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Il nuovo mondo

Quanto valgono i migranti del mondo?

È una domanda che può sembrare una banale boutade, una provocazione o un semplice vezzo da statistici ma che nella realtà, quella dei numeri, non è niente di tutto ciò: nel 2017 secondo la Banca Mondiale le rimesse dei migranti verso i paesi a basso-medio reddito, chi vive lontano dal proprio luogo d’origine e che invia a casa ciò che guadagna, valevano 466 miliardi di dollari. Sì, miliardi. Una cifra notevole, interessante da osservare dopo due anni consecutivi di flessione: le rimesse globali, che includono anche i flussi verso i paesi ad alto reddito, sono aumentate del 7% rispetto al 2016, arrivando al valore di 613 miliardi di dollari.

In Italia le rimesse valgono 5 miliardi di dollari e la Banca d’Italia stima che il flusso informale sia collocabile tra il 10 e il 30% del flusso totale. Non si tratta di un «tesoretto degli immigrati all’estero», come ha titolato Repubblica nel febbraio 2017, ma di un importante elemento di cooperazione allo sviluppo che è sciocco non considerare. I dati globali infatti ci rivelano come le rimesse rappresentano una quota significativa del Pil della Liberia (27%), del Gambia (21%) e delle Isole Comore (21%), ma anche del Guatemala e delle Filippine (10%).

Se è vero che l’aumento dei prezzi del petrolio e il rafforzamento dell’Euro e del Rublo sui mercati internazionali ha contribuito ad aumentare il rimbalzo delle rimesse è anche vero che la ripresa economica in Europa, nella Federazione Russa e negli Stati Uniti ha favorito l’aumento di volume delle stesse: 69 miliardi di dollari verso l’India (che ha aumentato di quasi il 10% le rimesse rispetto al 2016), 64 verso la Cina, 33 verso le Filippine, 31 verso il Messico, 22 verso la Nigeria e 20 verso l’Egitto, questi i montanti specifici nazionali più rilevanti nel 2017.

Nel 2018, dicono le previsioni, le rimesse verso i Paesi a basso e medio reddito aumenteranno ancora del 4,1%, arrivando a 485 miliardi di dollari, mentre quelle globali aumenteranno del 4,6%, arrivando a 642 miliardi di dollari.

@ World Bank

Sono due le variabili principali: le politiche migratorie che i paesi ad alto reddito applicheranno nei prossimi mesi, in particolare sui rimpatri forzati di coloro ai quali non viene riconosciuta la legittima permanenza su suolo europeo o statunitense, e la regolamentazione sempre più stringente degli operatori finanziari e dei money transfer. La lotta al crimine organizzato, ai crimini finanziari, al finanziamento occulto al terrorismo è il freno maggiore alla crescita delle rimesse formali ma le nuove tecnologie e le criptovalute sono il grimaldello perfetto per scardinare questi ostacoli. Il problema è tutto il resto.

Mentre infatti aumentano le persone desiderose o bisognose di circolare liberamente nel mondo, mentre aumentano le rimesse che queste persone inviano nel proprio paese di origine, le nazioni, e le loro istituzioni, sembrano non riuscire ad affrontare il vero problema delle rimesse: il costo. Per inviare denaro in Nigeria dall’Italia, ad esempio, la commissione media è del 9,4% mentre a livello globale le commissioni per il remitting valgono il 7,1% della cifra che si vuole inviare.

Dipende inoltre da quale sistema si sceglie per trasferire denaro: inviare denaro dall’Italia al Marocco costa lo 0,9% tramite Transferwise ma se scegliamo Banca Monte dei Paschi di Siena il costo sale al 7%, mentre Western Union trattiene il 5,1%. Trasferire denaro dal Sud Africa al Botswana prevede una commissione del 18,3%: un furto legalizzato! Secondo gli obiettivi di sviluppo sostenibile promossi dalle Nazioni Unite la commissione più equa sarebbe del 3% e secondo un recente rapporto dell’agenzia di rating Moody’s l’adozione su larga scala del sistema di criptovalute per le rimesse potrebbe portare ad un risparmio di 15 miliardi di dollari in commissioni.

Si tratta di cifre considerevoli maneggiate perlopiù dai soliti noti: le banche con i sistemi bancari, che giustificano gli alti costi di trasferimento di denaro verso paesi a basso reddito con le operazioni di de-risking e controllo delle transazioni, le partnership tra sistemi postali nazionali e gli operatori privati che fanno money transfer, gli stessi operatori privati.

Secondo la Banca Mondiale questi attori dall’ingombrante presenza limitano l’introduzione di tecnologie più efficienti, come le app per inviare e ricevere denaro, le criptovalute e i servizi di rimessa in blockchain, e in più per le persone è sempre più difficile digerire il dover pagare somme ingenti a una terza parte che si limita a spostare il denaro. Western Union, il più importante money transfer al mondo, nel 2016 ha processato 268 milioni di transazioni tra singoli soggetti, per un valore di circa 80 miliardi di dollari: l’incasso quell’anno è stato pari a 5 miliardi di dollari in commissioni, con un utile netto di 250 milioni.

@ Wikimedia Common

È paradossale osservare come all’aumento delle rimesse non corrisponde una diminuzione delle tariffe, un paradosso reso ancor più forte da un’evidente determinazione da parte delle persone ad inviare denaro a casa letteralmente «ad ogni costo». Le soluzioni, parziali come sempre auspicabili, esistono già.

In Kenya e Tanzania esiste un sistema di trasferimento denaro che si chiama Mpesa [em-pesa, nda], sviluppato da un team di ingegneri a guida italiana dalla compagnia telefonica Safaricom: è un servizio diffusissimo, tanto che la compagnia sta lanciando lo stesso sistema in altri paesi africani.

Il denaro, anche contante, viene trasferito immediatamente utilizzando la rete dati Safaricom: Mpesa funziona sia come Satispay, un portafogli virtuale sempre più utilizzato in Italia [ne abbiamo parlato su Wolf], che come money transfer ma senza alcun costo per chi invia o riceve denaro. La transazione utilizza necessariamente la rete Safaricom che, in questo modo, ha il suo tornaconto. Il sistema di Mpesa permette agli operai che vivono e lavorano a Nairobi, ai camerieri e ai facchini di Malindi e Watamu, di inviare il proprio stipendio alla famiglia che risiede al villaggio, magari a centinaia o migliaia di chilometri di distanza; il tutto è oggi possibile senza assumersi il rischio di dover necessariamente viaggiare per diverse ore con le tasche piene di contanti, esponendosi ai pericoli che possiamo immaginare.

Una rivoluzione tecnologica che permette alle zone più remote dell’Africa orientale di garantirsi autosufficienza perché le rimesse che i migranti interni inviano a casa vengono investite, anche in istruzione, oltre che utilizzate per la spesa corrente.

Oggi, nonostante Internet sia onnipresente, non esiste un sistema che permetta questo tipo di operazioni da un Paese all’altro o da un continente all’altro: l’eliminazione dal mercato dei contratti di esclusiva migliorerebbe la concorrenza, oltre a migliorare l’efficienza dei servizi e il progresso tecnologico.

Il legame strettissimo tra le diaspore e le loro origini non ha nazionalità e, se vogliamo estorcere una regola generale dai numeri, questo legame è un fattore di crescita importante per i paesi in via di sviluppo. Un elemento ancor più importante laddove insistono conflitti armati: da quando la Svezia investe buona parte dei propri fondi per la cooperazione e lo sviluppo in Somalia, accompagnati dall’avvio di attività di supporto alle associazioni della diaspora somala presenti nel paese scandinavo, il combinato disposto rimesse-fondi allo sviluppo ha creato zone war-free nel disastrato paese africano grazie a progetti sanitari, scolastici e umanitari.

Stoccolma ha finanziato sostanzialmente attori privati in Somalia e lo stesso fa l’Italia in diversi paesi dell’Africa subsahariana, spesso con successo e con gli investimenti più ingenti d’Europa (persino più della Francia), ma questa è una modalità che diverse associazioni della società civile europee marchiano come miope e spesso controproducente.

La questione è sempre la stessa: l’accesso e il controllo dei fondi europei per lo sviluppo sostenibile, 4 miliardi di euro in aumento. Noi non possiamo in alcun modo dire chi ha ragione e chi ha torto ma ci limitiamo a riportare le considerazioni delle parti nel modo più asciutto possibile: diverse organizzazioni della società civile europee infatti concordano sul fatto che il settore privato sia un importante volano di sviluppo ma lamentano anche come spesso la cornice legislativa in cui avvengono tali investimenti non sia proprio chiara.

Queste attività di cooperazione, che esistono, vanno a discapito della tutela dei diritti umani o della sostenibilità ambientale e spesso non incidono in alcun modo sulla lotta alla povertà e alla disuguaglianza, paradossalmente aggravando le condizioni di vita nelle zone di intervento.

@ Flikr

Tornando alle rimesse, un altro tema cruciale da affrontare riguarda l’accoglienza: è vero che i migranti in transito di solito non sono in grado di inviare denaro a casa, e anzi si trovano talvolta costretti a chiedere denaro in prestito, ma è anche vero che l’attenzione andrebbe spostata su che cosa accade nelle comunità di partenza nel momento in cui si attuano i rimpatri dei migranti cosiddetti «economici».

I progressi, anche piccoli, fatti dalle comunità nei paesi di origine si infrangono e vanno in pezzi come un’azzardo perdente al casinò, gli investimenti fatti per pagare il viaggio al proprio missionario diventano improvvisamente vani e la consapevolezza che forse quel denaro sarà come se lo si fosse gettato al vento brucia, spesso fino alla vergogna e alla morte. La chiusura di un flusso di denaro così diretto, così importante per le comunità nei paesi di origine, rappresenta spesso la pietra tombale sulle condizioni di vita delle stesse comunità, in Africa, Asia e America Latina in particolare.

In questo senso le diaspore, con le loro rimesse, fanno l’attività di cooperazione più importante per tutti: per se stessi, per il paese che li ospita e per il paese da dove provengono.

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