Ep. 2

Il paradosso del nido di Acerra

A oltre un anno di distanza, siamo tornati ad occuparci del caso di Acerra per raccontare come la politica di coesione UE e il PNRR stiano influenzando la situazione degli asili nido in Campania e, più in generale, in Italia

Alla Città della Scuola di Acerra - Foto di Antonio Riccio
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Qualcuno pensa ai bambini?

L’Italia è un paese con pochi bambini e pochissimi servizi l’infanzia. La politica di coesione può colmare questi vuoti?

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Asili nido chiusi. Asili nido aperti, ma con posti vuoti. Asili nido costruiti coi fondi UE e altri fondi europei a disposizione per costruirne di ulteriori, che però non vengono usati da chi ne ha più bisogno.

L’Italia ha un problema con gli asili nido e la Campania è un buon punto da cui osservarlo e provare a capirlo.

Nella precedente edizione di A Brave New Europe eravamo stati ad Acerra per raccontare come la politica di coesione UE e il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) influissero in questo ambito. A oltre un anno di distanza, siamo tornati ad occuparcene per vedere come la situazione si è evoluta. E le notizie non sono buone.

Nel 2021, ad Acerra, il nido costruito con i contributi del Fesr e inaugurato nel 2017, l’avevamo trovato chiuso. Ce lo aveva raccontato Ezinne Lilian Nkwocha, nata in Nigeria, residente ad Acerra e madre di due bimbi nati in Campania. Grazie al nido comunale, i suoi figli, Chidiebere Salvatore, sei anni, e Kamsi Uriella, quattro anni, sono riusciti a integrarsi più di lei, soprattutto a livello linguistico.

L’anno perso di Kamsi Uriella

Purtroppo però un problema di appalto che dipendeva dalla programmazione dei fondi regionali ha fatto sì che per un anno intero, Kamsi Uriella, la sua piccola, rimanesse a casa. L’asilo è stato chiuso per tutto l’anno scolastico 2021-22, e la famiglia non aveva abbastanza soldi per mandarla a un privato. «Non è stato facile, la dovevo portare con me in giro tutta la mattina», dice Nkwocha. In quel momento studiava infermieristica all’Università Federico II di Napoli. Tre volte alla settimana aveva lezioni la mattina, e doveva portare la piccola in treno fino a Napoli e tenerla con sé in aula.

Quando il nido ha finalmente riaperto, ad ottobre 2022, per Kamsi Uriella era ormai tempo di iscriversi alla scuola materna. E per il Comune di Acerra non è stato facile trovare famiglie che volessero sfruttare i 30 posti disponibili. «All’inizio abbiamo faticato per riempirli», dice Antonella Aiello, istruttore direttivo ed assistente sociale del comune.

Sembra un paradosso.

Attualmente in Italia c’è offerta di nido per solo un quarto dei bambini 0-3 anni (il 27 per cento), secondo un’elaborazione di openpolis – Con i Bambini su dati Istat. I numeri sono più bassi al Mezzogiorno e nelle aree rurali. Ad Acerra, la copertura è di circa 12 per cento — molto lontana dall’obiettivo del 45 per cento, appena rivisto dall’Unione Europea (il precedente era del 33 per cento).

Eppure, anche quando quei pochi posti sono disponibili, ce ne sono alcuni che restano vuoti.

Il paradosso, però, ha una spiegazione che, secondo la sociologa Chiara Saraceno, «è un lavoro culturale ancora da fare».

La Città della Scuola di Acerra - Foto di Antonio Riccio

Aiello del Comune di Acerra conferma, spiegando che i posti non sono stati subito occupati «un po’ perché qua c’è ancora un po’ la mentalità dove il bambino deve andare a scuola non prima dei tre anni, un po’ perché il nido comunale non garantiva continuità per i problemi di gestione».

«Il nido deve essere visto non come un surrogato del familiare mancante, ma come cosa che è buona e positiva e arricchente dei bambini, è essenziale proprio come servizio educativo», continua Saraceno, che è honorary fellow presso il Collegio Carlo Alberto di Torino e portavoce del think tank Alleanza per l’Infanzia.

«Noi sociologi – conclude – sappiamo che quando si apre uno sportello si forma la coda, anche se prima non c’è nessuno. Le liste d’attesa sono più lunghe laddove ci sono più servizi e non dove ci sono meno servizi perché l’aumento dell’uso legittima i servizi». Ciò significa che più persone usano i nidi, più aumenta l’offerta perché il pubblico si abitua al servizio e lo utilizza maggiormente, come abbiamo visto avvenire a Salerno e come abbiamo raccontato sempre nel reportage dell’anno scorso.

Il rapporto tra domanda e offerta di asili nido, quindi, è complesso.
E il caso di Acerra insegna che costruire nuove strutture non basta.

Avere dei fondi per realizzare nuovi asili nido però rimane un passaggio cruciale ed è per questo che una sostanziosa fetta del Pnrr è destinata alla realizzazione di nuovi servizi per l’infanzia.

Alla Città della Scuola di Acerra - Foto di Antonio Riccio
Alla Città della Scuola di Acerra - Foto di Antonio Riccio

Debolezze strutturali irrisolte

Il Pnrr, con il quale l’Italia ha definito gli obiettivi da raggiungere con i fondi europei del programma Next Generation EU, prevede stanziamenti di 4,6 miliardi di euro per asili nido e scuole dell’infanzia. Di questa somma, 2,4 miliardi vanno per costruire o rimodellare asili nido, e 900 milioni per le spese di gestione, cioè i soldi assegnati ai comuni per poter pagare i salari di insegnanti e del resto del personale.

Per ottenere i fondi necessari a realizzare i progetti, gli enti locali devono partecipare ai bandi pubblicati dai ministeri competenti, realizzando gli interventi nel rispetto delle leggi, con obblighi di monitoraggio, rendicontazione e controllo. Tutti i progetti hanno inoltre delle scadenze obbligatorie molto strette (come l’aggiudicazione dei lavori per il 31 maggio 2023), difficili da raggiungere per comuni piccoli o con poca esperienza. Al punto che il Ministro per gli Affari europei, il Sud, le politiche di Coesione e il Pnrr Fitto ha dichiarato in Parlamento che  intende intavolare con la Ue un «confronto preventivo per risolvere le questioni collegate all’attuazione» di diversi dossier, tra i quali proprio il piano asili nido e scuole per l’infanzia.

Per gli asili nido, sono serviti quattro bandi per assegnare tutti i soldi. Anche se è stato stabilito che almeno il 40 per cento dei fondi vada assegnato alle regioni del Sud, comuni con meno esperienza non hanno partecipato ai bandi, come ha spiegato una relazione pubblica dell’ufficio parlamentare di bilancio (UPB) lo scorso novembre.

Alla Città della Scuola di Acerra - Foto di Antonio Riccio
Alla Città della Scuola di Acerra - Foto di Antonio Riccio
Alla Città della Scuola di Acerra - Foto di Antonio Riccio
Alla Città della Scuola di Acerra - Foto di Antonio Riccio

«Nonostante le ingenti risorse destinate alla fascia di età 0-3 anni, lo scenario che si delinea mostra che parte delle debolezze strutturali che caratterizzano l’offerta del servizio potrebbero restare irrisolte. Un numero consistente di comuni con offerta assente o marginale non ha, infatti, partecipato ai bandi». Acerra è proprio uno di questi.

Dal municipio fanno sapere di non essere riusciti a partecipare ai bandi del Pnrr perché erano operazioni molto complesse da fare in tempi troppo stretti. E così, accanto ai 30 posti dell’unico nido comunale da poco riaperto, il Comune erogherà dei bonus per alcune delle famiglie che mandano i figli agli asili nido privati. Ma viene difficile pensare che il numero di bambini che frequentano il nido aumenterà, con ripercussioni negative per le loro famiglie, ma soprattutto per gli stessi bambini.

Una contraddizione accentuata dal Pnrr

Troppo spesso, infatti, in molte parti d’Italia, gli asili nido continuano a essere visti come strumenti di conciliazione, ovvero come un servizio a sostegno delle famiglie in cui i genitori, specialmente le madri, lavorano. In realtà, i nidi sono importanti per le opportunità educative che offrono e, soprattutto in contesti di deprivazione, questi servizi consentono di contrastare la povertà educativa e, in prospettiva, di ridurre le disuguaglianze.

Di nidi, quindi, ci sarebbe un grande bisogno in Italia, ma il Pnrr non sembra andare nella direzione sperata.

Lo scorso anno Rossella Trapanese, ricercatrice presso il Dipartimento di Studi politici e sociali, ci aveva spiegato che «il successo del Pnrr non dipende da quanti fondi ci sono, ma se il sistema è capace di usarli». Oggi, in Campania, sembra che siano riuscite ad usare quei fondi solo le amministrazioni comunali con maggiori competenze ed esperienza, che spesso sono quelle che avevano già un numero di asili più elevato. Al contrario, molte di quelle più bisognose non sono riuscite ad accedervi.

Alla Città della Scuola di Acerra - Foto di Antonio Riccio
Alla Città della Scuola di Acerra - Foto di Antonio Riccio

«Paradossalmente, questa è una contraddizione che il Pnrr accentua», commenta Elena Palma Silvestri, presidente de La Rada, un consorzio di cooperative sociali che gestisce molti asili nido comunali in provincia di Salerno. Qui, la Rada lavora con alcuni comuni che sono riusciti a partecipare ai bandi del Pnrr, a differenza di Acerra.

Rimasto escluso dai fondi del Pnrr, il Comune in provincia di Napoli può sperare nella programmazione 2021-2027 della politica di coesione Ue, quella ordinaria, che aveva già usato per costruire l’asilo nido frequentato da Kamsi Uriella.

Il Programma regionale Fesr Campania, infatti, conta su oltre cinque miliardi di euro, una parte dei quali destinati a «migliorare i sistemi di educazione, istruzione pre-scolare, primaria e secondaria». Tra le azioni finanziabili, si legge nel documento, ci sono anche «interventi di realizzazione, riqualificazione, ammodernamento, ampliamento di asili nido, sezioni primavera, asili nido aziendali e centri ludici per la prima infanzia».

Da un lato, i tempi dei bandi per avere i fondi della politica di coesione potrebbero essere meno stringenti di quelli del Pnrr, che sono stati da molti criticati per essere poco realistici. E questo potrebbe dare più possibilità al Comune di Acerra. Dall’altro, è importante immaginare degli interventi culturali per fare crescere la domanda di cura sul territorio. Altrimenti, il rischio è che si costruisca un nuovo nido, ma che i suoi posti risultino difficili da riempire. E il paradosso rischierebbe di riproporsi.

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