Ep. 3

Prospettive: tesori e veleni nei fanghi rossi

Nella discarica dei fanghi rossi di Portovesme sono sepolti materiali pregiati dal valore di miliardi di euro. Eliminare i rifiuti ed estrarli è possibile, e il Just Transition Fund potrebbe avviare il progetto. Ma partire è molto complicato.

Le vasche dei fanghi rossi di Portovesme. Immagine satelittare di Google Earth. 2023
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Immagina una discarica da 30 milioni di tonnellate di fanghi industriali nel tuo comune. Immagina che questi fanghi siano raccolti in vasche larghe 159 ettari (quasi 230 campi di calcio): dal fondo delle vasche filtrano sostanze contaminanti nelle falde, come piombo e arsenico. Immagina poi che esista un progetto per eliminare i fanghi, ricavando metalli preziosi dal valore di miliardi di euro. Ecco, ora immagina che il progetto sia fermo da anni, ma che intanto la discarica riceva l’autorizzazione a un’espansione di altre 32 milioni di tonnellate. Se ti sembra impossibile, probabilmente non conosci Portoscuso.

 

Tutto questo sta infatti realmente accadendo all’enorme discarica dei fanghi rossi di Portovesme, il distretto industriale del comune del Sulcis. La Sardegna sembra avere la soluzione in casa per risolvere il problema grazie a un progetto dell’azienda Ecotec, per cui il fondo europeo Just Transition Fund potrebbe fornire l’investimento iniziale. Il 31 gennaio ha aperto anche la prima manifestazione d’interesse per le bonifiche.

 

Eppure, per una serie di motivi che vanno dai ritardi della Regione ai rapporti con la Russia, partire davvero è molto complicato.

La soluzione è nel problema: dai fanghi rossi allo scandio

La discarica dei fanghi rossi di Portovesme è la cicatrice più vistosa lasciata al Sulcis Iglesiente dall’attività industriale. È formata dalle tonnellate di scarti della produzione dell’allumina (ossido di alluminio) a partire dalla lavorazione della bauxite, un processo svolto per mezzo secolo negli impianti dell’Eurallumina. Questa fabbrica, proprietà della multinazionale russa Rusal, è ferma dal 2009. Ma oggi, dopo un processo per disastro ambientale concluso nel maggio 2023 con l’assoluzione in primo grado dei vertici aziendali, potrebbe ripartire.

Dalle immagini satellitari di Google Earth, disponibili a paritire dal 1984, è possibile osservare l’ampliamento delle vasche della discarica. L’espansione più visibile è avvenuta tra 2005 e 2006.

Nonostante la sentenza, i danni causati dall’Eurallumina sono enormi a Portoscuso: come denunciato dalle associazioni ecologiste locali da decenni, la discarica dei fanghi rossi perde. «Fu autorizzata inizialmente come un bacino drenante, solo successivamente si è cominciato a realizzare degli argini impermeabili. Però il fondo è sempre permeabile e il percolato finisce in falda» conferma il sindaco di Portoscuso Ignazio Atzori. Quei fanghi che oggi avvelenano le acque potrebbero tuttavia essere la più grande opportunità economica del Sulcis.

 

«Sono tutti recuperabili e dentro c’è ogni ben di dio». A parlare è l’ingegner Aldo Imerito, presidente di Ecotec, azienda che si occupa di trattamento dei rifiuti con varie sedi in Italia, tra cui il Centro Ricerche Ecotec di Cagliari. Nella discarica di Portovesme, il ben di dio consiste in materiali con alto valore di mercato, quali ghisa, allumina ultrapura, titanio e, soprattutto, scandio. «C’è anche una piccola parte di terre rare, però il maggior valore unitario è dato dallo scandio, che vale oggi tra un minimo di 1.200 fino a 3-4mila euro al kilo» racconta Imerito. 

Secondo le stime di Ecotec, il valore totale dei materiali sepolti nei 30 milioni di tonnellate di fanghi di Portovesme, dedotta l’umidità, oscilla tra i 7 e i 9 miliardi di euro.

Ecotec ha messo a punto un processo per estrarre questi materiali, che elimina la maggior parte del rifiuto e lascia uno scarto inerte, riutilizzabile per sottofondi stradali. Questo metodo, che prevede prima il passaggio del fango in un forno al plasma e poi la separazione dei metalli in forma di ossidi, è stato perfezionato negli Stati Uniti da una collaborazione tra Ecotec e l’azienda Alcoa, che ha realizzato un impianto capace di trattare 200mila tonnellate di fanghi l’anno. 

 

In Sardegna il progetto è invece al palo da anni, ma grazie al Just Transition Fund potrebbe sbloccarsi. Ecotec vorrebbe dal JTF 15 milioni di euro per un impianto pilota da 38 posti di lavoro più indotto, in prospettiva scalabile: date le dimensioni della discarica, un successivo impianto industriale come quello testato negli USA darebbe decenni di lavoro a centinaia di persone, anche lavoratori qualificati. «Potremmo finalmente dare un futuro a quei ragazzi, che oggi fanno l’università in materie scientifiche, dopo di che prendono la via dell’estero» prosegue Imerito. 

Il Sulcis ha quindi un progetto a disposizione per dare lavoro, risolvere un disastro ambientale e generare ricchezza, ma non è ancora partito? Sembrerebbe di  sì, anche secondo i sindacati. «Siamo in una fase storica, anche a seguito regolamento approvato dall’Ue (ancora in maniera provvisoria, ndr) in tema di materie critiche, in cui il progetto può diventare fondamentale per questo territorio» afferma Emanuele Madeddu, segretario generale Filctem-CGIL per la Sardegna Sud Occidentale. «Non solo per quei fanghi rossi, ma per tutte le aree di discariche minerarie locali, che, è ormai assodato, hanno al loro interno sia materie critiche che terre rare», aggiunge.

 

C’è però più di un motivo per dubitare che questo potenziale si realizzi. Il primo è il fattore tempo, che per il programma JTF è poco.

I ritardi, le elezioni, i russi

Secondo una fonte delle istituzioni Ue sentita da Slow News, il rischio che la Sardegna non spenda tutti i 367 milioni del JTF entro la scadenza del 2026 è concreto. La principale causa del ritardo (come spiegato nello scorso episodio), è che il Centro Regionale di Programmazione, ente responsabile per il JTF in Sulcis, è rimasto senza direttore per dieci mesi. Da novembre 2023 ha preso l’incarico Luca Galassi, ma le elezioni in Sardegna del 25 febbraio rendono il suo posto incerto: la disputa interna al centrodestra ha eliminato dalla corsa elettorale l’attuale governatore Christian Solinas, in favore del candidato di Fratelli d’Italia Paolo Truzzu. Il prossimo vincitore delle elezioni sarà quindi una persona diversa da quella che ha nominato Galassi: se decidesse di sostituirlo, si tornerebbe punto e capo.

 

«Non posso che esprimere la mia preoccupazione per il fatto che il programma parte in ritardo, e parte in ritardo perché sono stato messo qui solo adesso» ha dichiarato il direttore Galassi a Slow News. «Le conseguenze che ci sarebbero se venissi sostituito mentre il programma è appena partito? Le lascio a lei, sono abbastanza logiche», aggiunge riferendosi ad altri ritardi, ancora più difficili da recuperare.

 

Al netto di queste incertezze, la presa in servizio di Galassi ha iniziato a muovere qualcosa: il 31 gennaio è stata pubblicata la prima manifestazione d’interesse per gli interventi di bonifica del JTF (80 milioni di euro di budget), ultimo passo prima dell’apertura dei bandi prevista in marzo

 

Ecotec parteciperà con diversi progetti, tra cui l’impianto per il trattamento dei fanghi di Portovesme, ma la strada è comunque in salita, e il primo a crederlo è proprio Imerito. Considerati i tempi dei bandi, del rilascio delle autorizzazioni ambientali e della realizzazione degli impianti, per il presidente di Ecotec la spesa del JTF entro il 2026 è «tecnicamente impossibile». «Da cittadino, mi piange il cuore a vedere dei soldi che tornano indietro quando avresti una potenzialità mostruosa. Sono del tutto pessimista in merito», dice. 

I fanghi rossi di Monteponi, Iglesias, un’altra delle discariche a cielo aperto del Sulcis. Foto di Matteo Barsantini.
I fanghi rossi di Monteponi, Iglesias, un’altra delle discariche a cielo aperto del Sulcis per cui Ecotec ha presentato un progetto di trattamento. Foto di Matteo Barsantini.

Secondo Imerito, Ecotec era disposta a cedere a Eurallumina la vendita dello scandio, il materiale più prezioso della discarica, ma non i segreti industriali del trattamento dei fanghi. La trattativa si sarebbe così arenata. Se la situazione era difficile prima, trovare un accordo economico che arrichisca una multinazionale russa dopo lo scoppio della guerra in Ucraina sembrerebbe ancor più complicato. Per il presidente di Ecotec, oggi come allora, basterebbe un’iniziativa politica forte per forzare la fabbrica a dare l’accesso alla discarica, anche solo alla porzione dei fanghi utile per l’impianto dimostrativo. Era della stessa opinione anche l’ex coordinatore del Piano Sulcis Tore Cherchi, come riporta un’inchiesta di Indip: sarebbe bastata un’imposizione della Regione su Eurallumina, in base al principio di applicazione delle migliori tecnologie disponibili per risolvere un problema ambientale.

 

«In Regione non capiscono l’importanza che c’è in questa discarica, che oggi è solo fonte di inquinamento, anche perché il vento porta le polveri dei fanghi dappertutto» conclude Imerito. L’assessore all’Industria di Regione Sardegna Anita Pili si era resa disponibile a parlare con Slow News del progetto di Ecotec, ma poi ha smesso di rispondere alle nostre chiamate.

Suoli avvelenati e monitoraggi miraggio: a Portoscuso si può mangiare frutta?

In ballo con la scadenza del JTF, non c’è solo il progetto di Ecotec, ma l’occasione di risanare la disastrosa situazione ambientale del Sulcis, che dal 2001 è tra i SIN, cioè Siti di Interesse Nazionale con gravi contaminazioni di terreni e acque.

Secondo i dati Arpas del 2021, elaborati da Slow News, nei suoli di Portoscuso la concentrazione di metalli pesanti supera fino a 36 volte i limiti di legge. 

È il caso dei livelli di zinco nella frazione di Perdaias, vicina al polo industriale, dove la quantità di piombo è invece oltre 15 volte la soglia legale. Anche la zona di Palazzo Gardenia non se la passa meglio: ha il picco di cadmio del territorio di 32 mg/kg (limite di legge 2mg/kg) e valori critici per piombo, zinco e mercurio (*). 

Cosa c’è invece sotto le falde di Eurallumina, dove filtra la discarica? La risposta breve, anche in questo caso è: veleni, oltre i limiti di legge.

Quella lunga, ma incompleta, si legge nella relazione Arpas delle analisi di falda del 2022, che mettono in evidenza «la persistenza di superamenti delle CSC (concentrazioni soglia di contaminazione, ndr)» per alluminio, arsenico, mercurio, piombo, boro, selenio, ferro, nichel, fluoruri, manganese, solfato, nitriti e triclometano. Nel report, viene specificato che l’attuale progetto di messa in sicurezza della falda, che consiste in una rete di pozzi di barrieramento, rimuove «in parte» i contaminanti, senza però dire di quanto. 

 

«Diciamo che non si affannano molto, né a monitorare né tantomeno a pubblicare i risultati» avvisa Stefano Deliperi dell’associazione Gruppo d’Intervento Giuridico. In effetti i dati ambientali di Portoscuso non sono facilmente reperibili. I report su falde e acque che abbiamo presentato in questo articolo ci sono stati inviati dal sindaco di Portoscuso. Ma sul sito di Arpas i documeti dei monitoraggi sull’inquinamento del Sulcis sono aggiornati solo al 2014. Marco Iacuzzi, direttore del Servizio Controlli, monitoraggi e valutazione ambientale dell’agenzia, ci ha risposto di «aver chiesto ai colleghi del Dipartimento Sulcis […], senza ricevere finora informazioni utili». 

 

Eppure, in un contesto ambientale così compromesso come quello del Sulcis, una comunicazione trasparente delle istituzioni con i cittadini sarebbe fondamentale.

 

Associazioni ambientaliste come Gruppo d’Intervento Giuridico o Sardegna Pulita denunciano da anni la pochezza dei controlli sul territorio e la popolazione, ancora esposta ad effetti ben noti: l’eccesso di mortalità per malattie respiratorie (registrato ogni anno dal rapporto Sentieri dell’ISS), e l’aumento dei deficit cognitivi nei bambini legato agli alti livelli di piombo nel sangue (riscontrato da uno studio di Scientific Reports a Taranto, area che soffre per una simile crisi ambientale). 

 

Persino mangiare frutta del posto è un problema: nel 2014, un’ordinanza comunale vietò su indicazione dell’ASL di Carbonia la vendita di prodotti ortifrutticoli coltivati a Portoscuso, invitando i cittadini, soprattutto i bambini e le persone a rischio, a limitarne i consumi.

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L'ordinanza sindacale del marzo 2014.

A 10 anni da allora, quali sono stati i successivi monitoraggi sugli alimenti? L’ordinanza è ancora valida? Sì, secondo le associazioni ambientaliste, che puntano il dito contro la poca trasparenza dell’amministrazione comunale. No, secondo il sindaco Atzori (vicesindaco nel 2014), che sostiene che fu revocata perché l’ASL, ripetendo i controlli al cambio di stagione, non riscontrò più quei valori. Atzori non ha tuttavia saputo fornirci il documento di revoca, assente anche nell’albo pretorio online del comune.

Quel che è certo è che, anche nel caso ci siano state delle analisi, manca una chiara comunicazione coi cittadini.

«Anni di silenzio assoluto. A Portoscuso non risulta essere stato emesso alcun provvedimento di revoca dell’ordinanza restrittiva sugli alimenti prodotti in loco. La situazione, già grave, risulta peggiorata?» chiedeva il presidente di Sardegna Pulita Angelo Cremone in un esposto del 2020 alle autorità sanitarie regionali. La risposta del Servizio Igiene Alimenti e della Nutrizione è stata piuttosto evasiva: il SIAN ha dichiarato di aver svolto l’ultima indagine sugli alimenti nel 2018, raccogliendo risultati «apparentemente nelle norma», e che in seguito il progetto fu sospeso dalla Regione. Una risposta che, tra l’altro, non cita la presunta revoca dell’ordinanza. «Apparentemente nelle norma» significa che mangiare i frutti di Portoscuso oggi è sicuro? E se sì, quando e come è stato comunicato alla popolazione?

La discarica raddoppia?

Questa è Portoscuso: una città contaminata ma poco monitorata, con una discarica che perde in falda e un progetto pronto per eliminarla e generare ricchezza fermo da anni. In compenso, la fabbrica responsabile dei 30 milioni di tonnellate di fanghi ha ricevuto lo scorso agosto l’autorizzazione regionale a ripartire con la produzione di allumina e generarne altri 32 milioni

 

È un incubo che si ripete per le associazioni ambientaliste, un sogno atteso da 15 anni dai sindacati, che vogliono dare risposte agli attuali 201 lavoratori di Eurallumina in cassa integrazione. Anche Atzori è favorevole alla riapertura, perché vuole che i lavoratori del suo territorio tornino ad avere uno stipendio. Il sindaco, però, da un lato, chiede che vengano svolti dei monitoraggi sull’inquinamento che la fabbrica tornerà a causare e, dall’altro, si dice scettico sulle reali possibilità di riavviare l’impianto. A suo parere, «non ci sono i presupposti». «Non bastano i finanziamenti alle esigenze dello stabilimento, e l’azienda è inadempiente sulle fideiussioni e sulle bonifiche», spiega. Sono fatti che hanno denunciato da tempo anche Sardegna Pulita e il Gruppo d’Intervento Giuridico, solo che il sindaco ha comunque dato appoggio alla ripresa delle attività.

 

L’unico punto d’incontro tra associazioni, sindacati e comune rimane il progetto di economia circolare di Ecotec, a cui tutte e tre le parti riconoscono un forte potenziale. Sarà davvero il primo passo della soluzione al dilemma lavoro-salute, così irrisolvibile nel Sulcis? Per ora sembra un’improbabile prospettiva, l’ennesima promessa a un vento che, qui, trasporta polveri di fanghi rossi.

Slow journalism è trasparenza…

Alcune fonti che abbiamo usato non erano documenti pubblici a disposizione dei cittadini. Ci sembrava un peccato, così abbiamo deciso di rimediare: ora li trovi qui, in un repository esplorabile di Google Pinpoint.

A Brave New Europe – Voyager è un progetto di Slow News, Percorsi di Secondo Welfare, Internazionale, Zai.net, La Revue Dessinée Italia e Radio Popolare, co-finanziato dall’Unione Europea. Le redazioni e le pubblicazioni, le autrici e gli autori lavorano in maniera indipendente dalle istituzioni europee e sono i soli responsabili dei contenuti di questo progetto, che riflettono i nostri punti di vista. La Commissione Europea non è in alcun modo responsabile di come verranno utilizzate le informazioni contenute in questo progetto.

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ERRATA CORRIGE

(*) correzione del 3 febbraio 2024: in un primo momento, avevamo scritto erroneamente che il picco di arsenico nei suoli riguardava Palazzo Gardenia, e sbagliato la trascrizione del nome della frazione Perdaias in Perdeias. In realtà, come rappresentato correttamente nel grafico, il picco di arsenico nel suolo si è verificato sempre a Portoscuso, ma nella frazione di Paringianu, mentre nei pressi di Palazzo Gardenia si è registrato il picco di cadmio. Grazie a Vittorio per la segnalazione.

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