Ep. 4

Politiche per l’infanzia: a che punto siamo?

In Italia nascono pochi bambini e mancano i servizi per l’infanzia: i fondi della politica di coesione UE provano a colmare i vuoti.

L’asilo comunale di Via Premuda, a Salerno - Foto di Antonio Riccio
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Qualcuno pensa ai bambini?

L’Italia è un paese con pochi bambini e pochissimi servizi l’infanzia. La politica di coesione può colmare questi vuoti?

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L’Italia non cresce, ed ogni anno i nuovi rapporti Istat vengono accompagnati da titoli allarmistici di giornali che invocano la fine del nostro paese.

La presidente del consiglio Giorgia Meloni ha parlato di «glaciazione demografica», facendo del tema una priorità per il governo e promettendo, nel suo primo discorso alla guida del Governo, un «piano imponente, economico ma anche culturale, per riscoprire la bellezza della genitorialità e rimettere la famiglia al centro della società».

L’esecutivo ha creato un ministero ad hoc e ha preso alcune misure in materia: ha concesso un mese in più di congedo parentale retribuito all’80 per cento e ha varato una legge di Bilancio per il 2023 che ha potenziato l’assegno unico per i figli fino all’anno di vita e per le famiglie numerose con bimbi piccoli.

Tutto questo, però, è stato fatto con in mente una famiglia specifica, eterosessuale, non-migrante, con bambini concepiti in utero proprio. È un’idea di famiglia che esclude molte altre realtà, e che sembra contraddittoria rispetto alla volontà di aumentare le nascite.

«Da un lato, le politiche non hanno seguito i cambiamenti nelle aspettative e comportamenti femminili e dall’altro il mercato del lavoro è diventato più complicato e insicuro»
Chiara Saraceno

Ad ogni modo, in Italia, il problema della natalità non è nuovo. Da anni gli esperti parlano di insufficienti politiche mirate ad accompagnare i genitori e a sostenere bambini e famiglie nella prima infanzia.

«Da un lato, le politiche non hanno seguito i cambiamenti nelle aspettative e comportamenti  femminili e dall’altro il mercato del lavoro è diventato più complicato e insicuro», dice la sociologa Chiara Saraceno, honorary fellow presso il Collegio Carlo Alberto di Torino e portavoce del think tank Alleanza per l’Infanzia.

«Come dice il mio collega Alessandro Rosina, professore di demografia, in Italia si fanno tutte le politiche, o meglio le non politiche, che sarebbero adatte se si volesse promuovere una bassa fecondità: non si sostiene l’occupazione femminile, non si organizzano servizi in misura adeguata, non si fa nulla per cambiare i modelli di genere», aggiunge.

Un cambio significativo negli ultimi anni viene dagli investimenti negli asili nido, che sono un primo passo importante — investimenti possibili nella gran maggioranza dei casi grazie alle politiche di coesione europee.

È un passo in avanti, ma non basta. Si dovrebbe pensare a una visione strategica di insieme con un potenziamento di tutti gli elementi che servono alle famiglie, a iniziare dai primissimi giorni — come spieghiamo oltre, alcuni segnali iniziali in quella direzione ci sono, ma sono ancora minimi.

«L’Italia non è un paese per bambini», dice Alessandra Minello, ricercatrice in demografia al Dipartimento di Scienze Statistiche all’Università di Padova. «Va da sé che se i genitori non sono nelle condizioni di essere genitori, le prime persone che ne risentono sono i figli perché ci sono poche condizioni per una genitorialità serena», conclude.

Quanti bambini nascono in Italia?

Gli ultimi dati dell’ISTAT, pubblicati a dicembre 2022, registrano un calo delle nascite nel 2021 rispetto all’anno precedente e prevedono un’ulteriore contrazione nel 2022. In media, ci sono 1,25 figli per donna — al di sotto della media dell’Unione Europea di 1,50 (Eurostat, 2020).

Sebbene il minimo storico fu raggiunto nel 1995, con 1,19 figli per donna, la denatalità si è intensificata nell’ultimo decennio e prosegue. Anche le donne straniere non fanno più figli  1,87 per donna straniera, in comparazione con 2,53 nel 2008), un fenomeno che per un po’ aveva rialzato il numero di nascite, ma che si è arrestato.

Anche le donne straniere hanno meno figli, un fenomeno che per un po’ aveva rialzato il numero complessivo delle nascite, ma che si è arrestato.

Ci sono sempre meno primi figli (2,9 per cento in meno sul 2020 ed il 34,5 per cento in meno sul 2008), e le donne li fanno sempre più tardi.

Al di là della bassa natalità, quello che è estremamente alto in Italia è il cosiddetto fertility gap, la differenza tra il numero di figli desiderati e la fecondità realizzata, come indica Minello.

Secondo dati Istat, oltre metà degli italiani desidererebbe avere due figli, quasi un quarto vorrebbe averne tre o più, mentre è ridotto il numero di quanti desiderano il figlio unico.

La realtà però è molto diversa.

Nel libro Non è un Paese per madri, Minello scrive che l’ampio fertility gap «parla di una società che non riesce a soddisfare i desideri di maternità. Pur di fronte a un più ampio ventaglio di scelte di vita, è bene tenere a mente che la maternità riveste ancora un ruolo importante nel puzzle della realizzazione personale della maggior parte delle donne».

Perché in Italia nascono sempre meno bambini?

Ci sono molti fattori che hanno portato a questo calo demografico.

Da quando negli ultimi decenni le donne sono diventate parte integrante dello spazio pubblico, combinano sempre di più il lavoro remunerato con il lavoro non remunerato di cura — sia dei bambini che degli anziani. L’avere figli diventa quindi un impegno grande, che viene posticipato per assicurare una stabilità economica, che è al contempo diventata più difficile con la precarizzazione del lavoro.

Allo stesso tempo, gli uomini contribuiscono poco ai lavori di cura, perché pensano di dover essere breadwinner (un termine che individua un modello di sostentamento familiare quasi esclusivamente patriarcale, dove prevalentemente è l’uomo a procurarsi il pane in famiglia, ovvero la persona che contribuisce di più al reddito familiare), e il peso delle cure ricade sulle donne.

Quindi le donne decidono di avere meno figli e più tardi, incontrando più ostacoli medici. Altri elementi che l’ISTAT menziona tra le cause del calo dei primi figli sono: la prolungata permanenza dei giovani nella famiglia di origine, il protrarsi dei tempi della formazione, le difficoltà che incontrano i giovani nell’ingresso nel mondo del lavoro e la diffusa instabilità del lavoro stesso, le difficoltà di accesso al mercato delle abitazioni, una tendenza di lungo periodo di bassa crescita economica.

La recessione economica e la pandemia hanno aumentato l’incertezza e quindi hanno aggravato questi fattori.

All’asilo comunale di Via Premuda, a Salerno - Foto di Antonio Riccio
All’asilo comunale di Via Premuda, a Salerno - Foto di Antonio Riccio

Inoltre, non ci sono abbastanza politiche pubbliche a sostegno delle famiglie, specialmente nella prima infanzia. Si pensi agli asili nido, dove in media solo un quarto dei bambini fino ai 3 anni ha un posto disponibile.

«Ci deve essere un insieme coerente di politiche che vadano nella direzione di rafforzare la situazione economica e sostenere la genitorialità», dice Minello. «Solo la presenza di asili nido non aumenta la fecondità, perché serve tutto un insieme di politiche».

I problemi strutturali sono andati a influire anche sull’indice di natalità delle famiglie straniere o miste (con un genitore italiano ed un altro straniero), che rimane una percentuale importante delle nascite nel paese, ma che nell’ultimo decennio si è abbassato.

In più, la famiglia sta cambiando, ma le nuove forme e dimensioni spesso non sono previste dalle politiche familiari: sono aumentati i nati da convivenze, fuori dal matrimonio, e le coppie omosessuali con figli, ed anche le famiglie con un solo genitore (in generale la madre). Purtroppo l’accesso a queste politiche per queste famiglie diverse è più complesso.

Per non parlare delle famiglie con genitori stranieri — i cui bisogni non sono presi in considerazione. Ad iniziare dal non riconoscere la cittadinanza ai bambini nati in Italia, cosa che crea molti ostacoli per genitori e figli e dimostra di come non si pensi all’infanzia in maniera organica.

Inoltre, il 36 per cento delle famiglie con minori composte da solo stranieri vive in condizioni di povertà assoluta — un numero molto più alto rispetto all’8 per cento di incidenza in famiglie con minori composte solamente da italiani — ma non ci sono politiche specifiche per compensare queste differenze e per venire in aiuto a queste famiglie.

Se ci sono così pochi bambini perché investire nell’infanzia?

Ormai tutti parlano dell’Italia come un paese che sta morendo, persino Elon Musk. Di bambini, però, ce ne sono ancora: quelli fino ai 14 anni rappresentano al momento il 14 per cento della popolazione italiana. Sono quindi di per sé cittadini in cui si deve investire.

I primi anni di vita dei bambini, specialmente i primi mille giorni a partire dal concepimento fino ai due anni, sono fondamentali nella formazione degli individui, soprattutto nello sviluppo dell’architettura cerebrale, così come dimostrano molti studi neuroscientifici. In questa fase i bambini riescono ad assorbire velocemente le influenze dell’ambiente circostante, quindi le politiche pubbliche possono incidere sulle disuguaglianze e sulla povertà, o aiutare a colmare vuoti delle famiglie di origine.

Per esempio, se ci sono genitori che devono lavorare lunghe ore, e i bambini non hanno abbastanza interazioni e input, ma vengono affidati molto agli schermi, asili nido o ludoteche possono aiutare sia nello sviluppo dei bambini sia nel dare la possibilità ai genitori di avere tempo libero o tempo per lavorare in casa e fuori.

Alla Città della Scuola di Acerra - Foto di Antonio Riccio
Alla Città della Scuola di Acerra - Foto di Antonio Riccio

Quanto si dedica il governo italiano al tema infanzia?

Ci sono varie politiche per l’infanzia e la famiglia, che abbracciano vari ministeri e settori: dal lavoro del Ministero della Salute sui primi mille giorni di vita, agli investimenti nel settore educazione, con una speciale enfasi sugli asili nido, alle politiche per congedi familiari al nuovo assegno unico per famiglia.

Gli esperti dell’infanzia lamentano però che non ci sia una visione di insieme per dare un apporto reale alle famiglie, soprattutto nella primissima infanzia e per accompagnare i genitori.

«Si guarda ai bambini e alla loro scarsità esclusivamente in termini di potenziale capitale umano, nel futuro», dice la sociologa Saraceno. «Ai loro bisogni e diritti come bambini tuttavia si presta poca attenzione, lasciandoli quasi totalmente alla casualità dell’origine di nascita e della collocazione territoriale».

Nel 2022, è stato compiuto un passo importante con l’approvazione del Piano di Azione Nazionale della Garanzia Infanzia (PANGI), un documento che individua obiettivi e criteri per contrastare le diseguaglianze al fine di estendere, rafforzare e garantire i diritti di bambine, bambini e adolescenti entro il 2030.

Il PANGI, che ha quasi un miliardo di risorse allocate che vengono da fondi europei, promette un approccio più integrale al tema infanzia dal punto di vista dell’eliminazione delle disuguaglianze. Prevede, per esempio, l’accesso gratuito alla mensa scolastica per tutte le bambine e i bambini con Isee inferiore a 9.500 euro.

Esistono fondi europei dedicati all’infanzia?

A giugno 2021, il Consiglio dell’Unione Europea ha approvato la raccomandazione europea sulla Child Guarantee che ha il fine di prevenire e combattere l’esclusione sociale dei minori a rischio di povertà, favorire l’accesso effettivo a un’alimentazione sana e a un alloggio adeguato, garantire l’accesso gratuito all’educazione e cura della prima infanzia, all’istruzione e all’assistenza sanitaria, con un’attenzione particolare alle discriminazioni.

É in base a questo documento che l’Italia ha poi sviluppato il PANGI.

La Raccomandazione prevede che il 5 per cento del Fondo Sociale Europeo Plus (FSE+), per un importo di € 710 milioni, debba essere allocato agli interventi specifici per il contrasto alla povertà infantile.

Pur non avendo un focus specifico sul tema dell’infanzia, i programmi della politica di coesione europea e nazionale hanno dedicato ben 1,6 miliardi di euro ai servizi per la prima infanzia, finanziamenti distribuiti tra oltre 14.000 progetti nei cicli di programmazione 2007-2013 e 2014-2020, secondo i dati di monitoraggio pubblicati dal portale governativo OpenCoesione (aggiornati al 31 ottobre 2022). Di questi, oltre un miliardo provengono dal FESR (cioè Fondo Europeo di Sviluppo Regionale) e dal FSE (cioè Fondo Sociale Europeo, che nel ciclo 2021-2027 è diventato FSE+).

Di questi fondi, la maggior parte è stata destinata a acquisti di beni e servizi (come voucher per il rimborso di costi sostenuti per le rette degli asili, baby sitting, ludoteche o centri estivi), o a infrastrutture, come la costruzione di asili nido e ludoteche. Molti di questi fondi sono pensati per la conciliazione lavoro-famiglia e per garantire migliori condizioni di lavoro.

All’asilo comunale di Via Premuda, a Salerno - Foto di Antonio Riccio
All’asilo comunale di Via Premuda, a Salerno - Foto di Antonio Riccio

Il tema infanzia rientra nel PNRR?

Con il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), lo strumento con il quale l’Italia ha definito gli obiettivi da raggiungere con i fondi europei del programma Next Generation EU, il governo italiano ha messo a disposizione 4,6 miliardi di euro per asili nido e scuole dell’infanzia, di cui 2,4 miliardi per costruire o rimodellare asili nido, e 900 milioni per le spese di gestione, cioè i soldi assegnati ai comuni per poter pagare i salari di insegnanti e del resto del personale.

L’idea è far sì che l’Italia si avvicini il più possibile ai nuovi obiettivi europei di un’assistenza per almeno il 45 per cento dei bambini con meno di 3 anni, e per almeno il 96 per cento dei bambini di età tra i 3 anni e l’età dell’obbligo scolastico. Traguardi per il 2030 che sono stati aggiornati a fine 2022, 20 anni dopo l’introduzione dei primi obiettivi di Barcellona.

Attualmente in Italia gli asili nido (pubblici e privati) coprono mediamente circa il 27 per cento, con numeri molto più bassi al Mezzogiorno e nelle aree rurali.

La legge di bilancio 2022 ha anche riconosciuto il tasso di copertura del 33 per cento (quello che era inizialmente l’obiettivo europeo) come Livello Essenziale di Prestazione Sociale, cioè un servizio da garantire in tutto il paese, stanziando anche dei fondi per aiutare i comuni a gestire i nido.

Purtroppo però il processo di passaggio dalle risorse ai progetti finiti è estremamente complesso. Nel caso del bando del PNRR sugli asili nido, ci sono stati costanti aggiornamenti e cambi rispetto ai fondi assegnati, in un percorso complesso e tortuoso, come spiega questo pezzo di OpenPolis.

La scadenza per l’aggiudicazione dei lavori è il 31 maggio 2023, per poter raggiungere l’obiettivo di 264.480 nuovi posti nido e infanzia entro fine 2025, ma non è chiaro se sarà possibile l’avvio dei lavori entro fine giugno.

Alla Città della Scuola di Acerra - Foto di Antonio Riccio
Alla Città della Scuola di Acerra - Foto di Antonio Riccio

Quali altre possibili misure si potrebbero implementare?

Nel 2021, in Italia, il 14,2 per cento dei minori (pari 1,4 milioni di bambini e bambine) era in condizioni di povertà assoluta. Nel 2011, il dato era del 5 per cento: il numero è triplicato negli ultimi 10 anni.

Politiche mirate a mitigare la povertà sarebbero fondamentali, ma anche in questo caso ci sono problemi di accesso. Ad esempio oggi l’accesso al reddito di cittadinanza a famiglie straniere (dove l’indice di povertà è più alto) è molto complicato. Anche dare accesso alle mense scolastiche per tutti i bambini e non solo quelli con un ISEE basso (come previsto dal PANGI) sarebbe importante.

Altre misure quasi inesistenti sono quelle di sostegno alle nuove famiglie immediatamente dopo il parto: da visite domiciliari per aiutare con l’allattamento ed il recupero post-parto, a sostegno psicologico per i nuovi genitori. Queste misure sono a volte possibili grazie ad iniziative locali ma sono lontane dal rappresentare interventi sistematici.

Infine, un altro elemento importante sarebbe far sì che le città siano più a misura di bambino, creando più aree verdi, restringendo la presenza di auto, costruendo ludoteche dove i genitori possono conoscersi e creare rete.

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