Le turbaniste

Per quattrocentocinquanta anni milioni di persone sono partite dalle spiagge africane della Costa d’Oro, lasciando la terra natia, perché destinate alla schiavitù d’oltreoceano. Una schiavitù che avrebbero tramandato ai propri discendenti, per generazioni. Tra tutte le nazioni che affacciano sul Golfo di Guinea il territorio oggi chiamato Benin è quello che ha pagato il tributo maggiore durante la schiavitù: da quella terra gli schiavisti hanno saccheggiato per secoli le risorse più importanti, uomini e donne destinati alla deportazione verso le Americhe. Uno schiavo su cinque deportati, per oltre quattro secoli, è stato di origine beninese.

Le donne, rese serve e oppresse, venivano rasate a zero e costrette a coprirsi la testa con tessuti, teli e copricapi in modo da risultare meno appariscenti e non sedurre il padrone o gli altri schiavi. La nascita del un figlio di una schiava infatti significava, nel mondo della schiavitù e della tratta, una bocca in più da sfamare durante il lungo viaggio in nave, una deprezzatura della madre sul mercato, il doversi far carico – per il padrone – di una persona, il bambino, non in grado di ripagarsi la libertà col lavoro. Costrette all’imposizione dallo schiavista le donne della Costa d’Oro opposero una resistenza silenziosa e determinata, sviluppando e perfezionando diverse tecniche di annodatura dei tessuti sul capo e conservando intatta una silenziosa e ribelle sensualità. È durante la schiavitù che nasce quello che oggi è il tipico copricapo femminile in buona parte delle culture africane: il turbante. Le donne svilupparono un vero e proprio linguaggio intrinseco nelle annodature dei turbanti, nei tessuti scelti, nel disegno sui tessuti: attraverso il nodo era possibile capire lo stato sociale o quello civile, il padrone di appartenenza, lo stato d’animo della persona, alcuni dettagli della sua stessa storia. Se aveva figli, se aveva marito, se era stata già venduta, da quale parte della Costa d’Oro proveniva. Le donne, contrapponendo alla logica della violenza la forza della resistenza e della creatività, tessero strati su strati di cotoni coloratissimi e sgargianti creando un oggetto che oggi è la caratteristica di costume delle donne africane. Con il senno di poi è possibile affermare che gli schiavisti non deportavano semplice forza lavoro, deportavano conoscenza. Antico saper fare.

«Il cotone cresce ovunque nel nord del Dahomey dove ci estenderemo. Gli indigeni sanno coltivarlo e curarlo e il clima, grazie all’alternanza di due stagioni, è propizio a questa coltura»
Notizie pubblicate dal Governo Generale dell’Africa Occidentale Francese durante l’occupazione del Dahomey, 1890. Archivio di Stato di Cotonou, Benin.

La scelta di deportare persone concentrandosi sulle donne e sugli uomini della Costa d’Oro non era una scelta casuale per i bianchi europei. Contrariamente a quanto si possa pensare oggi, nell’immagine stereotipata, tribale e antica dell’Africa che impera ancora fuori dall’Africa, le antiche genti del continente non vivevano esclusivamente di caccia e pastorizia: nelle zone interne dell’odierno Benin la popolazione, non particolarmente prestante dal punto di vista fisico come invece lo sono le etnie wolof o mandingo poco più a nord, si distingueva per una conoscenza millenaria della coltivazione e della lavorazione della del cotone. Una pianta che, nei secoli della schiavitù, è diventata la spina dorsale delle economie delle colonie inglesi e francesi nel continente americano, prima della Guerra d’Indipendenza, e degli Stati Uniti, dopo. La qualità dei filati e dei tessuti che le popolazioni del Dahomey erano in grado di produrre, la radicata conoscenza delle piantagioni e l’ingegneria idrica (rudimentale ma efficacissima) caratterizzavano il lavoro e la vita dei popoli dell’Africa occidentale.

Nel sud degli Stati Uniti, prima delle lotte per i diritti civili di Martin Luther King, vigeva da secoli la legge Tignon: lo status sociale delle donne bianche, alla fine del Settecento, era minacciato dalle acconciature delle donne di origine africana, vistose e ricche di perline e trecce. Fu allora che il governatore spagnolo della Louisiana e della Florida Esteban Rodriguez Mirò promulgò delle leggi che imponevano alle donne nere, schiave o libere non importava, un copricapo annodato ingiungendo inoltre di astenersi dall’indossare vestiti troppo sgargianti.

La redenzione

Imposto alle donne nel nome dell’oscurantismo e della violenza oggi il turbante è un simbolo di redenzione oltre che un oggetto di gran moda. Non solo in Benin: nella cultura Soninke, principalmente in Mali, indossare un turbante è simbolo di femminilità. Non si tratta propriamente di un copricapo ma più di un velo coloratissimo, in tessuto bogolan di cotone, sapientemente annodato sul capo. Alla fine della schiavitù si indossava soprattutto ai matrimoni e rappresentava un segno di ricchezza, oggi è un accessorio senza il quale le donne e le ragazze più alla moda di Bamako non possono pensare di uscire di casa. Il richiamo, la simbologia di riferimento, è quello di un reale: una caratteristica che è ancora più evidente nel turbante nigeriano chiamato gele, che si realizza con un tessuto di raso chiamato aso oke e che sulla testa ha una forma molto simile ad una corona.

Alla base di tutto c’è la cultura: realizzare un gele significa conoscere oltre cinquanta diverse tecniche di fissaggio e annodatura. Tecniche tramandate ancora oggi in forma orale, tanto che non esiste alcun testo capace di riassumere tutti i modelli e i loro significati. Nella cultura Yoruba (principalmente in Benin, Togo, Ghana, Nigeria) una donna sposata porterà il nodo del suo turbante sulla destra, una donna nubile invece sulla sinistra. Le mescolanze culturali sono innumerevoli: nel corso dei secoli infatti le popolazioni locali hanno edulcorato il dramma legato al turbante come simbolo della schiavitù e ancora oggi sono in molti ad essere convinti delle origini mistiche di questo accessorio.

Con l’abolizione della schiavitù il turbante per molte donne è diventato anzitutto un simbolo di redenzione e poi, negli anni Sessanta, di femminilità e glamour addirittura nel panorama internazionale. In Benin, come in molte altre nazioni africane, le donne continuano a portarlo e in ogni mercato si incontrano signore e ragazze disposte per pochi franchi ad annodare un turbante di cotone colorato e morbidissimo. Ancora oggi migliaia di lavoratrici filano il cotone a mano sedute in terra in qualche piccolo laboratorio, lo colorano usando tinte naturali dalle foglie di mango, tè e radici, lo intessono a mano con poca meccanizzazione ma mostrando una manualità precisa e di altissima fattura.

L’ambasciatrice del Benin in Italia presso l’atelier Laura Strambi, Milano.

L’opportunità

Il Benin è oggi uno dei produttori di cotone, filati e tessuti di miglior qualità di tutto il continente africano. Il cotone è un prodotto che è nel sangue degli abitanti dell’Africa occidentale: il Presidente del Benin Patrice Talon è un ex-imprenditore del settore cotonifero e in questi primi anni di mandato ha dato un forte impulso al mercato delle materie prime incentivando le colture anche biologiche, che restituiscono un prodotto di alta qualità ed eco-sostenibile. In Burkina Faso l’oro bianco, negli ultimi anni, è stato protagonista di sperimentazioni non sempre di successo. Sul piano internazionale il turbante, in quanto accessorio, è sempre rimasto confinato in un settore “etnico”, almeno dal punto di vista merceologico. Ma negli ultimi anni le cose sono cambiate in fretta: personaggi come l’attrice Lupita Nyong’o, messicana di origini keniote, o come la cantante statunitense Alicia Keys hanno fatto del turbante un accessorio trendy aprendogli le porte di uscita del continente africano e arrivando sulle teste delle donne più belle del mondo.

«10 anni fa, quando ho iniziato a indossare un turbante in tessuto batik mentre frequentavo l’università a Parigi, la diaspora africana mi guardava con sospetto». Koudiedji è nata a Bruxelles, è cittadina belga, vive in Francia e ha origini senegalesi e beninesi. Sul capo indossa un turbante colorato a tinte calde ma per il resto veste in modo tipicamente europeo, se non fosse che anche la sua borsa è realizzata con un tessuto wax, questa a tinte fredde. «La mia generazione di afrodiscendenti è più disinibita e legata alla comunità europea di tutte quelle precedenti: io sono europea al 100% ma sono anche perfettamente a mio agio con le mie origini. A differenza delle nostre madri, che hanno impiegato tanto tempo per integrarsi e spesso hanno dovuto rinunciare a pezzi della propria identità e dei propri costumi, noi cresciamo toccando solo un’immagine dell’Africa, spesso molto positiva».

Koudiedji Sylla

Koudiedji oggi tiene corsi dispensando consigli sulle annodature e sul tessuto adatto per ogni occasione. Ma non è solo questo il suo lavoro: «In un certo senso insegno ad affermare la propria identità, a riconoscerla. Anche il turbante è nappy» dice sorridendo. Nappy è un vero e proprio movimento internazionale, una filosofia, una scuola di pensiero, che incoraggia le persone a portare i propri capelli crespi al naturale. Nasce negli Stati Uniti nei primi Duemila ma ha radici ben più antiche (i Jackson 5, il Movimento delle Black Panthers, la star Diana Ross negli anni Sessanta e Settanta) e l’obiettivo di rispondere ai dettami di bellezza occidentali imposti in tutto il mondo. Le lotte per i diritti civili negli Stati Uniti, con la loro eredità sulla “coscienza nera” e “black is beautiful”, hanno avuto un valore non solo per la popolazione nera in America.

Una nuova generazione di donne, in Europa, in America ma soprattutto in Africa (dove il mercato informale della moda rappresenta l’85% del totale di questo settore), oggi cavalca l’onda di un accessorio che si vede sempre più sulle teste femminili.

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