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Scienceafrique

Malaria, il grande freddo

Allo stato attuale il mondo ha fallito completamente la propria lotta contro la malaria: l’obiettivo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) è ridurre la mortalità del 90% entro il 2030 ma questo obiettivo “si sta allontanando”, dice la stessa Organizzazione, per una lunga serie di criticità accumulatesi e che si legano infine tutte a un grande problema: il Covid-19, che ha spesso cancellato la capacità di risposta sanitaria contro qualsiasi altra malattia non fosse causata dal coronavirus.

In tutta l’Africa, nel 2020, sono aumentate le morti attribuibili alla malaria, una malattia già endemica in molte regioni del continente i cui sviluppi clinici peggiorano se associati al Covid: in tutto il mondo, nel 2020, sono circa 627.000 le persone morte di malaria, la maggior parte delle quali proprio in Africa. Si stima che le infezioni siano state globalmente 241 milioni in tutto il 2020, il 95% delle quali (228 milioni di casi) proprio in Africa. I primi sei paesi della lista, vale a dire Nigeria (27%), Repubblica Democratica del Congo (12%), Uganda (5%), Mozambico (4%), Angola (3,4%) e Burkina Faso (3,4%), rappresentano circa il 55% di tutti i casi a livello globale.

Negli anni precedenti alla pandemia di Covid-19 i numeri africani circa i decessi per malaria erano sempre più confortanti: i morti erano diminuiti del 36% nei nove anni precedenti il coronavirus, dagli 840.000 dell’anno 2000 ai 534.000 del 2019, salvo aumentare nuovamente proprio nell’anno 2020, a 602.000, con un tasso di mortalità pari a 62 decessi ogni 100.000 abitanti nelle zone considerate a rischio.

In questo scenario tuttavia l’Organizzazione Mondiale della Sanità tirò un sospiro di sollievo, affermando che lo scenario da “giorno del giudizio”, quello secondo cui la pandemia di Covid-19 avrebbe fatto raddoppiare i decessi per malaria a causa dell’interruzione dei servizi di cura ai malati, non si è verificato. I decessi sono comunque aumentati, di quasi 70.000 persone lo scorso anno, con una crescita pari al 12%: quasi 50.000 morti in più sono attribuibili, dice l’OMS, alle interruzioni terapeutiche per il trattamento della malaria avvenute durante la pandemia. In più, in Africa alla pandemia si sono aggiunte ulteriori difficoltà al già difficile accesso a medicinali, dispositivi e centri medici per la cura della malaria, servizi che la stessa OMS ha definito “in declino dal 2017”.

I numeri circa i contagi e le morti da malaria sono preoccupanti, da un lato perché mostrano come la lotta contro questa malattia non possa permettersi rallentamenti e dall’altro perché, ancora una volta, combattere la malaria continua a non essere economicamente interessante. Pedro Alonso, direttore del Programma globale contro la malaria dell’OMS, ha detto con chiarezza che la soluzione è una sola: il vaccino Rts,s, raccomandato dall’OMS per un’ampia diffusione sin dall’ottobre 2021, che «rappresenta un’opportunità storica per salvare decine di migliaia di vite» in particolare quelle dei bambini sotto i cinque anni residenti in Africa subsahariana. Se è vero, come è vero, che questo farmaco è oggi «l’unica soluzione» è anche vero che proprio questo farmaco ci mostra come la ricerca sulla malaria sia scarsamente tenuta in considerazione. Il problema, come è quasi ovvio pensarlo, sono i finanziamenti: «Il mondo permetterà che ci sia un primo vaccino contro la malaria che può salvare la vita di decine di migliaia di bambini africani ogni anno o lo lascerà riposare su uno scaffale?» ha chiesto retoricamente Alonso quando fu presentato il World Malaria Report 2021. L’azienda farmaceutica britannica GlaxoSmithKlein, che ha sviluppato il vaccino Rts,s, si è impegnata a donare fino a 10 milioni di dosi da utilizzare nei programmi pilota già in corso e a fornire fino a 15 milioni di dosi all’anno.

Rts,s, secondo gli studi, previene il 39% dei casi di malaria e il 29% dei casi di malaria grave. Secondo l’OMS il vaccino potrebbe salvare “tra i 40.000 e gli 80.000 bambini africani” ogni anno. Nei neonati e nei bambini questo farmaco ha un’efficacia tra il 26 e il 50% ma se combinato con altri farmaci antimalarici questa sale fino al 70%, in termini di riduzione dei sintomi e soprattutto dei decessi. 

Numeri che, al netto dei contagi certificati dall’OMS, sono solo la punta di un iceberg di fronte al quale è necessario uno sforzo globale massiccio: «Questa deve diventare un’operazione massiccia e urgente per garantire che possiamo raggiungere il maggior numero di bambini vaccinati il prima possibile. Se la comunità sanitaria globale non risponde a questa sfida, sarà un enorme fallimento» ha ricordato in aprile Alonso.

La ricerca africana

A settembre 2022 però la rivoluzione africana ha bussato alla porta delle zone a rischio malaria: si tratta del vaccino R21/Matrix-M, realizzato da un gruppo di ricerca presso il Jenner Institute, Università di Oxford, e in collaborazione con ricercatori del Burkina Faso dell’Unità di ricerca clinica di Nanoro, città a circa 100km dalla capitale burkinabé Ouagadougou. 

Questo farmaco è la versione migliorata del più noto Rts’s ed è oggi il primo vaccino contro la malaria a superare la barriera di efficacia del 75%.

«Abbiamo lavorato allo sviluppo del vaccino Rts’s, che ora è raccomandato dall’Oms per l’uso in tutto il mondo. Abbiamo osservato un’efficacia modesta del 30%, in quattro anni, contro la malaria grave. È un’efficacia interessante ma non sufficiente vista la nostra ambizione di eliminare la malaria entro il 2030» ha dichiarato a VoiceOfAfrica Alidou Tinto, capo dell’Unità clinica di Nanoro. «Ecco perché dopo Rts il nostro team, in collaborazione con i suoi partner a Oxford, ha intrapreso il lavoro su una molecola di seconda generazione chiamata R21, che ci ha portato risultati mai riportati prima a livello mondiale», con un’efficienza del 77% in un anno.

Testato già su 450 bambini dai cinque ai 17 mesi, il farmaco sembra funzionare e il team di ricerca assicura che i risultati della seconda e della terza fase dello studio saranno presto disponibili: «Questo vaccino potrebbe essere distribuito già nel 2023 ai primi 250.000 bambini del Burkina Faso» ha detto Tinto. Il 20 aprile scorso la rivista Lancet ha pubblicato lo studio in pre-stampa: tre vaccinazioni sono state somministrate a intervalli di 4 settimane prima della stagione della malaria con una quarta dose un anno dopo. La sicurezza, l’immunogenicità e l’efficacia del vaccino sono state valutate nell’arco di un anno e gli esami del sangue sui pazienti hanno confermato la buona efficacia del vaccino: 28 giorni dopo la terza dose, gli anticorpi specifici per la malaria erano quasi raddoppiati.

Tuttavia questo nuovo farmaco, sviluppato grazie alle competenze messe a disposizione dalla scienza africana, sostenuta dai finanziamenti della cooperazione internazionale inglese, da solo non risolverà il problema, che è quello della trasmissione del virus della malaria. La trasmissione della malattia all’uomo avviene principalmente tramite la zanzara anofele. Uno studio condotto sempre in Burkina Faso da ricercatori dell’Università del Maryland (UMD), in collaborazione con i colleghi dell’Institut De Recherche en Sciences de la Santé (IRSS) del Burkina Faso, ha messo in luce come una precisa varietà di fungo sia particolarmente efficace per debellare le zanzare portatrici di malaria: si tratta del Metarhizium pingshaense, le cui proprietà sono state modificate in laboratorio per renderlo ancora più letale per le zanzare. Tramite l’utilizzo di una sua versione geneticamente modificata, i ricercatori sono riusciti a sradicare il 99% delle popolazioni di zanzare nella zona di controllo del progetto in 45 giorni: «Abbiamo modificato geneticamente il fungo per aumentare la sua virulenza verso le zanzare della malaria», ha spiegato Abdoulaye Diabaté, capo del Dipartimento di entomologia medica dell’IRSS. Come risultato di questa modifica, il fungo produce una potente neurotossina di un ragno australiano che è fatale per le zanzare.

Lo studio si è svolto in un ambiente semi-naturale, in quella che i ricercatori descrivono come una zanzasfera, situata nella località di Soumousso, a circa 40 km da Bobo-Dioulasso, la seconda città del Paese. La zanzasfera consiste in quattro capanne sperimentali ispirate allo stile architettonico delle zone rurali del Burkina Faso: hanno soffitti di paglia, che riducono la temperatura interna di circa 4°C rispetto alla temperatura ambiente. Al loro interno sono state posizionate delle esche per le zanzare insieme a diversi tessuti di cotone impregnati con il ceppo di Metarhizium pingshaense geneticamente modificato.

Dopo 45 giorni di monitoraggio, sono rimaste 13 zanzare sulle 1.500 presenti inizialmente. Presentando lo studio Mondjonnesso Gomina, ricercatore del Laboratorio di entomologia applicata dell’Università di Lomé, in Togo, ha sottolineato che «quando tocca un insetto, un fungo della specie Metarhizium pingsheaense germina e penetra nei suoi tegumenti fino a che muore, meccanicamente».

Queste azioni di alto valore scientifico, comunque, nel breve periodo non possono prescindere dall’utilizzo di zanzariere e insetticidi, spesso una impregnata dell’altro, e nel medio periodo di campagne vaccinali diffuse.

E costose. 

Il valore

La malaria, come altre malattie endemiche, non è mai stata un grande business fino ad oggi e per capirne il perché basta vedere dove si muore di più di questa malattia.

Ma il cambiamento climatico potrebbe modificare questo approccio: scienziati e organizzazioni sanitarie globali stanno sottolineando l’importanza di attuare strategie per frenare il cambiamento climatico al fine, anche, di prevenire l’aumento di molti problemi di salute, inclusa la diffusione di malattie infettive come la malaria.

La comunità scientifica, su questo argomento specifico, sta ancora dibattendo. Un recentissimo studio cinese pubblicato su The Lancet aggiorna la questione, spiegando che l’arrivo di climi più secchi in realtà potrebbe essere un antagonista naturale della malattia mentre i fenomeni di piogge molto intense potrebbero distruggere le uova delle zanzare responsabili della trasmissione della malaria.