Rinascimento Africano

«Naturalmente, se gli uomini vengono improvvisamente trasportati da un ambiente ad un altro, il risultato è la loro mancanza di armonia con le nuove condizioni; la mancanza di armonia con un nuovo ambiente fisico circostante porta alla malattia, alla morte o ad una modificazione del fisico; la mancanza di armonia con il nuovo ambiente sociale porta al crimine».
W.E.B. Du Bois, The Philadelphia Negro, 1899

Du Bois è stato di fatto un precursore, uno dei pionieri del Rinascimento Africano, del ritorno alla terra degli antenati, dell’autodeterminazione del continente africano. Nella sua visione l’Africa non aveva bisogno di aiuti ma di collaborazione, non di donazioni ma di partnership solide, non di influenze culturali ma di riconoscimento, non di sovranità ma di federalismo e collaborazione. La visione di Du Bois ha dovuto attendere oltre 50 anni prima di vedere la luce, 50 anni di enormi sofferenze ed altrettanto enormi visioni, di uomini meschini e altri illuminati. Dal 1957 il Ghana prova a illuminarsi abbastanza per fare luce all’intero continente africano: il giorno del suo insediamento Kwame Nkrumah ha inquadrato la liberazione dell’Africa declinando il concetto di “ritorno” degli africani di tutto il mondo e dopo di lui tutti i leader politici ghanesi hanno ideato e messo a punto politiche volte ad attirare in Ghana gli africani fuori dal continente. Nel 2000 il Parlamento di Accra ha approvato una legge per prevedere la doppia cittadinanza e lo stesso anno è diventato legge anche il concetto di “diritto alla dimora”: qualsiasi persona di origine africana nella diaspora che viaggia da e per il Ghana deve poterlo fare “senza ostacoli”. 11 anni dopo il crollo del muro di Berlino anche l’Africa cominciava, lentamente, a fondere i propri confini e con maggior convinzione.

Nel 2007, in occasione del cinquantenario dell’Indipendenza, il Ghana avviò il Progetto Joseph, dal nome del profeta biblico Giuseppe. Venduto schiavo in Egitto riuscì a riunirsi alla famiglia e persino a governare il regno. Il progetto promuove politiche molto simili a quelle adottate da Israele sin dalla sua fondazione per convincere la diaspora ebraica a fare ritorno nella Terra Promessa. Il 2019 è l’“Anno del Ritorno”. E non solo.

Osare il ritorno

«Il più grande ostacolo per un espatriato africano che desideri tornare definitivamente a casa è la paura. La paura dell’avvenire, quasi la fobia, per la reazione degli amici e della famiglia che sono rimasti, che non capiranno di certo» afferma Karounga Camara, scrittore senegalese e autore di Osare Il Ritorno, un libricino pubblicato nel 2018 da Celid dal titolo sfidante e insolito. L’invito è semplice ed è rivolto a tutta la diaspora africana nel mondo: prendere in considerazione l’ipotesi di tornare a casa per essere scintille partecipi del Rinascimento Africano. L’idea di partenza è semplice: «Se qui la vita è grama e il lavoro – quando c’è – è mal pagato allora tanto vale faticare per migliorare la qualità della vita piuttosto che sopravvivere o restare in una situazione pericolosa e penosa, ma di comodo. Oggi ci sono più possibilità in Africa che in Europa o altrove, soprattutto per noi africani».

Camara è un senegalese che ce l’ha fatta a tornare a casa e non ha scritto un semplice libro motivational ma un vero e proprio manuale pratico che ricalca la sua personale esperienza di vita, la sua sfida.

Dell’attività diasporica in Italia ci siamo già occupati, qui su Flow, raccontando la vitalità e il dinamismo della prima e della seconda edizione del Summit Nazionale delle Diaspore: le diaspore africane in Italia sono una risorsa importantedel Terzo Settore e dell’associazionismo, una molla sempre carica di iniziative e tavole rotonde tanto aperte a tutti quanto ignorate dai media. Sono le diaspore africane in Italia, con l’Associazione Le Reseau, ad aver creato dal nulla il primo business forum italo-africano, l’Italia Africa Business Week [nel 2019 si svolgerà la terza edizione, di cui Slow News è media partner] e sono le diaspore africane in Italia a tenere vivo un dibattito, quasi tutto interno, sulle dinamiche del razzismo in Italia, sul potere, sulle opportunità che l’associazionismo può offrire anche nell’ottica di un radicale cambio culturale.

Nasce ECO

Il 29 giugno 2019 ad Abuja, capitale della Nigeria, i leader politici e i massimi esponenti delle istituzioni economiche africane della zona ECOWAS hanno stabilito definitivamente i criteri principali che ciascuna delle 55 nazioni africane dovrà adempiere per poter adottare la nuova moneta unica africana, ECO. L’obiettivo è staccarsi dal Franco CFA (ne abbiamo parlato qui) tramite una comune soluzione monetaria, a partire dal 2020.

Secondo gli accordi di Abuja il deficit di bilancio non dovrà superare il 3%, il tasso di inflazione annuo dovrà essere inferiore al 10% con l’obiettivo a lungo termine di non superare il 5%, le riserve monetarie che i diversi paesi dovranno disporre dovranno coprire almeno tre mesi di importazioni. La nazione africana che vorrà aderire all’ECO non dovrà superare il 70% nel rapporto deficit-PIL e il deficit di bilancio delle banche centrali non dovrà superare il 10% delle entrate fiscali dell’anno precedente, con una variazione di tasso di cambio nominale di circa il 10%.

Dal 2020 385 milioni di persone saranno interessate da questa rivoluzione monetaria: Burkina Faso, Benin, Costa d’Avorio, Guinea Bissau, Mali, Niger, Senegal, Togo (queste nazioni adottano oggi il Franco CFA), Capoverde, Gambia, Ghana, Guinea, Liberia, Nigeria e Sierra Leone (queste adottano invece monete nazionali) sono pronte per questa rivoluzione. Ciò non porrà fine alle polemiche sul Franco CFA né lo metterà al bando, visto che altri sei paesi dell’Africa centrale continueranno ad utilizzarlo, ma ne ridimensionerà enormemente l’importanza, anche perché tra chi adotterà ECO ci sono nazioni sulle quali la Francia esercita, da sempre e ancora oggi, una fortissima influenza non solo economica ma anche culturale e politica.

Schengen africana

ECO è solo uno dei tasselli del Rinascimento Africano. Il 31 gennaio 2014 l’Unione Africana ha presentato la propria Agenda 2063, un documento programmatico che è oggi quasi un manuale di istruzioni per il Rinascimento di tutte le nazioni del continente: crescita economica e progresso, storia e riconciliazione, opportunità e sfide sociali, politiche e giuridiche. La trasformazione completa del contesto socio-economico nei prossimi 50 anni. E alla base di tutto c’è un solo comandamento: fare le cose all’africana.

L’obiettivo è ambizioso, quello di costruire un continente prospero e integrato, unito politicamente e fondato proprio sugli ideali del panafricanismo e del Rinascimento Africano. Liberismo economico afro? Turbocapitalismo africano? Afro-socialismo realizzato? No, qualcosa di molto più rivoluzionario.

Un altro tassello in questo complesso puzzle è il passaporto unico continentale. Durante il XXVII summit dell’Unione Africana, tenutosi a Kigali, in Ruanda, nel luglio 2016, l’Assemblea Generale ha lanciato un’iniziativa rivoluzionaria per la mobilità delle persone all’interno del continente: l’emissione entro il 2020 di un passaporto unico per i cittadini di tutte e 55 le nazioni africane, che potranno così spostarsi liberamente superando la costosa e noiosa burocrazia. Questo documento garantirà la libera e piena mobilità degli individui, anche per studiare e lavorare. Gli esperimenti e i perfezionamenti sono in corso: la Comunità Economica dell’Africa Orientale (Burundi, Kenya, Rwanda, Tanzania e Uganda) emette già passaporti elettronici con il logo della East African Community, documenti di viaggio validi in Africa ma riconosciuti anche nel resto del mondo.

Nel mondo post-novecentesco non c’è libera circolazione di persone senza libera circolazione di merci e capitali. E così, pochi giorni dopo il vertice di Abuja che ha decretato la nascita di ECO, la prima vera moneta unica africana, il 7 luglio 2019 a Niamey, capitale del Niger, i Capi di Stato dei paesi dell’Unione Africana hanno sancito ufficialmente l’inizio della fase attuativa dell’Accordo commerciale di libero scambio che istituisce l’African Continental Free Trade Area (AFCTA), l’area di libero scambio più grande del mondo. L’obiettivo è abbattere tutti i dazi intra-africani e ogni barriera doganale all’interno dell’Africa: si tratta di un mercato unico per beni e servizi da 1,3 miliardi di persone (con un tasso di crescita unico al mondo) e un PIL combinato che vale 3,3 trilioni di dollari. Mentre dall’altra parte dell’oceano Atlantico Donald Trump impone dazi sui prodotti europei e cinesi, mentre l’Europa impone dazi sulle merci asiatiche e si imbraga con un proliferare di regole commerciali interne spesso contraddittorie, mentre le Nazioni Unite continuano a promuovere dazi e persino embargo nei confronti di nazioni “criminali” come la Russia e la Corea del Nord, in Africa la direzione intrapresa in questo senso è diametralmente opposta e si può riassumere con due parole: riconciliazione e dialogo.

Alla ratifica dell’accordo già 22 nazioni africane avevano aderito entusiaste e nei giorni successivi altre se ne sono aggiunte, come ad esempio l’economia più importante del continente: la Nigeria. Al lancio dell’Area di libero scambio vera e propria già 54 nazioni, Eritrea esclusa, avevano aderito al progetto. Oggi il commercio tra Africa e resto del mondo rappresenta solo il 3% del commercio mondiale mentre il commercio intra-africano è appena del 16%: secondo la Commissione economica delle Nazioni Unite la crescita del commercio interno potrebbe aumentare del 50% nel breve termine.

La rivoluzione parte da lontano

Osservare l’Africa con gli occhi della modernità aiuta molto a comprenderne la spinta verso l’alto. Il continente meno bancarizzato del mondo, quello con l’economia più informale e con meno sovrastrutture bancarie rispetto agli altri, è quello all’avanguardia nel settore del mobile money, con oltre 90 milioni di utenti solo in Kenya, Tanzania e Sud Africa (150 milioni di abitanti in totale).

Il settore del mobile money si rivolge ad un pubblico che tutti gli altri operatori economici tengono a distanza: i soggetti non bancabili. Si tratta di persone non alfabetizzate all’uso di bancomat e carte, persone che non possono avere o non hanno un conto corrente, persone poco appetibili per le banche perché con scarsa capacità di spesa. Di questo fenomeno e dei suoi risvolti positivi per la società abbiamo parlato qui. In Etiopia, Nigeria, Kenya e Uganda una nuova generazione di sviluppatori risponde alle esigenze più antiche del mondo: come mandare i soldi a casa in totale sicurezza. Il Ruanda, che ancora oggi è considerato dai più “il paese del genocidio”, è l’hub tecnologico più all’avanguardia di tutta l’Africa e dell’area mediterranea: una generazione di giovanissimi che scommette su se stessa e che sta portando il paese a un nuovo livello di consapevolezza e uso della tecnologia.

Proprio in Ruanda, ad esempio, tutti i titoli di proprietà fondiaria sono stati messi sotto sistemi di blockchain, si lavora duramente per il lancio di una criptovaluta 100% africana, si produce la prima Volkswagen made in Africa da vendere sul mercato locale e, nell’ottobre 2019, il gruppo industriale Mara ha lanciato anche il primo smartphone 100% made in Ruanda. Una sfida enorme che tocca anche l’annosa questione dello sfruttamento delle materie prime: l’Africa lavora per diventare il trasformatore delle sue stesse materie prime e questo cambierà enormemente i rapporti di geopolitica ed economici di tutto il mondo.

Il rinascimento africano è donna

All’interno delle famiglie sono le donne a tenere i cordoni della borsa: sono le donne, madri e mogli, a gestire il reddito familiare, a investirlo, a spenderlo in beni e servizi volti al buon funzionamento della casa, della famiglia, della comunità di riferimento. Secondo diversi studi dell’African Development Bank (AfDB) l’aumento della quota di reddito familiare governata dalle donne modifica i modelli di spesa dell’intera famiglia, incentrandoli sui bambini.

Le donne reinvestono il 90% del loro reddito all’interno della famiglia mentre gli uomini limitano la percentuale al 30-40%: sono le donne il motore del consumo in Africa. Nel settore primario, l’agricoltura è mediamente ancora la colonna portante dell’economia del continente, la forza lavoro femminile oscilla tra il 60 e l’80%, una tendenza che aumenta quando sono le donne a essere ben istruite e possedere la proprietà delle terre.

Il legame tra apertura commerciale e genere è stato stabilito nei primi anni Novanta e molti paesi della nuova Area di libero scambio continentale dovranno mettere mano al welfare e alle leggi del lavoro, attuando politiche mirate e inclusive per affrontare il deficit strutturale e permettere all’Area di funzionare a dovere.

L’africano all’Eliseo

Mentre l’Unione Europea si barcamena in una profonda crisi di identità l’Africa mostra di sapere molto bene dove vuole andare e di volerlo fare con grande determinazione. Ne è dimostrazione il discorso che il Presidente del Ghana Nana Akufo Addo ha pronunciato all’Eliseo nel luglio 2019, in piedi accanto a un silente e sorridente Emmanuel Macron, Presidente della Repubblica francese. Il peso dell’Africa e delle diaspore è oggi totalmente sbilanciato in favore dell’Africa: oggi in Africa vivono circa 125.000 cittadini francesi, specialmente in Senegal, mentre in Francia sono ben tre milioni i cittadini di origine africana o con doppia cittadinanza.

L’incontro tra i presidenti è stata un’occasione, per Addo, per essere il primo presidente africano ospitato dall’Eliseo a potersi permettere di prendere a sonori ceffoni diplomatici l’Europa e il resto del mondo. Un’occasione troppo ghiotta per il Ghana, che nell’aprile 2019 ha ufficialmente estinto il proprio debito con il Fondo Monetario Internazionale e che vanta un tasso di crescita che la Francia non ha avuto mai. «Si continua a subire la narrazione della povertà, dei bambini affamati, delle persone che attraversano il Sahara, che viaggiano su barche traballanti e muoiono a Lampedusa per arrivare in Europa, questa non è una narrazione che aiuterà l’Africa. Noi siamo in grado di replicare e migliorare ciò che è stato fatto in Asia solo se manteniamo la disciplina per far crescere il nostro continente». Il modello a cui Addo si ispira è quello cinese: la diaspora cinese infatti, negli ultimi quarant’anni, investendoverso Pechino quasi 30 miliardi di dollari con le rimesse, ha contribuito a far diventare la Cina una potenza mondiale.

Una sfida? No, una realtà che è già in atto.

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