non per tutti.

In quell’estate del 1944 Franco Cesana aveva 12 anni e, deciso ad unirsi alle formazioni partigiane, fuggì da casa e si arruolò, dal luglio 1944 al settembre dello stesso anno, nella Formazione Scarabello della Divisione Garibaldi, agli ordini del comandante Marcello, in qualità di portaordini. Nome di battaglia “Balilla”. I fratelli maggiori, Ermanno e Lelio, si erano già uniti da tempo alla stessa formazione partigiana.

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La lettera

Carissima mamma,

dopo la mia scappata non ho potuto darti mie notizie per i motivi che tu immagini. Ti do ora un dettagliato resoconto della mia avventura: partii cosi all’improvviso senza sapere io stesso che cosa stavo facendo. Camminai finché potevo, poi mi fermai a dormire in un fienile in località Osteria Matteazzi. Al mattino, svegliandomi con la fame, ripresi a camminare in direzione di Gombola, sfamandomi con le more. Arrivai a Gombola verso le nove e di lì cercai i partigiani, deciso a entrare a far parte di una qualche formazione. Riuscii a trovare patrioti che mi insegnarono la strada per andare al Comando che si trovava a Maranello di Gombola. Arrivai nella detta località stanco morto, ma mi feci coraggio e mi presentai. Dopo un po’ mi si presentò l’occasione di entrare a far parte della formazione Marcello.

Sei contenta? Presentandomi a Marcello fui assunto e siccome ho studiato fui dislocato al Comando e attualmente mi trovo stabile, relativamente sicuro in una località sopra a Gombola.

Cosi non devi impensierirti per me, che sto da re. La salute è ottima; solo un po’ precario il dormire. Per chiarire un increscioso incidente ti avverto che non ho detto quella cosa che mi hai fatto giurare.

Cosi chiudo questa mia, raccomandandoti alto il morale, che ormai abbiamo finito. Affettuosamente ti bacia e ti pensa il tuo tesoro. Appena ricevuta la mia bruciala.

Ancora ti saluto e ti abbraccio
Franco

La fine

“Quella cosa” ha spiegato anni dopo la cugina di Franco Ziva Fischer, erano le origini ebraiche di Franco Cesana. “Era da tempo che questo bambino mi diceva ‘mamma, lasciami andare dai partigiani, dammi il permesso’” raccontò Ada Basevi in una puntata di Sorgente di vita, un programma religioso della Rai andato in onda nell’aprile 1973. “Una sera mi dice ‘vado a prendere il latte’” e non è più tornato. Il 14 settembre del 1944 però Franco ottiene dal comandante Marcello l’autorizzazione a far visita alla madre: una giornata apparentemente tranquilla, cominciata di buon ora per poter così rientrare nella formazione quella sera stessa.

“Era in corso un rastrellamento nella zona di Modena” racconta sempre a Sorgente di vita Lelio Cesana, fratello maggiore di Franco: “Il comandante della formazione aveva dato disposizioni a me e mio fratello per iniziare un piccolo giro di perlustrazione per vedere se vi erano dei tedeschi in movimento”.

I due si tradirono quando chiesero a “una signora” delle indicazioni circa la presenza o meno di tedeschi nella zona: secondo Lelio quella donna “era una spia” e, rientrati in formazione, il gruppo partigiano fu attaccato dalle truppe naziste. Erano circa le 9 di sera: “Attraversato il cortile ho visto un corpo raggomitolato. L’ho toccato, e ho capito subito che era mio fratello: l’ho guardato, aveva preso quattro colpi di mitraglia, era ancora caldo. L’ho tirato fuori e mi è diventato freddo in braccio, piano piano piano piano”.

Terminato lo scontro il comandante Marcello tornò sul luogo della morte di Franco, raccolse il cadavere e ne tolse ogni segno distintivo da partigiano. Consegnò i vestiti a Lelio, che li portò insanguinati alla madre, e costrinse il parroco di Pescarola a seppellirlo nel cimitero accanto la chiesa. Il 25 giugno del 1945 il suo corpo fu portato a Bologna, dove riposa al cimitero ebraico.

Dopo la sua morte il secondogenito, Lelio, decise di restare con la madre e i due continuarono ad assistere le formazioni partigiane nella zona. Ermanno fu arrestato dai tedeschi ma riuscì a fuggire, rubando 400 documenti di identità in bianco, azione per la quale è stato anch’egli insignito della Medaglia al valor militare.

Ho dato un figlio, che è molto per una madre. Ma l'ho dato per una ragione unica: che non si debba mai più ritornare ad un passato triste, odioso, come quello che purtroppo era realtà sotto il fascismo.
Ada Basevi, 1973
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